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Sbarco a Marsala, l’11 maggio 1860 comincia l’epopea dei Mille Breaking news, Cultura

Firenze – L’ 11 maggio 1860, sbarcando a Marsala, Garibaldi dette inizio all’impresa dei Mille. Il generale conosceva bene il mar Tirreno. Per evitare di essere intercettato dalla squadre navali borboniche  navigò molto assai più ad ovest della rotta per la Sicilia tanto che anche tra i volontari si pensava che intendesse  fare scalo in Sardegna o  a Tunisi per puntare poi su Agrigento.  Invece  virò in direzione delle Egadi e preferì Marsala a Sciacca. 

Prendendo spunto da questo  160° anniversario può essere utile  ripercorrere  la cronaca dello sbarco scritta con esemplare taglio giornalistico dal toscano Giuseppe Bandi in uno dei più importanti diari della spedizione garibaldina I Mille. Da Genova a Capua  insieme al celebre  Da Quarto a Volturno di G.C.Abba e a numerosi altri memorialisti.

Rileggere questo evento può servire a un giudizio equilibrato. Perché se un tempo  si usava il detto  “non si può parlar male di Garibaldi”  in modo addirittura proverbiale  per significare che certi eventi o  istituzioni avevano un consenso unanime, da qualche tempo, viceversa, è abbastanza diffuso metterne in discussione il mito e ,in particolare l’epopea dei Mille. 

Bandi grossetano di nascita e livornese d’adozione fu a fianco di Garibaldi come suo aiutante di campo. Fu lui a consigliarli di rifornirsi di armi a Talamone dove avrebbe trovato   un ambiente favorevole . La sua narrazione  è vivace, ricca di  descrizioni fatte con gusto quasi cinematografico (ante litteram)  come quando,  nella notte antecedente allo sbarco, navigando a fari spenti per non essere intercettati, il Piemonte perse i contatti con l’altra nave, il Lombardo. Fecero inutilmente segnalazioni  luminose ma poi furono affiancati da “un’immensa massa nera” .Tutti temevano di trovarsi di fronte a una fregata borbonica quando un livornese arrampicato sul cassero gridò “Ehi, Bixio!” e la risposta del comandante del Lombardo fu salutata dal grido di entusiasmo di tutto l’equipaggio. Bixio avrebbe poi spiegato che anche lui temeva di trovarsi accanto a un vascello borbonico e si stava preparando a speronarlo. 

Il racconto dello sbarco (effettuato con quella sobrietà che è stata sottolineata da Carlo Azeglio Ciampi nella presentazione dell’edizione del 2010 de I Mille) consente di apprezzare l’intuito e l’ardimento di Garibaldi che, nonostante le incognite della presenza di un bastimento  non identificato che si temeva fosse della marina borbonica, ordinò di procedere senza indugio e riuscì a evitare la squadra napoletana che  li aveva avvistati e si era messa all’inseguimento.

Questa narrazione di un testimone diretto contribuisce  anche a comprendere il ruolo giocato dalla marina britannica che, specie in  tempi recenti, è stato enfatizzato.

In effetti, Garibaldi nelle sue memorie intitolate anch’esse I Mille (e pubblicate nel 1874) rileva che“ la presenza dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti dei legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci, e ciò diede tempo di ultimare lo sbarco nostro.”  “E questo– aggiunge il Generale –contribuì a evitare uno spargimento di sangue

Ma fu, appunto, un apporto passivo e, almeno in parte, una concomitanza, in quanto le due navi inglesi (Argus e Intrepid) erano lì’ per proteggere la numerosa colonia britannica, costituita soprattutto da importatori di vino e dalle loro famiglie, che poteva essere vittima del bombardamento. Inoltre, poiché a questi residenti inglesi, dieci giorni prima i borbonici avevano sequestrato le armi il console Cossins aveva richiesto la presenza di navi da guerra per tutelare i sudditi di Sua Maestà britannica e le loro proprietà.  

Questa realtà dei fatti smentisce le ipotesi che la flotta britannica abbia scortato le due imbarcazioni garibaldine fino a Marsala  o che abbia protetto lo sbarco .

L’unica protezione fu un’oggettiva difficoltà per le fregate borboniche di bombardare i garibaldini, per il rischio che fossero colpite le navi britanniche con gravissime conseguenze sul piano diplomatico (data la nota  simpatia di Londra per la causa italiana poteva essere addirittura un casus belli).

Harold Acton, ne Gli ultimi Borboni di Napoli, cita il resoconto dell’ amm. Winnington-Ingram comandante dell’Argus, dal quale si apprende che i borbonici, dopo aver saputo che i comandanti delle navi inglesi e alcuni ufficiali  erano scesi a terra, ebbero timore di colpirli,  e non erano nemmeno certi di poter evitare che l’Argus e l’Intrepid uscissero incolumi dal cannoneggiamento. Il comandante napoletano chiese alle navi britanniche di richiamare gli ufficiali che erano a terra e l’avvertimento fu subito trasmesso agli interessati. 

A quel punto, l’ammiraglio inglese riferisce che “una vera tempesta di proiettili ci passò sopra la testa ma il tiro era troppo corto e non raggiunse il molo […] colpì,[invece] , uno stabilimento vinicolo di un cittadino britannico. 

