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Scuola: storia di Marco, come la burocrazia uccide le speranze Cronaca

Stamp ha raccolto una storia vissuta, che riguarda le spesso incomprensibili angherie cui deve sottostare il precario italiano, anche (e a volte a causa) dell’ingresso del Jobs Act. Per evitare spiacevoli inconvenienti, il protagonista della vicenda ha chiesto di restare anonimo. Ma, al contempo, ha voluto raccontare le sue peripezie addebitabili ai meccanismi della burocrazia nella pubblica amministrazione, affinché a nessun altro possa capitare quel che a lui è capitato. 

Firenze – Siamo ad aprile 2011. Il nostro eroe compila una semplice domanda per lavorare nella scuola. Si tratta della famigerata graduatoria del personale ATA di terza fascia. La compila inserendo, come richiesto dalla modulistica, le sue esperienze lavorative ed i suoi titoli di studio. Nella pagina dedicata ai titoli professionali, si possono barrare due caselle: determinato o indeterminato. Il protagonista della nostra vicenda ha lavorato per anni presso un pubblico Ateneo, ma con contratti di collaborazione. Decide di inserire comunque i suoi cococo e cocopro nella dichiarazione, specificando a chiare lettere che il suo lavoro si è svolto sì in forma determinata, ma come collaborazione.

La graduatoria del personale ATA ha durata triennale. Il nostro protagonista viene spesso chiamato a lavorare da alcune delle trenta scuole presso le quali ha fatto domanda, ma rifiuta in quanto già lavora presso l’Ateneo della sua città. Continua a lavorare all’Università ma, in una pausa fra un contatto e l’altro, accetta una supplenza come collaboratore scolastico per 15 giorni. Fin qui tutto bene: Marco – così lo chiameremo per il resto dell’articolo – fa il suo lavoro e viene regolarmente retribuito (anche se con lauto ritardo) per le prestazioni svolte.

Ad agosto 2013 esce la nuova domanda per le graduatorie di terza fascia del personale ATA per il triennio successivo: 2014-2017. Marco continua a lavorare all’Università, ma decide di ripresentare comunque domanda. Chissà, magari con un po’ di fortuna potrà trovare lavoro nella città della sua compagna che vede solo il fine settimana…

E siamo così ad ottobre 2015. Per effetto del jobs act, gli viene detto in Ateneo, il suo contratto non potrà essere rinnovato. La legge vieta nuovi cococo. Marco ha un contratto in scadenza a marzo 2016 e sta già iniziando ad intristirsi pensandosi disoccupato dopo tanti anni di lavoro. Quando ecco che arriva una telefonata inattesa. È una scuola, una piccola scuola proprio vicino a casa della sua ragazza. “Signor Marco – gli dicono dall’altra parte del cavo – è disponibile per una supplenza annuale come assistente amministrativo presso il nostro istituto?”.

Messo di fronte ad una simile opportunità, Marco non può rifiutare. Chiede un giorno di permesso in Ateneo e si reca il giorno seguente nella scuola che lo ha contattato. Gli viene offerto un posto fino a giugno 2016 in segreteria. Accetta con gioia l’incarico, chiedendo una settimana di tempo per i passaggi di consegne all’Università. “Da anni sono responsabile di due uffici – dice alla preside ed al capoufficio – e non me la sento di lasciare così, di punto in bianco”. La preside gli concede una settimana di tempo, ben felice di poter avere con lei una persona che arriva dall’Università. In tanto mare di incompetenza, dice lei, un ragazzo giovane e con tante referenze non fa che comodo. E poco più avanti, purtroppo, il povero Marco avrebbe provato in prima persona la veridicità di questo sconsolato verdetto della dirigente.

La settimana passa in fretta. Marco si dimette dal suo incarico all’Università e lascia, non senza lacrime, i suoi colleghi di lavoro.

Metà ottobre, la presa di servizio. Quindici giorni di felicità, finalmente assieme alla sua ragazza e con una nuova avventura di lavoro alle porte. Seppur a termine, l’incarico lo entusiasma da subito. Marco in poco tempo prende dimestichezza – in autonomia – con gli strumenti del mestiere. Cerca di rivoluzionare le stantie pratiche di una burocrazia invecchiata ed autoreferenziale con un po’ di sana e giovane inventiva. Inizia ad impratichirsi con i colleghi e gli insegnanti, creando nel nuovo ufficio quell’aria di cortesia e familiarità che lo aveva già contraddistinto nei suoi anni di lavoro all’Università.

Metà novembre, l’inizio della fine. Marco si reca a prendere un caffè con il temuto DSGA della scuola, che con lui è sempre stato cortese. Ad un certo punto, come nulla fosse, lo stesso DSGA lo informa, aggrottando le sopracciglia, che deve ancora essere effettuato il controllo del suo punteggio in graduatoria. Tornato in ufficio, gli vengono richiesti tutti i contratti avuti con l’Università e le copie dei titoli di studio. Senza troppi problemi, Marco li consegna il giorno seguente. E siamo al dunque.

