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Se la felicità si fa pubblica, cresce il Paese Economia, Opinion leader

Intervista di Stamp a Stefano Bartolini, professore associato alla cattedra di economia politica dell'Università di Siena, autore di un libro che, edito nel 2010 da Donzelli, sta diventando un vero e proprio best-seller per quanto riguarda la proposta di una reale, convincente, ma soprattutto pratica e “possibile” alternativa al mondo del “pensiero unico” che ha prodotto la crisi in cui ci troviamo: “Manifesto per la felicità”, vale a dire, come ricostruire un sistema che è arrivato al suo punto di non ritorno. In un quadro che non sembra offrire alternative, la prospettiva di una felicità che si fa “pubblica”, sembrerebbe peccare di astrattezza e invenzione fantastica. Ma non è così, in quanto in tutta Europa la ricerca scientifica, statistica, economica, sociale ha da tempo ad oggetto proprio questo concetto: la felicità dell'Uomo, che non può essere disgiunta da quella delle Nazioni.

Professore, una prima domanda di prammatica: cos'è la felicità, e soprattutto, esiste e cos'è la felicità pubblica?
Il primo punto da fissare, parlando della felicità, del ruolo che riveste nella stessa crescita del Paese e delle persone che lo compongono, è quello della sua misurabilità: se finora la felicità umana era stata tema per poeti e filosofi, ora la ricerca scientifica ha dimostrato che si tratta di un concetto quantitativo in quanto misurabile. Mi spiego meglio: la felicità ha una misura soggettiva, che riguarda in buona sostanza le risposte della gente sulla vita, e una oggettiva, che è rilevabile a contrario: riguarda ad esempio l'incidenza in una società del suicidio, delle malattie mentali, della diffusione di droghe, alcolismo, ecc”.

Dunque, se si può dire che la felicità è un concetto quantificabile, si può anche “misurare” l'incidenza, nella sua composizione, di alcuni dati classicamente interpretati come “necessari” per la stessa: ad esempio, che ruolo ha il denaro?
Uno fra i risultati diventati più famosi di queste ricerche è la bassa incidenza che ha il denaro nella felicità individuale. In effetti, potendo oggi sapere cosa ci rende felici e cosa no, possiamo stabilire che l'elemento fondamentale per la felicità sono gli altri, che significa che la cosa più importante in assoluto è la qualità delle relazioni che si hanno con gli altri. L'infelicità attacca in modo preponderante chi si trova in solitudine e/o ha difficoltà relazionali. Del resto, la solitudine è una forma di deprivazione, vale a dire di povertà.

Si potrebbe perciò azzardare che la felicità è per forza pubblica, in quanto non può fare a meno degli altri ….
E' un'affermazione valida, dal momento che il ruolo di elemento fondante la felicità è proprio la qualità delle relazioni. E viceversa, riprendendo ciò che si diceva, la mancanza di relazioni è una forma di povertà, la prima porta che si apre sull'infelicità. Di seguito vengono altre povertà: quella di tempo, ad esempio, o di cultura. Tutte deprivazioni che impattano più della povertà che riguarda i soldi. Ci sono dei calcoli indicativi che sono stati fatti negli Usa su questa questione specifica, che hanno fatto emergere alcuni risultati sorprendenti: ad esempio, per compensare la solitudine e non farsene schiacciare, è necessario un reddito di 250 mila dollari all'anno. Mentre l'incidenza della povertà di denaro diventa incisiva per quanto riguarda i livelli più bassi: è essenziale, ad esempio, fino al famoso “reddito che ti permette di arrivare a fine mese”. Poi cessa.

Seguendo la logica, si potrebbe perciò arrivare a dire che istituire anche in Italia lo strumento del  reddito minimo garantito sarebbe già un bel passo avanti nel mettere in atto le fondamenta per la felicità pubblica, eliminando la preoccupazione dell' “arrivare a fine mese”.
Il reddito minimo garantito non è una scelta ideologica o ideale, ma molto pratica, tant'è vero che è  presente in quasi tutta Europa. E anche la questione della sua introduzione in Italia è eminentemente di natura pratica: vale a dire sconta la difficoltà tutta italiana di individuare con certezza chi ne ha veramente bisogno. Per il resto, si tratta di un ottimo punto di partenza, un'ottima base per la felicità

