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San Sepolcro, ancora la Sinistra senza Pd Politica

Firenze – A San Sepolcro, cosa che è sfuggita alla cronaca politica, l’ampia vittoria del candidato civico Cornioli, sembra riprodurre pur con le dovute differenze, ma nei suoi tratti più importanti un secondo caso “Sesto Fiorentino”. Qui, Cornioli, «cattolico e democratico», è riuscito a legare al suo progetto elettorale, Il Nostro Borgo, due importanti raggruppamenti politici locali: i Democratici per Cambiare e Insieme Possiamo, contraddistinti da un’anima di sinistra. I Democratici per Cambiare, oggi espressione di una realtà ben radicata sul territorio, nacquero nel 2011 con la fuoriuscita dal Pd biturgense di un agguerrito gruppo di militanti già allora critici sul nome e sul metodo con cui fu scelta Daniela Frullani, sindaco uscente del Pd e ricandidata alle ultime elezioni. L’altro raggruppamento, Insieme Possiamo, guidato da Gabriele Marconcini, noto esponente della sinistra locale, guarderebbe con simpatia all’esperienza di Podemos in Spagna.

Com’è finita lo raccontano i numeri. Daniela Frullani, nel 2011 ottenne 5.137 voti, il Pd 1.908. Nel 2016 i voti in favore di una sua riconferma alla guida del municipio sono stati 2.332, con 226 voti persi tra il primo turno e il ballottaggio, quelli per il suo partito di riferimento 1.880. Mauro Cornioli ha ottenuto 3.649 voti al primo turno, distanziando da subito la sua diretta concorrente. Il successo del suo progetto politico, che, come ha dichiarato lo stesso Cornioli con una punta di orgoglio: «ha spedito 4 partiti nazionali all’opposizione», sta nell’alleanza stretta con i Democratici per cambiare e con i sostenitori di Insieme possiamo. Guardando ai voti di lista, infatti, 1.120 sono quelli portati in dote dai Democratici per Cambiare. Nel 2011, alla loro prima prova elettorale ne ottennero poco più della metà (426). Altri 442 voti sono arrivati dal progetto politico di Insieme possiamo. Due raggruppamenti che pescano in robusta fetta nell’elettorato di sinistra e progressista dell’area che qui come a Sesto Fiorentino, aldilà delle differenze specifiche tra i due casi, ha voltato decisamente le spalle ai diktat del Pd renziano, non accettandone i candidati ufficiali e le scelte amministrative.

In due casi la iettatura torinese ha colpito anche i democratici della Toscana ribaltando i risultati del primo turno è accaduto a Sesto Fiorentino, le cui vicende sono ampiamente note, e Cascina. In quest’ultimo comune, dal dopoguerra feudo della sinistra, la storia sembrava destinata a ripetersi visto l’ampio margine di vantaggio che il candidato del Pd, Alessio Antonelli (42,46%), appoggiato da cinque liste civiche, aveva conseguito al primo turno sulla seconda arrivata, la leghista Susanna Ceccardi (28,40%). Al ballottaggio, le posizioni si sono ribaltate: la candidata della destra, Ceccardi, pur per una manciata di voti, 8.897 contro 8.796, è riuscita nell’impresa di cambiare il colore politico del municipio. Il dato più significativo, tuttavia, non è tanto la vittoria per 101 voti della candidata della destra, ma piuttosto i 5.695 voti persi per strada in cinque anni dal candidato del Pd locale, il sindaco uscente Antonelli, eletto al primo turno nel 2011 con 14.491 voti. Nello stesso arco di tempo, guardando ai voti di lista, il Pd ha bruciato 3.071 voti.

Nei restanti due comuni di Grosseto e di Montevarchi, per i candidati del Pd le cose si sono messe male fin dal 6 giugno scorso, un dato che è stato confermato dai ballottaggi. Ciò che più colpisce, anche in questi due comuni, aldilà della affermazione dei candidati della destra, sono i numeri della sconfitte dei candidati targati Pd. A Grosseto, nel 2011, il candidato del Pd, Emilio Bonifazi, fu eletto con 22.848 voti, il suo successore, Lorenzo Mascagni, nel 2016 ha ottenuta al ballottaggio 16.043 voti, il Pd, invece, è passato dagli 11.506 voti del 2011 ai 7.597 del 2016. A Montevarchi, i voti conseguiti dal candidato democratico, Paolo Antonio Ricci, sono stati 4.028, nel 2011, il suo predecessore, il sindaco uscente Francesco Maria Grasso, ne ottenne 5.024. La lista del Pd ebbe 3.037 nel 2011, contro i 2.053 del 2016.

Le ragioni della sconfitta del Pd nelle ultime elezioni comunali, diverse caso per caso, territorio da territorio, ci restituiscono, dunque, un quadro complessivo di cosa sia accaduto all’indomani della “fusione fredda” e dell’avvento di Renzi alla guida del Partito democratico. Anzitutto, una larga parte dell’elettorato di sinistra e progressista della Toscana, sembra aver realizzato che votare Pd è diverso dal votare Pci/Pds/Ds: il Pd è un’altra cosa, è un altro partito. È un coacervo di tensioni interne, d’interessi confliggenti e di fratture tra le sue diverse anime. È un partito di amministratori, con pochi orecchi e scarso radicamento sul territorio.

Com’è possibile, altrimenti, che in Toscana siano stati perduti migliaia di voti e nessuno tra i rappresentanti del suo ceto politico e amministrativo, si sia accorto di quanto si stava preparando? Eppure i segnali, Sesto Fiorentino e Sansepolcro lo raccontano in modo chiaro, c’erano stati e non erano stati pochi. In ambedue le realtà, i vertici locali del Pd, d’accordo con le rispettive segreterie provinciali, hanno perseguito fino all’ultimo una “politica del non ascolto” che ha lacerato il loro stesso partito e indispettito gli elettori.

Cascina, Montevarchi e Grosseto, infine, ci dicono altro. Cascina e Montevarchi, in particolare, ci suggeriscono che non esistono più zone franche per il Pd toscano e che la dove una destra esiste, forte delle lacerazioni veicolate dal Pd stesso sul territorio, può essere capace di vincere, a dispetto di storia e tradizioni politiche. Inutili, poi, i bagni di umiltà e gli scatti di orgoglio contro i possibili sabotatori interni cui si sono lasciati andare alcuni fedelissimi del premier, nel tentativo un po’ retorico e un po’ dilettantesco, di spiegare le ragioni della sconfitta. In Toscana, il Pd ha perso perché piaccia o no, la sinistra che è minoranza nel partito del premier, non lo è ancora nella società locale, più semplicemente è una sinistra che sempre di più non vota questo Pd, né i suoi candidati.

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