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Sciacalli umani, quando l’orrore è senza fine Opinion leader

Firenze –  I media li chiamano, assai opportunamente, “sciacalli”, con buona pace degli sciacalli veri, vale a dire i mammiferi appartenenti al genere dei Canis – animali bellissimi, a dispetto della cattiva fama cui il nome inevitabilmente si associa. Fenomenologia dello sciacallo (dis)umano, immonda, abietta creatura che si pasce di tragedie, lucra sul dolore, si fionda sulle macerie fumanti dei terremoti, nel fango delle alluvioni, nel caos dei cataclismi, sguazza nel disastro, si tuffa beata nelle calamità, incurante delle vittime, del sangue, delle lacrime, delle grida, del panico, della disperazione, dei corpi ancora imprigionati, degli sforzi al cardiopalma dei soccorritori. Le sue mani, la sua mente, remano controcorrente, aggiungendo ai danni provocati dalla natura, sempre incolpevole, quelli della propria immoralità, sempre colpevolissima.

Cotali “bestie” intralciano – in vari modi – la buona volontà di quanti tentano in ogni modo di far fronte all’emergenza. Costringono le forze dell’ordine a vigilare sulle rovine, creando cordoni di sicurezza che, fatalmente, dirottano energie che potrebbero essere impiegate altrove, in maniera di certo più proficua. Sovente rischiano essi stessi la vita (magra consolazione), insinuandosi – la soddisfazione del volto celata sotto maschere di falso spavento, di affettata angoscia – in aree fortemente a rischio, pur d’arraffare qualcosa. Scavalcano le recinzioni, scalano i calcinacci, frugano tra la polvere, in cerca di beni da sgraffignare ai morti, ai feriti, ai dispersi.

Lo sciacallo (dis)umano rappresenta un tetro effetto collaterale dei più gravi disastri, da cui egli è irresistibilmente attratto. Il terremoto che ha piagato il Centro Italia non ha fatto eccezione. Ad Amatrice, nella serata di giovedì 25 agosto, quando la conta delle vittime aveva già superato quota 250, ne hanno beccato uno: trattasi di M. M., 45 anni, pluripregiudicato napoletano. I militari dell’Arma l’hanno bloccato mentre, con un cacciavite, tentava di forzare la porta di una delle abitazioni della frazione Retrosi, fortemente colpita e in buona parte rasa al suolo. Prima di essere ammanettato, ha fatto a tempo a usare lo stesso cacciavite per colpire (e ferire) un carabiniere. In tasca aveva un biglietto ferroviario datato 24 agosto: quando si dice il tempismo.

L’uomo, il cui curriculum criminale contempla la detenzione e lo spaccio di droga, la ricettazione e il porto abusivo d’armi, è stato arrestato con l’accusa di rapina impropria e lesioni personali. Non c’è bisogno di dirlo: la folle cupidigia di M. M. non scalfisce minimamente la generosità del popolo napoletano, in queste ore fortemente, stupendamente mobilitato in favore della popolazione piegata dal terremoto. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, che immediatamente ha dato disposizioni all’Avvocatura municipale di costituire l’amministrazione comunale come parte civile nell’eventuale processo nei confronti dell’arrestato, non ha mancato di sottolinearlo con un messaggio su Facebook: «Terremoto devastante: Napoli e i napoletani ancora una volta hanno mostrato grande cuore e generosità siamo tutti impegnati per stare vicino con i fatti alle persone che soffrono profondamente per questa immane tragedia. Grazie napoletani, sono fiero del nostro popolo dal cuore infinito!».

M. M. appartiene alla tipologia degli sciacalli bipedi che colpiscono “a caldo”, a sciagura in corso.Contro di loro vengono istituite task force attive h24. Ce n’è bisogno, come dimostrano le parole del sindaco di Pescara del Tronto (Marche) Aleandro Petrucci, riportate poche ore orsono dal quotidano L’Unità: «Purtroppo nella notte ci risultano casi di sciacallaggio che però la polizia è riuscita a bloccare, anche perché c’è un cordone di sicurezza attorno alle macerie che impedisce a chiunque di avvicinarsi troppo. Ci hanno segnalato diversi casi di persone che vengono dicendo di voler aiutare la popolazione e i soccorritori, ma in realtà sarebbero “sciacalli”».