Andando sulla fattualità, parliamo di cosa dovrebbe fare in concreto uno Stato che prendesse la felicità pubblica a suo obiettivo e bussola di politica economica
La prima questione di cui dovrebbe occuparsi sono i media, o meglio, la pubblicità che veicolano, il marketing. Perché? La pubblicità è una cosa estremamente pericolosa: cambia valori, pensieri, relazioni. Promuove la cultura del consumo a unica e obbligata via di raggiungimento della felicità. La cultura del consumo si basa su alcune priorità: fare soldi, successo, avere consumi vistosi. Bassa priorità viene attribuita a relazioni, affetti, solidarietà, comportamenti “sociali”. Dà inoltre un'unica chiave di accesso alla felicità: comprare. Ci sono esperimenti incredibili sugli effetti del marketing: sui bambini ad esempio ha un impatto esplosivo, cambia loro la vita, il sistema di valori, e quel che è peggio in modo permanete. I pubblicitari inoltre sono perfettamente consapevoli di ciò, dal momento che il loro mestiere è far nascere bisogni nella gente, e finché questi bisogni non sono soddisfatti, si manifesta un disagio che diventa sociale. La cultura del consumo è distruttiva anche in un senso connesso a ciò che stiamo dicendo: l'ossessione dei soldi distrugge le relazioni, bruciando la prima mattonella della felicità, in quanto non ne riconosce il ruolo. Per dare alle relazioni l'importanza oggettiva che meritano, è necessaria un cultura che sia in grado di riconoscerne il valore. Alcuni passi sono stati fatti, in Europa, nella direzione di intervenire sui media per fronteggiare il marketing. In Svezia, ad esempio, è stata completamente vietata la pubblicità televisiva rivolta ai minori di 12 anni, la pubblicità dei giocattoli, per intenderci. Un esperimento fatto negli Usa ha dimostrato che bastano tre mesi di limitazione nella visione della televisione ai bambini, per far crollare le richieste di giocattoli del 70%.

Con quali metodi può intervenire, un'eventuale Stato che si basa sulla conquista e il mantenimento della felicità pubblica?
Ad esempio, mettendo una stra-tassazione sulla pubblicità, e limitandola soprattutto per quanto riguarda i minori, come in Svezia. Del resto, di limitazioni alla pubblicità rivolta all'infanzia si parla in tutta Europa, perché in Italia non se ne fa cenno?

Un altro punto per mettere le condizioni per far nascere e crescere la felicità?
L'organizzazione delle città. La piazza ad esempio, per 5mila anni è stata il punto di ritrovo della comunità cittadina. L'aggregazione sociale, infatti, avviene in spazi pubblici. Cosa succede invece nelle nostre città attualmente? Gli spazi privati prendono il sopravvento, divorando le spazialità pubbliche dedicate all'aggregazione. La spinta che ne deriva anche visivamente è lo spezzettamento del corpo sociale in individui-atomi, senza più alcuna relazione fra loro. Un altro tema importante su cui intervenire è il traffico, che distrugge la fruibilità degli spazi comuni, occupandoli sia fisicamente che con gli scarichi, l'inquinamento che ne deriva, il rumore e la pericolosità. Rimedio? Le città vanno totalmente pedonalizzate, con una quantità di mezzi pubblici fruibili per tutti, mentre i soli mezzi di trasporto tollerati sono le bici e i taxi. Capisco che può sembrare utopico, ma perché nelle città europee questo sta avvenendo o è già avvenuto? Del resto, una cosa è chiara: la coesistenza fra macchine e persone è impossibile. Bisogna scegliere avendo ben chiara la priorità. Per ora, ha sempre prevalso quella della macchina. Inoltre, le vittime principali di questo sistema di trasporti sono i bambini e gli anziani. Liberiamo le città dalle macchine e liberemo i bambini e gli anziani.

