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“Se nessuno sa dove sei”, Stamp intervista Laura Bonaiuti Cultura

Firenze – È uscito da poche settimane il primo libro della nostra collaboratrice Laura Bonaiuti, Se nessuno sa dove sei, romanzo di formazione (e di pura introspezione) che narra della crescita di Alba, una ragazzina di dieci anni, e del suo percorso verso l’età adulta attraverso la perdita, il dolore, la chiusura in se stessa e infine la catarsi che solo un incontro giusto può offrire. Edito da Piemme ai primi di maggio e subito presentato al Salone del Libro di Torino, il libro sta godendo di quel successo che raramente si cuce attorno ad un esordio. Ne abbiamo parlato con Laura, 22 anni, di Firenze, dove studia Media e Giornalismo. Giocando Stamp in casa, incontrarla e scambiare due parole con lei non è stato difficile.

 Laura, ti hanno intervistato tutti. Che ti chiedo, adesso, io?

 Mah.. quello che vuoi.

 Facciamo che non ti chiederò se il libro è autobiografico.

 Grazie, me lo hanno chiesto molte volte e no, il libro non è autobiografico.

 La storia è molto forte: Alba perde il padre in un incidente, viene “abbandonata” dalla madre che le preferisce la chiusura nel dolore per la perdita, ha una vita in salita. Aldilà della trama, tuttavia, devi conoscere per forza le emozioni che descrivi, se non altro per creare una dimensione narrativa coerente. Quanto c’è, allora, di tuo?

 È una storia che nasce da tante storie, quelle che ho sentito o che mi sono state raccontate negli anni. Conosco molte persone che vivono situazioni che finiscono per assorbirti. Quando mi sono trovata immersa nei problemi degli altri ho sentito il bisogno di buttarli fuori, modificandoli e creando una realtà inventata. Comunque, qualcosa di vero c’è. Io non sono Alba, la protagonista, ma conosco bene le emozioni che prova perché, semplicemente, le ho provate.

 Ad esempio?

 Il sentirmi inadeguata. Un’emozione che tutti, prima o poi nella vita, proviamo.

 Inadeguatezza, timore di non essere amati o riconosciuti tratteggiano il corpo del romanzo. Sono sensazioni che hanno influito anche sulla tua scrittura, prima d’ora?

 Sì, in parte. Finora, ad esempio, ho sempre scritto per me senza intenzioni di pubblicare. Anche questo libro è nato come un racconto che sarebbe rimasto nel cassetto, insieme a tanti altri scritti negli anni. Avevo bisogno di incoraggiamento, di approvazione. Seguire un corso di scrittura, in questo, mi ha aiutato moltissimo perché ho trovato la motivazione per andare avanti, oltre che alcuni consigli importanti, come la decisione di non ambientare la storia a Londra – come pensavo all’inizio – ma a Firenze, città che conosco. Tuttavia l’idea di pubblicare è nata col tempo. È stata a lungo una cosa che non immaginavo potesse accadere.

 Quando hai scritto il libro?

 Tre anni fa. All’inizio coglievo immagini qua e là che pensavo potessero star bene nel racconto. L’ho scritto in pochi mesi.

 Dopo cos’è successo?

 Non ho deciso di proporlo subito. L’idea è nata dal consiglio di una persona che conosceva Manuela La Ferla, editor indipendente fiorentina. Mi suggerì di contattarla e di farglielo leggere, e così ho fatto. Insieme abbiamo lavorato un po’ al testo, modificando alcune cose. Mi ha aiutata moltissimo, malgrado lei non lavori con esordienti. Alla fine, l’ho proposta ad alcune case editrici. Alcune hanno detto no e l’attesa è stata infinita.

 Poi, però, è finito sul tavolo di Piemme

 L’editor di Piemme si è innamorata del libro e mi ha chiamata a Milano. Sono andata piena di paure, timidissima, ma alla fine è arrivato il contratto. Prima di pubblicare, però, è passato un altro lunghissimo anno.

 Il fatto che ci siano case editrici alla chiara ricerca di esordienti può far pensare che, oltre al libro, si cerchi anche un autore o un’autrice con certe caratteristiche; in fondo quello che si vende è, nel complesso, un prodotto unico, una fusione tra libro e autore. È un impressione che hai avuto con Piemme?

 Direi di no, abbiamo sempre parlato solo del libro. È vero che una casa editrice vende un pacchetto che comprende anche l’autore, ma non mi sono mai sentita parte, in questo senso, del “prodotto”.

 Pubblicare con una case editrice dello spessore di Piemme, con una distribuzione in tutta Italia, è quello che si dice un esordio col botto, senza parlare del fatto che dieci giorni dopo l’uscita ti sei trovata al Salone di Torino. Pochi giorni fa, poi, il battesimo alla Ibs con Marco Vichi. Che mi dici dell’impatto emotivo?

 Sono stata contentissima, ma le presentazioni mi creavano ansia e paura di non essere all’altezza. Di Torino ricordo il caos e il meccanismo vorticoso di interviste e appuntamenti, ma alla fine tutto è andato bene, come anche a Firenze, e ho scoperto un lato di me che non conoscevo. Quando ho davanti un microfono e penso di non farcela, alla fine ce la faccio con naturalezza.

 Quindi, avanti tutta?

Continuerò a scrivere, ma in questo momento sono un po’ frastornata. Non immaginavo tutto questo clamore. Ho bisogno di ritrovarmi e di trovare una dimensione della scrittura che sia mia, una cosa intima.

Ma il calendario cosa dice?

Dice che a settembre presenterò “Se nessuno sa dove sei” alla Festa dell’Unità, qui a Firenze. Poi vedremo.

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