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Sciopero Maggio, sindacati: “In gioco Rossi e Nardella e piano industriale” Breaking news, Cronaca, Società

Firenze – “Vediamo se qualcuno si dà una svegliata”. E’ questa, forse, la speranza dei lavoratori e dei sindacati del Maggio Fiorentino. E’ questa, la speranza di chi da 4 anni a questa parte ha visto contrarsi i posti di lavoro, peggiorare le condizioni dei propri diritti, erodere gli stipendi ed è andato incontro al peggioramento dei contratti. Tutto ciò, come dichiarano Paola Galgani, segretaria fiorentina della Cgil, e Roberto Pistonina, segretario fiorentino della Cisl (al tavolo anche Cristina Pierattini di Slc Cgil e Angelo Betti di Fistel Cisl)  a fronte di una situazione della Fondazione del Maggio fiorentino che rimane “drammatica”. Anzi: che è giunta, come sottolinea Pistonina, a una svolta cruciale con la conclusione della procedura dei 28 licenziamenti annunciati: “O si cambia o si muore”.

Per fronteggiare questa situazione, i passi dei sindacati sono due: intanto, la convocazione di uno sciopero il 3 febbraio che metterà in forse di nuovo il Faust; in secondo luogo, la richiesta di bypassare la Sovrintendenza per andare direttamente, numeri alla mano, a “parlare” con la proprietà della Fondazione. In altre parole: Comune di Firenze (il cui sindaco, ricordiamo, Dario Nardella, è anche il presidente della Fondazione) e Regione Toscana. “Del resto – commentano le parti sindacali – sono loro che mettono il denaro pubblico”. E nell’incontro che deve servire da svolta, è necessario mettere sul tavolo un Piano Industriale.

Da questo punto di vista, se l’occasione immediata è il licenziamento con conseguente ricollocamento (previsto d’altro canto dalla stessa legge, come segnala Cristina Pierattini, non frutto di un percorso con la Sovrintendenza) presso Ales di 28 lavoratori, il problema cui porre mano è ben più generale e riguarda l’intero panorama. I motivi? Una crisi che, numeri alla mano, diventa sempre più profonda e, almeno apparentemente, inarrestabile: limitandosi al debito, dal 2013, in cui era sui 54 milioni di euro, si passa, nel 2015, a circa 70 milioni; per quanto riguarda le consulenze esterne, che hanno messo in ginocchio professionalità storiche, si parla di un costo di un milione e mezzo in due anni; per quanto riguarda i dipendenti, si è passati da 385 a 305, senza contare i tagli, accettati nella speranza di poter contribuire alla ripresa, all’integrativo aziendale.

Alla fine, al di là dei rimbalzi di cifre su soldi e bilanci, ciò che appare senza ombre è un unico risultato: i sacrifici che si sono scaricati sui lavoratori non sono valsi a stornare il declino del Maggio. Allora, il vero problema, incalza Pistonina, non può essere il costo del lavoro, ma “un debito ormai insostenibile”. E il rimedio di fronte a questa “messa a fuoco” della situazione, non può essere, secondo le parti sindacali, che quello di un Piano industriale nella sua più classica definizione: si indicano gli obiettivi e si indica come raggiungerli. Ma di fronte a quella che i sindacati definiscono una posizione “impermeabile” della Sovrintendenza, il che significa in soldoni che i sindacati lamentano di non aver ricevuto risposte alle proposte avanzate, è necessario chiamare in causa la proprietà.

Intanto, il 3 febbraio lo sciopero è proclamato e, in assenza ancora una volta di risposte, si procederà con altre iniziative. Anche se, come si commenta, “se ci fosse la volontà, noi siamo qui pronti a riprendere il nostro mestiere”. Quale? Negoziare. Se la politica e la proprietà, beninteso, accettano di “rientrare in gioco”. 

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