Quale può essere l'applicazione di questi principi nel mondo del lavoro?
Il lavoro negli ultimi trent'anni si è trasformato in fucina di malessere. L'impresa si è riorganizzata attorno ai seguenti punti: più pressione, più stress, più incentivi, più controlli, più conflitti, più concorrenza. Tutto ciò ha generato un malessere con andamento epidemico. E' famoso il caso, su cui si è aperto un grosso dibattito in Francia, di Telecom France, con la sua ondata di suicidi sul lavoro. Ebbene, i suicidi sono avvenuti dopo la ristrutturazione dell'azienda attuata secondo i punti esposti. Uno Stato che volesse assicurare la felicità dei suoi cittadini e dunque quella pubblica e quindi la crescita del benessere della comunità nazionale, dovrebbe agire in modo esattamente contrario. Esempi di queste azioni positive per la felicità esistono nel mondo del lavoro contemporaneo, ad esempio si può citare l'organizzazione del lavoro di Google. Intanto, la struttura produttiva si divide in piccoli gruppi, cui fa capo la responsabilità dell'agire. Quindi, non un individuo solo, ma l'intero piccolo gruppo di lavoro affronta la questione responsabilità. Inoltre, una quota (un quarto) della giornata lavorativa è dedicata alla realizzazione dei propri progetti, interni all'azienda ma di ideazione e sviluppo del gruppo. Ancora, la bellezza degli spazi, che è importante per la crescita delle persone e il loro benessere. Vogliamo dirla tutta? Sono i principi su cui si è basato Adriano Olivetti, in quella che può essere vista come una via italiana alla produzione, una grande intuizione in anticipazione sui tempi.

E la scuola?
Nel sistema in cui viviamo e che falsamente è spacciato come senza alternativa, l'unico possibile, la scuola non è altro che l'organizzazione dell'impresa applicata ai ragazzi. Il termine che è completamente escluso è partecipazione. I ragazzi non intervengono minimamente su cosa studiare, in che tempi, con che modalità, nella formazione dei programmi, tutto ciò produce un guasto irrimediabile, la distruzione del senso di responsabilità sulla propria formazione. Nella scuola si insegnano le relazioni umane, e la nostra insegna ad essere passivi con l'autorità e competitivi fra pari. Un modello sorpassato, obsoleto e inutile, che risale ai primi del '900, quando partì la scolarizzazione di massa e il principio era quello della “doma” di animali. Un sistema i cui principi sono cambiati molto poco, un progetto che risale a un secolo fa e che non ha più senso formativo.

Un altro grande dibattito che investe le società occidentali è la sanità pubblica.
Partiamo da un dato di fatto: la spesa sanitaria è fuori controllo in quasi tutti i paesi occidentali e cresce in maniera esponenziale. Ora, andiamo a controllare i risultati di questa spesa pazzesca: è aumentata la longevità? Sì. E la prospettiva di una vita sana? No. Il numero degli anni di vita sana di un individuo in Occidente è crollato negli ultimi 15 anni: per le donne, si parla di una perdita di 5 anni, per gli uomini di 3. Dunque, il risultato di questa spesa pazzesca è una schiera di malati cronici. Forse bisognerebbe chiedersi dove il sistema non funziona. Infatti, il dato che la spesa sanitaria influenza la felicità è certo e ovvio: ma è la vita sana a essere la prima priorità. Statisticamente, l'infelicità è la prima causa di stress cronico, crollo delle difese immunitarie, malattie cardio-vascolari, disturbi di alimentazione e sessuali. L'infelicità, in altre parole, costa. Costa in termini di spesa sanitaria e in termini di ordine pubblico.

Ma come si fa ad avviare quello che si prospetta come un vero e proprio rivolgimento dell'attuale assetto produttivo, economico e sociale, impiantato sul pilastro portante della felicità pubblica?
Il metodo esiste, e sono le riforme. Il sistema politico è decisivo per la felicità, perché racchiude il meccanismo per far cambiare l'assetto degli interessi. I sistemi politici occidentali in questo momento si sono trasformati da democrazie “inclusive” a sistemi “esclusivi”. Ci troviamo, secondo alcuni studiosi, in piena post-democrazia. Per controbattere a questo dato di fatto, il metodo è umanizzare l'economia e la società. Per fare questo in modo credibile serve un progetto concreto non utopico. Bisogna cercare di smettere di pensare, come tutto tende a indurci a fare, che questo sistema sia il solo, l'unico possibile, che non ci siano alternative. Bisogna fare attenzione, perché il pericolo maggiore è una deriva autocratica. In un certo senso, il grimaldello della felicità pubblica, intesa nel significato di somma delle felicità individuali che per essere ha bisogno degli altri, può diventare essenziale per  far scattare e modellare il cambiamento.

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Se la felicità si fa pubblica, cresce il Paese Economia

Intervista di Stamp a Stefano Bartolini, professore associato alla cattedra di economia politica dell'Università di Siena, autore di un libro che, edito nel 2010 da Donzelli, sta diventando un vero e proprio best-seller per quanto riguarda la proposta di una reale, convincente, ma soprattutto pratica e “possibile” alternativa al mondo del “pensiero unico” che ha prodotto la crisi in cui ci troviamo: “Manifesto per la felicità”, vale a dire, come ricostruire un sistema che è arrivato al suo punto di non ritorno. In un quadro che non sembra offrire alternative, la prospettiva di una felicità che si fa “pubblica”, sembrerebbe peccare di astrattezza e invenzione fantastica. Ma non è così, in quanto in tutta Europa la ricerca scientifica, statistica, economica, sociale ha da tempo ad oggetto proprio questo concetto: la felicità dell'Uomo, che non può essere disgiunta da quella delle Nazioni.

Professore, una prima domanda di prammatica: cos'è la felicità, e soprattutto, esiste e cos'è la felicità pubblica?
“Il primo punto da fissare, parlando della felicità, del ruolo che riveste nella stessa crescita del Paese e delle persone che lo compongono, è quello della sua misurabilità: se finora la felicità umana era stata tema per poeti e filosofi, ora la ricerca scientifica ha dimostrato che si tratta di un concetto quantitativo in quanto misurabile. Mi spiego meglio: la felicità ha una misura soggettiva, che riguarda in buona sostanza le risposte della gente sulla vita, e una oggettiva, che è rilevabile a contrario: riguarda ad esempio l'incidenza in una società del suicidio, delle malattie mentali, della diffusione di droghe, alcolismo, ecc”.

Dunque, se si può dire che la felicità è un concetto quantificabile, si può anche “misurare” l'incidenza, nella sua composizione, di alcuni dati classicamente interpretati come “necessari” per la stessa: ad esempio, che ruolo ha il denaro?
Uno fra i risultati diventati più famosi di queste ricerche è la bassa incidenza che ha il denaro nella felicità individuale. In effetti, potendo oggi sapere cosa ci rende felici e cosa no, possiamo stabilire che l'elemento fondamentale per la felicità sono gli altri, che significa che la cosa più importante in assoluto è la qualità delle relazioni che si hanno con gli altri. L'infelicità attacca in modo preponderante chi si trova in solitudine e/o ha difficoltà relazionali. Del resto, la solitudine è una forma di deprivazione, vale a dire di povertà.

Si potrebbe perciò azzardare che la felicità è per forza pubblica, in quanto non può fare a meno degli altri ….
E' un'affermazione valida, dal momento che il ruolo di elemento fondante la felicità è proprio la qualità delle relazioni. E viceversa, riprendendo ciò che si diceva, la mancanza di relazioni è una forma di povertà, la prima porta che si apre sull'infelicità. Di seguito vengono altre povertà: quella di tempo, ad esempio, o di cultura. Tutte deprivazioni che impattano più della povertà che riguarda i soldi. Ci sono dei calcoli indicativi che sono stati fatti negli Usa su questa questione specifica, che hanno fatto emergere alcuni risultati sorprendenti: ad esempio, per compensare la solitudine e non farsene schiacciare, è necessario un reddito di 250 mila dollari all'anno. Mentre l'incidenza della povertà di denaro diventa incisiva per quanto riguarda i livelli più bassi: è essenziale, ad esempio, fino al famoso “reddito che ti permette di arrivare a fine mese”. Poi cessa.

Seguendo la logica, si potrebbe perciò arrivare a dire che istituire anche in Italia lo strumento del  reddito minimo garantito sarebbe già un bel passo avanti nel mettere in atto le fondamenta per la felicità pubblica, eliminando la preoccupazione dell' “arrivare a fine mese”.
Il reddito minimo garantito non è una scelta ideologica o ideale, ma molto pratica, tant'è vero che è  presente in quasi tutta Europa. E anche la questione della sua introduzione in Italia è eminentemente di natura pratica: vale a dire sconta la difficoltà tutta italiana di individuare con certezza chi ne ha veramente bisogno. Per il resto, si tratta di un ottimo punto di partenza, un'ottima base per la felicità

