energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Sconfitto all’Onu, Abu Mazen riparte dalla Corte dell’Aja Opinion leader

Pisa – Si è aperto un’anno politico con elevate criticità ed esito incerto, è quanto hanno confermato le ultime notizie del 2014. Se in Italia prendiamo definitivamente atto dalle sue dirette parole che il Presidente della Repubblica in carica è ormai dimissionario, in Palestina accolgono il 2015 con altre preoccupazioni. Per il presidente Abu Mazen le brutte notizie giungono dal Palazzo di Vetro molto prima della mezzanotte. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha respinto, non avendo raggiunto il quorum di 9 voti favorevoli, la proposta presentata dalla Giordania che prevedeva il riconoscimento della Palestina ed il ritiro d’Israele nei confini del ’67. Il confronto diplomatico è stato dall’esito incerto sino all’ultimo. Poi un voto indicativo, dove non pesano le critiche manifestate da USA e Australia, ma bensì l’astensione dei paesi africani, Nigeria e Rwanda, a far naufragare la proposta palestinese.

La decisione di New York rappresenta di fatto la prima bocciatura di una campagna internazionale per il riconoscimento unilaterale della Palestina dirompente tra l’opinione pubblica del vecchio continente, almeno per tutto il 2014. Suggellata, poche settimane fa, dal voto del Parlamento Europeo, con una larghissima maggioranza. Il 2014 lascia tuttavia l’amaro in bocca al successore di Arafat. La recente strategia politica indicata da Ramallah riceve uno stop dopo una successione di successi internazionali che hanno infastidito non poco il governo israeliano provocando ripetutamente l’ira del premier Netanyahu.

La bocciatura da parte della ristretta rappresentanza dell’Assemblea ONU, con voto palese per alzata di mano, assume un doppio valore politico: conferma la “supremazia” della diplomazia israeliana su quella palestinese, o meglio dire di quella statunitense e anglossassone su quella francese e cino-russa, ed esprime un giudizio negativo nei confronti della linea politica intrapresa dal presidente palestinese in questo ultimo anno. In effetti le modalità di presentazione della risoluzione avevano scatenato una serie di veti contrari sin dalle prime ore in cui la bozza era circolata, partendo dalle aspre critiche di Israele e USA, e poi soprattutto dal fatto che l’iniziativa non aveva unificato il campo palestinese: diviso proprio sulla necessità o meno di proporre un tale tipo di mozione. Hamas, ma non solo, aveva apertamente osteggiato la mossa di Abu Mazen, bollandola come sconsiderata e arrendevole. Oggi che la destra israeliana plaude al mancato riconoscimento da parte del Consiglio dell’ONU, Hamas tace.

Mentre Abu Mazen, alla vigilia del 2015 nel corso del discorso ai palestinesi, rilancia una nuova iniziativa. Fallito il tentativo di “convincere” l’ONU, peraltro con un piano dalla tempistica sbagliata, visto che tra pochi giorni è prevista la rotazione al Consiglio di Sicurezza dei paesi membri con l’ingresso di stati palesemente filo palestinesi come il Venezuela che avrebbe prefigurato una vittoria netta per il campo palestinese ma che ovviamente, avrebbe visto anche l’immediato e pesante veto statunitense. A quel punto ci sarebbe stata una rottura delle relazioni tra Ramallah e Washington, prefigurando l’eventualità di un taglio drastico dei finanziamenti. Ecco allora come possiamo capire le ragioni e spiegare il fallimento di qualsiasi progetto.

Comunque dal palazzo della Muqata Abu Mazen prende atto della sconfitta e corre alle contromisure. Firma in tutta fretta il trattato di Roma. Compie lo storico passo presentando l’adesione palestinese alla Corte Penale internazionale. L’obbiettivo dichiarato è di portare eventuali responsabilità israeliane davanti ai giudici. Una scelta quella di Abu Mazen dettata sia dal tentativo di non perdere visibilità politica che di lanciare, in tempi brevi, un nuovo messaggio di speranza per il suo popolo. Il valore dell’iniziativa di Abu Mazen è più morale che politico. Tanto che almeno per una volta in Israele la notizia della proposta palestinese non ha provocato nessuna reazione. A dimostrazione che i riflessi di una corte penale per i crimini di guerra non fanno paura, almeno per il 2015.

 

Enrico Catassi e Alfredo De Girolamo

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »