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Sciopero sociale, e Firenze si ferma Cronaca

da Stefania Valbonesi e Laura Bonaiuti

Firenze – Tre cortei, tre facce del disagio, tre che diventano uno. Non è il mistero della trinità, ma è ciò che è successo oggi, in un corteo singolare e preciso: pochi petardi e fumogeni (qualcuno nei punti sensibili, come ad esempio davanti a Confindustria, ma tutto previsto e già visto), un corteo che sembrava aver messo la sordina a slogan, rumore, canti e tamburi. Che hanno tuttavia rullato sordi e inafferrabili tutta la mattina, come il brontolio di burrasca del mare quando prepara il tifone di conradiana memoria. Perché stamattina, a marciare per ore in una città paralizzata, erano ben oltre duemila persone, dietro striscioni colorati e fermi, bandiere che sventolavano in mano a “turnisti” che non le hanno mai posate. Quel silenzio, quella sordina non era infatti il silenzio della svogliatezza, della rassegnazione, ma era la determinazione di migliaia che stamattina hanno voluto congiungersi per la protesta. Una protesta, appunto “sociale”.

man 8Sì, perché a mettersi in piazza con la faccia di granito, c’erano gli operai dei Cobas, Usi, Cub, i precari senza partito, il popolo degli studenti, i senza casa del Movimento di Lotta per la Casa. Tre facce, un solo disagio: il Jobs Act come bersaglio, ma la contestazione vola alta sulle priorità della politica, sulla necessità delle riforme certo, ma che portino respiro a chi lavora e suda e magari non può più pagare affitto, la scuola ai figli, i denti che cadono e non si possono rimettere su. “Lavoro? – dice Angela, 42 anni, precaria da quando ne aveva 18 – lavoro? Magari il problema fosse che mi pagano poco. Sono andata avanti da sempre con contratti a termine, e davanti a me, non vedo altro che nero. Tanto più con quest’ultima riforma, che stabilizza sì, ma la disperazione”. “No, non è vero – interviene decisa Annalisa, poco più avanti, di poco piùà giovane, che si è girata ad ascoltare – il problema è anche di chi ce l’ha, il lavoro, come me, contratto a tempo indeterminato, pagata a a 3,5 euro l’ora”. Ma che fai? Chiediamo insieme, stupite. “Lavoro nella “cultura”. Mi occupo di estrapolare dati e comporre relazioni per una società privata (non vuole dire il nome). Alla fine del mese, rispetto a quanto lavoro, ho calcolato che prendo “puliti” tre euro e mezzo. All’ora”. Insomma, il problema appare molto più complesso di quanto le semplificazioni cui invariabilmente indulge la politica, mostra. Tant’è vero, come spiega Donatella, 48 anni e precaria della scuola, che il problema non è solo “trovare lavoro”, ma anche trovare qualcosa che sia davvero “lavoro” e non una forma molto simile alla schiavitù.

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Intanto, mentre si chiacchiera ai margini del corteo, ecco che s’arriva la momento dell’uno e trino, vale a dire al punto in cui i tre cortei si incontrano, verso Porta al Prato, fra via delle Porte Nuove e via Benedetto Marcello. Un solo, lungo serpentone che comincia a snodarsi bloccando i viali e procedendo verso la stazione, infatti, la chiusura sarà in piazza Bambini e Bambine di Beslan, passando davanti alla sede di Confindustria. Passando, la reazione della città sembra di accomodante accoglienza; fa quasi tenerezza la signora di un bar che sussurra al marito, vicino alla porta: “Stai pronto a chiudere”, quando il corteo, passando disciplinatamente ordinato dietro gli striscioni, neanche guarda verso le vetrine che incontra sulla strada. E perché poi? “Il corteo di oggi è un corteo sociale, che vuole raccogliere la voce di chi si confronta tutti i giorni con stipendi minimali e precarietà – a dirlo, un sindacalista che viene dalla provincia – e dunque aperto a tutti coloro che da questa situazione stanno ricevendo solo promesse e mazzate”.

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E gli studenti? Eccoli: non si sentono protagonisti di questa riforma, che “creerà scuole di serie A e di serie B, poco basandosi sul merito.” Il loro corteo da San Marco prosegue in Via Martelli; ci si ferma ogni tanto per ascoltare chi parla al microfono, chi interviene portando la propria storia di precariato e di ingiustizie. Davanti alla Prefettura alcuni ragazzi con il volto coperto si arrampicano sulle impalcature e appendono uno striscione per ricordare Rèmi, il giovane francese morto durante una manifestazione: “Assassino è chi ci protegge”, gridano i cori. Qualche fumogeno offusca l’aria. Davanti alla sede di GiovaniSì, in Via Panzani, piovono insulti per quello che è stato definito “il più grande strumento di sfruttamento”.Ci sono anche i professori a manifestare perché “la scuola è di tutti e gli studenti devono capire che gli insegnanti sono dalla loro parte in questa battaglia.”

Qualche faccia conosciuta c’è, dentro alla marea umana che sciama attraverso i viali. Parla Andrea Calò, Prci, in testa al corteo dietro il grande striscione rosso che lo apre: che senso ha, chiediamo, non rischia di apparire un po’ nostalgico un corteo di questo genere? “In realtà, è davvero il contrario – risponde Calò – questo corteo rappresenta l’Italia che non si rassegna, l’Italia che dice no, quella che propone l’alternativa: ridistribuzione della ricchezza, mutamento dei rapporti economici di produzione, semplificazione dei contratti”. Insomma, alla fine il tema di base è: no all’annullamento dei diritti, sì al loro allargamento a tutti. Ma è compatibile questo con l’attuale momento economico, fuor di metafora, con la crisi? “E’ una questione di priorità: se le risorse sono scarse, la politica deve scegliere dove investirle”. E qui risiede il punto, insomma. Maurizio Lampronti, presidente dell’Archivio del ’68 fiorentino, offre una lettura politica della manifestazione odierna: “La vedo come un tentativo di unità che tuttavia rimane “facile” a livello di corteo, mentre potrebbe essere molto più difficile su un piano di rivendicazione politica”. Anche se forse la necessità, in questo frangente storico, potrebbe giocare quel ruolo di spinta all’aggregazione sulla cui mancanza la sinistra “a sinistra del Pd” si è, come noto, ampiamente e vanamente dibattuta.

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Intanto, lentamente, il corteo procede. La gente “non molla”, come si potrebbe pensare soprattutto in conseguenza al fatto che moltissimi si trovano “in ballo” dalle 8 e mezza della mattina. E, nonostante la rabbia che cova, è così lucido e freddo da espellere con molta tranquillità un uomo che a un certo punto, davanti alla stazione, calatosi il cappuccio sul viso, tenta di entrare di forza dentro la folla con fare minaccioso. Niente, viene espulso senza colpo ferire. Si continua, ecco, c’è Confindustria. Sosta, un lungo commento, Bella Ciao e Resistenza. Si tira di lungo, qualcuno non risparmia 4 o 5 fumogeni tanto per fare rumore. Ancora, ormai siamo in vista dei viali, alla piazza davanti alla Fortezza da Basso in cui il corteo dovrebbe sciogliersi. Un brivido di tensione corre quando sembra che il corteo abbia intenzione di procedere sui viali oltre il percorso concordato: entra nel sottopasso, mentre un buon numero rimane sopra, sulla piazza. Poi, tutto finisce nel giardino della Fortezza. Mentre si smobilita, carabinieri, polizia e manifestanti con panini e bottiglie d’acqua, arriva la voce di due ragazzi che commentano: “Oggi eravamo in tanti” “Sì, ma soprattutto eravamo uniti”

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