Andando sulla fattualità, parliamo di cosa dovrebbe fare in concreto uno Stato che prendesse la felicità pubblica a suo obiettivo e bussola di politica economica
La prima questione di cui dovrebbe occuparsi sono i media, o meglio, la pubblicità che veicolano, il marketing. Perché? La pubblicità è una cosa estremamente pericolosa: cambia valori, pensieri, relazioni. Promuove la cultura del consumo a unica e obbligata via di raggiungimento della felicità. La cultura del consumo si basa su alcune priorità: fare soldi, successo, avere consumi vistosi. Bassa priorità viene attribuita a relazioni, affetti, solidarietà, comportamenti “sociali”. Dà inoltre un'unica chiave di accesso alla felicità: comprare. Ci sono esperimenti incredibili sugli effetti del marketing: sui bambini ad esempio ha un impatto esplosivo, cambia loro la vita, il sistema di valori, e quel che è peggio in modo permanete. I pubblicitari inoltre sono perfettamente consapevoli di ciò, dal momento che il loro mestiere è far nascere bisogni nella gente, e finché questi bisogni non sono soddisfatti, si manifesta un disagio che diventa sociale. La cultura del consumo è distruttiva anche in un senso connesso a ciò che stiamo dicendo: l'ossessione dei soldi distrugge le relazioni, bruciando la prima mattonella della felicità, in quanto non ne riconosce il ruolo. Per dare alle relazioni l'importanza oggettiva che meritano, è necessaria un cultura che sia in grado di riconoscerne il valore. Alcuni passi sono stati fatti, in Europa, nella direzione di intervenire sui media per fronteggiare il marketing. In Svezia, ad esempio, è stata completamente vietata la pubblicità televisiva rivolta ai minori di 12 anni, la pubblicità dei giocattoli, per intenderci. Un esperimento fatto negli Usa ha dimostrato che bastano tre mesi di limitazione nella visione della televisione ai bambini, per far crollare le richieste di giocattoli del 70%.

Con quali metodi può intervenire, un'eventuale Stato che si basa sulla conquista e il mantenimento della felicità pubblica?
Ad esempio, mettendo una stra-tassazione sulla pubblicità, e limitandola soprattutto per quanto riguarda i minori, come in Svezia. Del resto, di limitazioni alla pubblicità rivolta all'infanzia si parla in tutta Europa, perché in Italia non se ne fa cenno?

Un altro punto per mettere le condizioni per far nascere e crescere la felicità?
L'organizzazione delle città. La piazza ad esempio, per 5mila anni è stata il punto di ritrovo della comunità cittadina. L'aggregazione sociale, infatti, avviene in spazi pubblici. Cosa succede invece nelle nostre città attualmente? Gli spazi privati prendono il sopravvento, divorando le spazialità pubbliche dedicate all'aggregazione. La spinta che ne deriva anche visivamente è lo spezzettamento del corpo sociale in individui-atomi, senza più alcuna relazione fra loro. Un altro tema importante su cui intervenire è il traffico, che distrugge la fruibilità degli spazi comuni, occupandoli sia fisicamente che con gli scarichi, l'inquinamento che ne deriva, il rumore e la pericolosità. Rimedio? Le città vanno totalmente pedonalizzate, con una quantità di mezzi pubblici fruibili per tutti, mentre i soli mezzi di trasporto tollerati sono le bici e i taxi. Capisco che può sembrare utopico, ma perché nelle città europee questo sta avvenendo o è già avvenuto? Del resto, una cosa è chiara: la coesistenza fra macchine e persone è impossibile. Bisogna scegliere avendo ben chiara la priorità. Per ora, ha sempre prevalso quella della macchina. Inoltre, le vittime principali di questo sistema di trasporti sono i bambini e gli anziani. Liberiamo le città dalle macchine e liberemo i bambini e gli anziani.