Ma esistono “sciacalli” ancora più pericolosi e (se possibile) ancora più agghiaccianti. Sono quelli “pianificatori”: se la ridono da lontano, con le terga al sicuro, stazionando sulle comode poltrone dei loro uffici, sui divani delle loro opulente magioni. Essi sorvegliano le dirette televisive, gli aggiornamenti in tempo reale dalle terre colpite, i collegamenti degli inviati, e intanto, vibrando di godimento, pensano a come speculare con la ricostruzione, a come muovere le pedine giuste nel grande affare che è (che è sempre) il ritorno alla “normalità”. Dal punto di vista “animale”, costoro fanno più pensare alle “iene ridens” (detto sempre senza offesa per i mammiferi legittimamente titolari del nome) che non agli sciacalli: basta riascoltarsi le intercettazioni delle grasse risate che, nei giorni del terremoto dell’Aquila (2009), si scambiavano i due parenti imprenditori che proprio non stavano più nella pelle dalla felicità a sentire quante case, grazie al cielo, erano crollate. La manna dal cielo, quell’insperata rovina di un’intera regione. Il mondo contava i morti, ma nella loro testa nessuna pietà: solo un gran mulinare di cantieri, di ponteggi, di betoniere zeppe di cemento, con tanti saluti alle vittime, ai sepolti vivi, alle famiglie spezzate.

Poi ci sono anche gli “sciacalli a freddo”. Glacialmente recidivi, continuano a depredare le stesse abitazioni squassate dalle scosse a distanza di anni, con metodico, maniacale agio. In un suo recente articolo (21 agosto, qualche giorno prima che si scatenasse il terremoto che ha messo in ginocchio l’Italia Centrale), Il Messaggero li definiva, con una formula assai azzeccata, “tombaroli del post- sisma”. Il servizio era dedicato al terremoto del 2009, e raccontava come all’Aquila i ladrocini degli “sciacalli” continuassero pressoché indisturbati fino ai nostri giorni, a distanza di 7 anni dai fatti: “Percorrendo Via Cimino verso costa Masciarelli le porte delle abitazioni che si affacciano lungo la via sono quasi tutte divelte. Se ne contano una ventina. I proprietari avevano cercato di rendere gli ingressi sicuri con lucchetti, catene, chiavistelli e altri espedienti di sicurezza, ma i ladri indisturbati hanno avuto tutto il tempo di rimuovere ogni cosa ed entrare nelle case a loro rischio e pericolo. Via caldaie, stoviglie e soprammobili, tutto ciò che può essere riutilizzato, confidando nel mantello della notte. Spalancata la porta di una parrucchieria sulla strada. All’interno sono vuoti gli involucri che contenevano dei phon. Portato via quanto possibile. Dopo sette anni i proprietari sono stufi di denunciare i “tombaroli”, anche perché ormai è rimasto ben poco nelle abitazioni. Ospiti sgraditi sono entrati anche in un bar che si trovava poco lontano, in via delle Grazie. I saccheggi continuano soprattutto durante la notte nelle case inagibili dove non sono ancora cominciati i lavori. Neanche l’ombra di mezza telecamera nel centro storico visto che si è ancora in attesa di un bando per l’installazione della videosorveglianza…”.

Se gli sciacalli propriamente detti, i mammiferi appartenenti al genere Canis, potessero informarsi e riflettere su tutto questo orrore, di certo proverebbero schifo, ribrezzo, e, c’è da scommetterci, vorrebbero prender subito le distanze dai loro tristissimi omonimi bipedi, chiedendo di non esser confusi, per carità, con una tale feccia. “Non nel nostro nome”, potrebbe essere un loro giusto, sacrosanto sfogo.

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