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La scelta di entrare nella Marina MIlitare: l’onore e l’obbedienza Società

Pistoia – La Marina Militare sta passando in rassegna i licei, gli istituti tecnici e professionali, alla ricerca di nuove reclute. In Toscana, per esempio, giungono negli Istituti Superiori alcuni allievi inviati dall’Accademia di Livorno che orientano i ragazzi verso il percorso che loro stessi stanno concludendo. Le emozioni che suscitano sono forti. Negative o positive, non lasciano indifferenti. Meritano di essere maturate o scartate, ma solo dopo attenta riflessione. A posteriori, verrebbe da dire.  

Gli aspiranti ufficiali stanno dietro una cattedra senza sedersi. Spalle dritte, occhi attenti e sguardo stabile, marmoreo. Su un tavolo dal colore neutro spiccano, eleganti e luminosi, i fregi dei berretti bianchi e neri. D’un tratto, alle loro spalle, compare un video in cui una cannoniera spara in mare aperto, e tengono a sottolineare che si tratta solo di un’esercitazione, quasi a rassicurare chi osserva. Poi attacca la voce narrante, non troppo diversa da quella di un documentario, e ripercorre, impeccabile, tutte le attività della Marina.  Fine del racconto audio-visivo, l’attenzione si sposta sui giovani in divisa, un uomo e una donna: parlano della loro esperienza di qualche anno prima, dato che sono da poco laureati e tutt’ora in formazione.

Non nascondono che l’ingresso in Marina è traumatizzante. Il primo anno i ritmi sembrano insostenibili, le attività e la modalità di studio conducono esattamente dove “loro”, genericamente la comunità del Corpo Militare, vogliono: a far vivere continuativamente sotto stress.

È un vaglio attraverso cui, giustamente, chi farà parte di questo mondo deve passare. Alla sopportazione di una quotidianità sfiancante corrisponde la fiducia che “loro” possono riporre in te. Le parole chiave sono “disciplina”, “obbedienza”, “forza”, “determinazione”, “costanza”.

Dal secondo anno la cosa cambia, alleggerendosi. Al terzo anno si è chiamati a supervisionare quelli del primo, ma nessuno impone quasi nulla a chicchessia: “loro” sono certi di essersi garantiti rispetto e fedeltà in modo più che esaustivo.

Sicuramente il fatto di essere retribuiti con mille euro mensili dal primo anno, compenso che una volta laureati arriverà a mille e seicento, avendo vitto e alloggio pagati, così come tutto il resto eccetto gli extra e i vizi, con una carriera che è sempre più certa e sicura, risulta un boccone succulento alla luce dell’attuale condizione economica in cui il nostro paese versa. Le menti di tutti si sentono accarezzate da questa assurda promessa. In cambio, i risultati che “loro” pretendono.

È meritocratico, è democratico. Ed è tanto giusto che solo 108 allievi in tutt’Italia risultano meritevoli di questa formazione.

Non è per tutti l’Accademia. È per coloro che l’hanno connaturata dentro in modo spontaneo e avvertono le leggi su cui si fonda affini alla propria anima.

Non c’è niente da fare, altrimenti, e pazienza se la possibilità che alcuni spazi ci siano per natura preclusi fa rabbia. In Marina e nell’esercito in genere, per esempio, non vivi se poni prima di tutto la libertà di pensiero. Il rigore e il rispetto dell’obbedienza, anche cieca, è per coloro che sono entusiasti di chinare il capo davanti ad un ordine superiore. Mi viene in mente il personaggio creato da Michel Houellebecq in Sottomissione, di cui si è sentito tanto parlare dall’attentato alla redazione Charlie Hebdot, che si converte all’Islam felice di farlo. A scanso d’equivoci va detto che nel caso di François, protagonista del libro, la submission garantisce una vita più facile e semplice, in cui l’angoscia di dover scegliere latu senso, grazie al nuovo credo religioso, non esiste più.

Trattando delle nuove reclute degli eserciti, l’analogia si esaurisce nel fascino che i soggetti implicati trovano nel subordinarsi. È un onore servire gli eserciti. È un onore essere messi alla prova fino al limite delle proprie possibilità psico-fisiche. È un onore il silenzio, la soggezione se non l’asservimento. Sì, lo è dal momento in cui accanto a tutto ciò c’è cameratismo, fiducia nel corpo che ha resistito anche se stremato e nella mente che non perde un colpo anche con sole due ore di sonno a notte.

L’importante è che chi intraprende quella strada la desideri fino a bramarla, ad amarla con passione e allo stesso tempo con raziocinio. Ma d’altra parte dovrebbe essere sempre così qualunque sia il futuro che uno studente, ma sarebbe opportuno dire un individuo, prefiguri per sé. 

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