Quale può essere l'applicazione di questi principi nel mondo del lavoro?
Il lavoro negli ultimi trent'anni si è trasformato in fucina di malessere. L'impresa si è riorganizzata attorno ai seguenti punti: più pressione, più stress, più incentivi, più controlli, più conflitti, più concorrenza. Tutto ciò ha generato un malessere con andamento epidemico. E' famoso il caso, su cui si è aperto un grosso dibattito in Francia, di Telecom France, con la sua ondata di suicidi sul lavoro. Ebbene, i suicidi sono avvenuti dopo la ristrutturazione dell'azienda attuata secondo i punti esposti. Uno Stato che volesse assicurare la felicità dei suoi cittadini e dunque quella pubblica e quindi la crescita del benessere della comunità nazionale, dovrebbe agire in modo esattamente contrario. Esempi di queste azioni positive per la felicità esistono nel mondo del lavoro contemporaneo, ad esempio si può citare l'organizzazione del lavoro di Google. Intanto, la struttura produttiva si divide in piccoli gruppi, cui fa capo la responsabilità dell'agire. Quindi, non un individuo solo, ma l'intero piccolo gruppo di lavoro affronta la questione responsabilità. Inoltre, una quota (un quarto) della giornata lavorativa è dedicata alla realizzazione dei propri progetti, interni all'azienda ma di ideazione e sviluppo del gruppo. Ancora, la bellezza degli spazi, che è importante per la crescita delle persone e il loro benessere. Vogliamo dirla tutta? Sono i principi su cui si è basato Adriano Olivetti, in quella che può essere vista come una via italiana alla produzione, una grande intuizione in anticipazione sui tempi.

E la scuola?
Nel sistema in cui viviamo e che falsamente è spacciato come senza alternativa, l'unico possibile, la scuola non è altro che l'organizzazione dell'impresa applicata ai ragazzi. Il termine che è completamente escluso è partecipazione. I ragazzi non intervengono minimamente su cosa studiare, in che tempi, con che modalità, nella formazione dei programmi, tutto ciò produce un guasto irrimediabile, la distruzione del senso di responsabilità sulla propria formazione. Nella scuola si insegnano le relazioni umane, e la nostra insegna ad essere passivi con l'autorità e competitivi fra pari. Un modello sorpassato, obsoleto e inutile, che risale ai primi del '900, quando partì la scolarizzazione di massa e il principio era quello della “doma” di animali. Un sistema i cui principi sono cambiati molto poco, un progetto che risale a un secolo fa e che non ha più senso formativo.

Un altro grande dibattito che investe le società occidentali è la sanità pubblica.
Partiamo da un dato di fatto: la spesa sanitaria è fuori controllo in quasi tutti i paesi occidentali e cresce in maniera esponenziale. Ora, andiamo a controllare i risultati di questa spesa pazzesca: è aumentata la longevità? Sì. E la prospettiva di una vita sana? No. Il numero degli anni di vita sana di un individuo in Occidente è crollato negli ultimi 15 anni: per le donne, si parla di una perdita di 5 anni, per gli uomini di 3. Dunque, il risultato di questa spesa pazzesca è una schiera di malati cronici. Forse bisognerebbe chiedersi dove il sistema non funziona. Infatti, il dato che la spesa sanitaria influenza la felicità è certo e ovvio: ma è la vita sana a essere la prima priorità. Statisticamente, l'infelicità è la prima causa di stress cronico, crollo delle difese immunitarie, malattie cardio-vascolari, disturbi di alimentazione e sessuali. L'infelicità, in altre parole, costa. Costa in termini di spesa sanitaria e in termini di ordine pubblico.

Ma come si fa ad avviare quello che si prospetta come un vero e proprio rivolgimento dell'attuale assetto produttivo, economico e sociale, impiantato sul pilastro portante della felicità pubblica?
Il metodo esiste, e sono le riforme. Il sistema politico è decisivo per la felicità, perché racchiude il meccanismo per far cambiare l'assetto degli interessi. I sistemi politici occidentali in questo momento si sono trasformati da democrazie “inclusive” a sistemi “esclusivi”. Ci troviamo, secondo alcuni studiosi, in piena post-democrazia. Per controbattere a questo dato di fatto, il metodo è umanizzare l'economia e la società. Per fare questo in modo credibile serve un progetto concreto non utopico. Bisogna cercare di smettere di pensare, come tutto tende a indurci a fare, che questo sistema sia il solo, l'unico possibile, che non ci siano alternative. Bisogna fare attenzione, perché il pericolo maggiore è una deriva autocratica. In un certo senso, il grimaldello della felicità pubblica, intesa nel significato di somma delle felicità individuali che per essere ha bisogno degli altri, può diventare essenziale per  far scattare e modellare il cambiamento.


 

 

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