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Sergio Caruso, studioso mite e discreto a cavallo delle culture Opinion leader

Firenze – Sergio Caruso è stato una figura discreta ma molto presente nella vita culturale della Firenze degli ultimi decenni. Innanzitutto era uno dei rari esempi rimasti di “uomo del Rinascimento”, capace cioè di discutere e scrivere con eguale competenza sia di tematiche umanistiche che scientifiche e di frequentare la letteratura critica nelle principali lingue moderne: la filosofia, la storia delle idee, l’economia, ma anche la biologia e la medicina, legate alla sua seconda identità professionale di psicoanalista.

Diceva di preferire leggere (cosa che faceva con rigogliosa avidità) piuttosto che scrivere: ma quando scriveva lo faceva con una nitidezza “democratica”, venata della prosa fiorentina delle riviste novecentesche, spesso punteggiata di espressività colloquiale, che riusciva a comunicare in modo piano concetti e ricostruzioni storiche spesso assai complicate.

Fu prima – fra anni Settanta e Novanta – ricercatore e docente di Storia del pensiero politico al Cesare Alfieri, dove si era laureato con Antonio Zanfarino con una lunghissima tesi sulla filosofia del diritto di Marx, che meditava sempre di riprendere e pubblicare. Dopo aver dato alla storia delle dottrine politiche, oltre agli studi ad esempio su Spengler e su Adam Smith, la più importante opera italiana su John Selden (La miglior legge del regno, 2001), gradualmente è passato sempre più a dedicarsi all’insegnamento della filosofia politica e in particolare della “filosofia delle scienze sociali”, disciplina che gli consentiva di meglio coniugare i suoi interessi politico-sociali con quelli di psicologia.

Dal punto di vista della filosofia sociale e della psiche il suo riferimento per molti anni fu Erich Fromm, da cui aveva ereditato la tensione a mettere al centro del processo di liberazione umana, individuale e collettiva, anche il fattore psicologico, ch’egli riteneva dovesse integrare il modello analitico marxiano come ulteriore forma di produzione. Nel campo della filosofia politica il suo principale “maestro ideale” fu però Michael Walzer e il libro più amato il classico Sfere di giustizia. Uno dei suoi suoi libri più fortunati Homo oeconomicus (2012) e poi il successivo Per una nuova filosofia della cittadinanza (2014) erano infatti basati sull’idea che nella società contemporanea il problema non è tanto abolire il potere o livellarne la quota da riservare ai soggetti, bensì trovare i dispositivi per impedire che il potere esercitato legittimamente in una determinata sfera della vita non diventi la leva per esercitarlo anche in altre.

L’esercizio del potere non era del resto congeniale a Sergio Caruso. Studioso del narcisismo e delle sue conseguenze negative sulla società degli individui e nella relazioni umane, fu un esempio di accademico e di studioso estraneo al personalismo e alla prevaricazione, convinto che il lavoro svolto con discrezione e pazienza avrebbe lasciato i suoi segni più duraturi.

Un uomo mite ma anche forte e pieno di vitalità creativa, come ha dimostrato nella sua vita ricca di multiformi esperienze culturali e associative e nelle ultime fasi della sua malattia, vissuta con sapiente e ironica consapevolezza, conservando fino all’ultimo l’orizzonte progettuale e la curiosità intellettuale che è sempre stata una nota saliente della sua esistenza.

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