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Bimbo “scappato” da scuola, ancora amarezze e domande per la famiglia Cronaca

Firenze – D. non ha ancora sei anni, frequenta da un mese la prima elementare alla scuola “Colombo” di Via Corelli e nel pomeriggio di giovedì scorso ha varcato indisturbato il portone dell’edificio, tornando a casa da solo. Trecento metri per strada, sotto la pioggia, soltanto il grembiulino indosso, ha attraversato una trafficatissima Via Baracca e nessuno lo ha fermato. Giunto a destinazione si è seduto sullo zainetto e ha atteso il ritorno della mamma, che nel frattempo stava vivendo il peggiore degli incubi: arrivata a scuola per prendere i figli (D. ha una sorella più grande che frequenta la terza), il bambino non c’era. Sparito nel nulla, senza che nessuno se ne accorgesse. Non solo. Non c’era neanche la maestra, tenuta per legge a consegnare fino all’ultimo dei bambini ai genitori (o a chi per loro) prima di andarsene. La vicenda, ampiamente sviluppata dalla stampa degli ultimi giorni (è accaduta giovedì scorso)  ha visto – sì – il lieto fine (D. stava bene, nel frattempo era stato visto dal vicino e ospitato in casa di lui), ma non ha mancato di lasciarsi alle spalle una scia di amarezza, domande irrisolte e una denuncia penale.

Più che il fatto in sé – per quanto grave – è infatti la reazione della Colombo ad aver spinto i genitori del bambino nell’andare fino in fondo. Ne abbiamo parlato con la mamma di D., che ha ripercorso gli attimi infiniti in cui nessuno sapeva alcunché del figlio, soffermandosi sul trattamento ricevuto dal personale della scuola. “Appena ho capito che mio figlio non si trovava, ho iniziato a vivere un incubo che non auguro alla peggiore delle mamme. Ovviamente mi sono agitata ma per prima cosa mi hanno detto di non fare tanta confusione”. La telefonata che l’ha avvertita che D. stava bene e che era a casa non è arrivata che mezz’ora dopo. Prima di lasciare l’edificio e di mettersi a cercare il bambino nei paraggi la signora si è inoltre sentita chiedere se fosse sicura di aver portato D. a scuola, quel giorno. “Mi hanno trattato come una scema”. Nel frattempo il vicino di casa, un ragazzo di origini marocchine, dopo aver lasciato in custodia D. si è recato a scuola per chiedere notizie sul piccolo. “Anziché collaborare gli hanno risposto che non avevano perso nessun bambino”. Dell’insegnante, nessuna traccia. “Mi hanno detto che era lì da due giorni in sostituzione della maestra ma quando ho chiesto chi fosse mi hanno risposto che non lo sapevano e che non avevano neanche il suo numero di telefono. Alla fine sono riuscita a parlare con il vicepreside, che è riuscito a contattarla. Era in motorino. Per me, voleva chiamare un’ambulanza; non stavo per niente bene”. Invece dell’ambulanza sono arrivati i Carabinieri che, in seguito alla denuncia sporta, stanno adesso indagando sul fatto. “Tuttora non so chi sia la maestra. Non me l’hanno voluto dire”. Sospesa immediatamente dalla preside, la donna è stata invitata a dare spiegazioni sul suo operato. Rischia un periodo di sospensione ma, nel caso in cui il magistrato che segue l’indagine rilevasse gli estremi del reato di abbandono di minori, il provvedimento potrebbe trasformarsi in licenziamento per motivi di carattere disciplinare. “Mi ferisce molto il fatto che non si sia fatta viva. Se mi avesse cercata e avesse almeno chiesto scusa non avrei fatto denuncia; in fondo, tutti possono sbagliare. La verità è che non mi ha chiamato proprio nessuno”. Forse – stando alle parole della signora – la vicenda si sarebbe davvero chiusa giovedì stesso, con un grande spavento e poco più. Tuttavia, l’errore c’è stato. Riconosciuto immediatamente dalla preside Eda Bruni – che ha parlato di “fatto increscioso su cui prendere i necessari provvedimenti” – la piccola fuga di D. poteva facilmente degenerare in tragedia. Appare quindi non proprio opportuna la precisazione della stessa preside “Il bambino, va detto, è un po’ discolo”. D. sarà anche vivace, ma ha cinque anni e dieci mesi e a quell’età basta veder passare un palloncino per imboccare un portone. “Meno male che è sveglio! Se non lo fosse stato poteva finire sotto una macchina”. Il fatto che nessuno l’abbia visto né fermato all’interno delle mura scolastiche è, appunto, grave.

Perché, allora, tanta cautela da parte della Colombo nel plaudere al lieto fine con tante scuse? La reazione, si può supporre, paga forse il pegno allo stile della “querela facile” che, ormai da anni, ha visto le presunte ragioni dei genitori o degli alunni soverchiare quella degli insegnanti, lo stesso stile che ha ribaltato i piani e i ruoli, relegando nell’angolo della colpa il docente esigente e in quello dell’impunità totale ragazzi oltremodo viziati. Ma in questo caso parliamo di un bambino di prima elementare e di una falla dei criteri di sorveglianza palesemente slabbrata. Forse un po’ di buon senso era la via migliore. Del resto, come ha detto la mamma di D. che, assistita dall’avvocato Francesco Del Pasqua attende gli sviluppi dell’indagine, “dal giorno dopo, tutto è improvvisamente cambiato. All’uscita di scuola i bambini erano per mano, ordinati, con la maestra. Anziché uscire, i bambini sono rimasti all’interno e noi mamme siamo entrate quasi una ad una. Mio figlio, guarda un po’, era il primo della fila. In un’altra occasione, invece, mio marito distante pochi metri dall’ingresso della scuola – se l’è visto consegnare da una ragazza a cui era stato lasciato, senza parlare di quello che è successo giovedì”. Il correttivo degli ultimi giorni parla da solo sull’attenzione che vigeva prima. Resta la curiosità su cosa abbia spinto D. ad andarsene prima dell’arrivo della mamma. Via Baracca l’ha attraversata perché è sveglio. «Gli ho chiesto come sia tornato a casa. Mi ha risposto “Mamma, me l’hai detto tu: quando è verde si passa, quando è rosso si sta fermi”». Voilà.

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