Il DSGA spulcia e rispulcia delle carte. Poi sentenzia: i cococo e i cocopro non sono validi a fini di punteggio, pertanto la graduatoria va rivista. Marco ha un bel dire che si è licenziato da un altro lavoro e che, forse, il controllo andava fatto prima. Che ha chiesto anche una settimana di tempo per i passaggi di consegna e che, in quella, andavano effettuati. Che nella scorsa graduatoria gli erano stati calcolati i punti relativi al suo lavoro all’Università e che, per quello, aveva nuovamente presentato gli stessi titoli ed i nuovi di eguale natura. Nulla gli vale esporre le sue ragioni: anzi, viene egli stesso incaricato dal capoufficio di redigere il suo stesso decreto di rettifica del punteggio, di auto-annullare i suoi titoli. Estremo atto di zelo, forse, da parte del capoufficio che non lo aveva poi così troppo a genio.

E Marco svolge il suo compito senza fiatare. Redige il decreto. Annulla egli stesso il suo contratto. Fra le lacrime – nuove lacrime – saluta i nuovi colleghi d’ufficio con i quali era ormai in amicizia. E invia la mail con il suo decreto di rettifica a tutte le altre scuole presso le quali aveva presentato domanda.

Il nostro protagonista si trova così, dopo un mese terribile, a casa. Ha lasciato un lavoro che – al di là della poca stabilità – gli garantiva buone soddisfazioni. Ne ha dovuto lasciare un altro per una valutazione che non ritiene giusta. Si reca ad un patronato per domandare il sussidio di disoccupazione, ma la sua richiesta viene respinta. I cococo e i cocopro, gli continuano a dire da Inps e sindacati, non hanno valore alcuno.

Insomma, dopo tanti anni di lavoro, Marco non ha niente in mano. Solo quel poco che, risparmiando e risparmiando, è riuscito a mettersi da parte.

Ma la cosa più ridicola di tutta la vicenda, mi spiega Marco, ha ancora da venire. Ricordate che lo stesso Marco ha inviato a tutte le scuole la rettifica del suo punteggio? Ebbene, dopo quasi un mese dal licenziamento, una scuola lo chiama per una supplenza. Si sente sollevato, rinfrancato. Se non altro, non tutto è perduto – si dice. Il giorno seguente si reca alla scuola per prendere servizio. Ma al momento della firma del contratto si accorge che qualcosa non va. “Perdonatemi – dice all’impiegata della scuola – ma con quale punteggio mi avete chiamato?”. E Marco scopre che la scuola non ha rettificato il suo punteggio e che, se prendesse servizio, finirebbe per essere nuovamente licenziato.

Con la coda fra le gambe, esce dalla scuola. Quando ecco che squilla di nuovo il cellulare. “Sarebbe disponibile ad una supplenza?”, gli viene chiesto. “Ben volentieri”, risponde. E si mette in auto alla volta della nuova scuola. Anche qui, tuttavia, il problema è lo stesso. Anzi: “Rettifica di punteggio? Perché i punteggi vanno controllati?”, gli dice ingenuamente la segretaria.

Marco lascia, sconsolato, anche la seconda scuola. Ancora, dopo qualche mese dal suo licenziamento, riceve sovente chiamate dalle scuole per supplenze. Ed ancora è costretto, ogni volta, a chiedere a chi sta all’altro capo del telefono con quale punteggio venga convocato. Nonostante la rettifica, infatti, il suo punteggio resta invariato e qualora dovesse accettare, potrebbe andare incontro ad un nuovo licenziamento.

Ora, denuncia Marco, è degno di nota come il Ministero dell’Istruzione – che è anche dell’Università e della Ricerca – dapprima permetta agli Atenei di stipulare contratti di una data tipologia e, in seguito, non li riconosca esso stesso validi per lavorare nelle scuole. Il Miur, insomma, fa e disfà a suo piacimento e – sembrerebbe – senza alcun criterio che quello di guardarsi le spalle o sfruttare indiscriminatamente giovani persone che, pur di lavorare, sono costrette ad accettare qualsivoglia tipo di contratto.

Approfondendo le indagini di Marco, è poi emerso che i controlli dei punteggi delle graduatorie ATA andrebbero effettivamente fatti alla prima presa di servizio presso una scuola, ma che molte scuole – essendo spesso in tutt’altre faccende indaffarate – non se ne curano affatto. Ma c’è di più, denuncia Marco: il fatto che il suo punteggio in graduatoria non sia stato rettificato, dimostra che la gestione delle stesse graduatorie è in certo modo “frivola”. Vengono aggiornate qualora se ne abbia il tempo e senza alcun controllo a livello centrale. Le graduatorie ATA, infatti, sono affidate alle singole scuole, senza che il provveditorato abbia alcun controllo su di esse. E, alle volte, al semplice buonsenso o alla pedissequa interpretazione dell’impiegato particolare.

Sia come sia, la storia di Marco mette ben in evidenza come le graduatorie di terza fascia nascondano delle insidie che – volenti o nolenti – fanno sì che lo Stato, dietro la pretesa autotutela, spesso presti il destro a pratiche di cattiva burocrazia.  

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