La relazione continua riportando che arrivò un altro vascello, il Capri e allora i britannici spostarono l’ancoraggio per proteggere meglio i magazzini. I vascelli napoletani .continua la narrazione di Winnington-Ingram continuarono “un pesante tiro di artiglieria contro le squadre che trasportavano cannoni e munizioni verso la città” E commenta, infine che i patrioti “resistettero al fuoco in modo ammirevole[…]nel complesso ci parvero un magnifico gruppo di uomini”. 

Numerosi aneddoti  che spesso sono particolarmente significativi perché un po’ come si dice dei romanzi storici servono a cogliere l’atmosfera e gli stati d’animo con cui veniva vissuto un evento. Così, ad esempio, Bandi, incaricato di reperire coperte da un convento vicino, chiese a Garibaldi se doveva limitarsi a questo o se avesse dovuto anche prendere i frati come ostaggi. Al che il Generale rispose “Ecco un’idea da ragazzi! “Bandi lo riferì ai suoi uomini che scrollarono la testa. Poi andarono dai frati che calarono dalla finestra due coperte e dopo le vivaci rimostranze delle camicie rosse ne concessero altre sei, grandi e soffici.  L’entusiasmo per questo buon risultato mostra la frugalità dei garibaldini ma anche il clima quasi goliardico con cui si apriva la spedizione.  

Bandi divenne aiutante di campo di Garibaldi e combatté al suo fianco a Calatafimi; ha descritto la battaglia senza enfasi come un cronista; ed ha anche parole di comprensione per i soldati napoletani che non vede come nemici ma come persone che si trovavano a combattere nel campo opposto. 

Fu testimone del colloquio tra Bixio e Garibaldi nel momento più difficile della battaglia quando le camicie rosse rischiavano di essere circondate.   Quando Bixio gli disse che bisognava ritirarsi  Garibaldi rispose: “Ma dove ritirarci ?.  Questa è probabilmente, (unita  a un’altra esortazione sulla necessità  che in quella circostanza  si fosse  disposti a morire)  la versione originale del celebre Qui si fa l’Italia o si muore!  Peraltro, Bandi ci fa capire che quella di Garibaldi non fu solo un appello a non rinunciare all’impresa ma anche un’ importante osservazione tattica in quanto alle loro spalle c’era un ampio terreno allo scoperto e   prima di poter raggiungere  posizioni difendibili una eventuale  ritirata si poteva trasformare in un massacro . D’altronde si sa che nelle battaglie napoleoniche la maggior parte delle perdite veniva inflitte al nemico quando si ritirava.

Fu il momento della svolta: le camicie rosse spronate dal già mitico Eroe dei due mondi presero slancio e trasformarono la probabile sconfitta in vittoria. 

Bandi a Calatafimi fu ferito gravemente. Ma in tale circostanza riporta un aneddoto che mostra come i garibaldini guardassero senza malanimo a coloro che dovevano combattere.

Racconta che vicino a lui c’era un napoletano anch’egli ferito e che quando lo vide cominciò a pregarlo che non l’ammazzasse come un cane. Poiché nonostante le rassicurazioni non si acquietava, gli gridò : “Non vedi che son ferito anch’io? Credi tu d’aver vicina una bestia feroce ?” Allora il napoletano  si calmò e gli riferì che i suoi ufficiali gli avevano detto che alla testa delle camicie rosse  non c’era il famoso Garibaldi, bensì un suo sosia, un  temibile bandito

Ma soprattutto, nella cronaca di quella giornata risalta la figura epica e ricca di umanità di Garibaldi che seppe tenere duro nei momenti più difficili e non si esaltò nella vittoria.
Dopo la convalescenza, Bandi tornò, con il grado di maggiore, a fianco del Generale e dopo aver descritto in modo incalzante la battaglia di Milazzo, si concede un aneddoto: mentre tutti acclamavano il vincitore, Garibaldi si riposava appisolato sui gradini di una chiesa e Bandi commentò scherzosamente “ecco cosa significa dormire sugli allori.

Questi episodi si alternano ad altri ricchi suspense come l’attraversamento dello stretto di Messina che rivela ancora una volta l’audacia di Garibaldi quando riuscì a beffare le navi borboniche. Poi dalla Calabria, una campagna militare conclusa con la battaglia del  Volturno che Bandi descrive con stile giornalistico delineando un quadro d’insieme attraverso una sequenza di  singoli episodi che riescono a evocare le emozioni di quella storica giornata.  

Il racconto si conclude senza alcuna retorica,  anzi con una certa mestizia, a causa dei dissapori tra i garibaldini ed i militari sabaudi specie quando ai volontari fu imposto di consegnare le armi e quando le camicie rosse non furono ammesse alla parata al Campo di Marte. 

Restato nell’esercito italiano con il grado di maggiore, Bandi nel 1866 prese parte alla terza guerra di indipendenza. Ferito a Custoza  fu preso prigioniero dagli austriaci ,come narra nelle sue memorie in forma di romanzo Da Custoza in Croazia.
Nel 1870 lasciò l’esercito e si dedicò al giornalismo. Nel 1872 divenne direttore della “Gazzetta Livornese”. Nel 1877 fondò anche il quotidiano della sera “Il Telegrafo”  Dopo aver ricevuto minacce  per i suoi articoli contro gli attentati degli anarchici, il 1º luglio 1894, mentre si recava al giornale, fu pugnalato a morte.    

I Mille, da Genova a Capua, fu pubblicato postumo nel 1902 dopo essere uscito a puntate nel Messaggero e ne Il Telegrafo. 

foto: un particolare del famoso dipinto di Guttuso, “Garibaldini”

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