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Salvini solo in Europa, pentastellati in una trappola fatale Opinion leader

Firenze – Matteo Salvini trionfa alle elezioni europee, l’Italia rimane isolata nell’Unione europea. Sembrava del tutto fuori dal mondo il discorso tenuto ieri sera dal vincitore subito dopo avere avuto la certezza di aver doppiato il sui alleato-rivale di governo: “Lavoreremo per i giovani, il lavoro, per abbassare le tasse, per l’autonomia, niente patrimoniale etc.”, ha detto brandendo come un pugnale il suo rosario-amuleto, che è stato sempre un simbolo dell’ipocrisia di qualunque potere.

Quali giovani, quale lavoro, quale abbassare le tasse? Oggi l’Italia conta quanto la vezzeggiata Ungheria e meno della Polonia che in ogni caso ha mantenuto sempre una certa coerenza. Nessuno si può nascondere che il suo peso e la sua autorevolezza sono al livello più basso e la sua voce si perderà nel frastuono di nazionalisti e compagnia cantante di paesi assai meno importanti. Con la prospettiva di di disporre soltanto di un commissario di serie B.

“Ma i sovranisti hanno vinto in Italia, in Francia e in Gran Bretagna”, dice Salvini per dare l’immagine di un’avanzata irresistibile dell’onda contestatrice dell’estrema destra europea. Ebbene i britannici di Nigel Farage se ne andranno presto: saluteranno e chiuderanno la porta. E Marine Le Pen sta chiedendo nuove elezioni per l’Assemblea Nazionale perché sa benissimo che, dopo la festa, sarà sempre Emmanuel Macron a condurre il gioco in Europa con strumenti assai più potenti dei suoi per riconquistare il consenso.

Così mentre i partiti europeisti tirano un sospiro di sollievo per aver mantenuto ampi spazi di manovra per alleanze solide a tutela di quanto il processo di integrazione ha raggiunto, il leader leghista rimarrà sostanzialmente solo con la compagnia di Visegrad che pure lo abbandonerà quando andrà a chiedere concessioni sulle regole di bilancio dell’Eurozona.  Solo, a rappresentare un’Italia rabbiosa e impotente votata a un isolamento internazionale che la renderà più di prima vaso di coccio fra vasi (e cisterne) di ferro.

“Comunque il governo andrà avanti e realizzeremo gli obiettivi del contratto con il Movimento 5 Stelle”, dice ancora Salvini di fronte ai suoi sbalorditi spettatori. Se ci crede davvero, se non è la mossa di apertura di una nuova partita a poker, sembra difficile ipotizzare che il risultato del voto del 26 maggio non avrà conseguenze.

I pentastellati sono stati di fatto vampirizzati dall’ingombrante junior partner, che ora si può comportare da padrone delle politiche governative. Hanno poco tempo per decidere che cosa fare: “Restiamo comunque l’ago della bilancia”, sembra dirà Luigi Di Maio nella prima dichiarazione dopo il tonfo prevista per le 14,30 di oggi pomeriggio. Problema enorme per lui che ha ormai ceduto una gran parte dell’ala destra alla Lega, una parte minore della sinistra al Pd e tanto all’astensionismo deluso dell’Italia meridionale.

Il movimento popolar-populista unito nel dissenso e nella contestazione si sta spacchettando come era inevitabile. La politica torna a dividersi in destra e sinistra, che sono le sue categorie storiche, perché corrispondono a opposti sentimenti nei confronti dell’essere in comunità con gli altri vissuti come ostacoli alla propria affermazione personale o come compagni di viaggio con i quali condividere gioie e dolori dell’esistenza.

Dalle urne è uscita una maggioranza di centrodestra che può fare a meno di loro e che pertanto li rende ancora più intrappolati in questa ultima fase dell’ascesa di Salvini. Sarà dunque cruciale la mossa che deciderà di fare il vertice 5Stelle. Uscire dal governo significa certificare un fallimento, restarci è come mettere la testa sul ceppo del boia in attesa dell’inevitabile colpo di mannaia prima della chiamata anticipata degli italiani alle urne.

Foto: Luigi Di Maio

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