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Ma servono davvero le elezioni per rimettere a posto questo Paese? Opinion leader

Basta con l'attenzione spasmodica ai problemi di “quadratura” del Bilancio Pubblico. Il primo obiettivo è lo Sviluppo. Che ovviamente deve essere tecnologicamente avanzato, innovativo, sostenibile e creatore di tanti, e buoni, posti di lavoro.
Basta con la protezione e la tutela dei ceti più ricchi. Dobbiamo redistribuire la ricchezza del paese. E spostare quella massa ingente di Patrimonio che sta nelle mani di appena il 10% della popolazione per farla arrivare, in qualche modo, nella disponibilità della restante parte del paese. Magari liberando il 90% di una parte delle tasse esose create negli ultimi tempi per il riequilibrio “forzoso e tempestivo”  del Bilancio.

Basta infine con l'attacco forsennato e eccessivamente duro al modello di welfare italiano che, pur fra le tante pecche e i tanti sprechi diffusi, è stato ed è tutt'ora un sistema inclusivo ed egualitario che non deve essere smantellato. Ma al massimo reso più efficiente, più ordinato e innovativo e , forse in alcune parti, ampliato e diffuso verso nuovi bisogni e nuove fasce sociali.
Che dire. Questi tre punti sono in effetti il “programma di massima” di un serio Governo di centrosinistra. E, se ben approfonditi, articolati e completati con le innumerevoli proposte di contenuto e di strumenti di attuazione necessarie a passare dal “libro dei sogni” all'agenda politica di governo” potrebbero incontrare veramente la domanda maggioritaria che viene dal paese.

E' un paese infatti che ha “voglia di sviluppo”. Dopo tanta stasi e depressione, e dopo anche alcuni fallaci tentativi di far passare a sinistra l'idea che “decrescere è bello”, penso che la “molla” del riscatto, del risveglio degli “spiriti più attivi”,  sia caricata al punto giusto. Occorre soltanto liberarla dai tanti vincoli legislativi, culturali e finanziari che la bloccano, per vederla di nuovo spingere in avanti il paese.

E' vero che non è più il tempo del “garzone” che si fa “padrone” lavorando nella bottega o nel laboratorio artigiano. E' vero che la competizione a scala globale richiede imprese e tecnologie non più alla portata dei piccoli imprenditori. E' vero che nei settori maturi c'è declino mentre in quelli avanzati non c'è, nel paese, né esperienza né capacità diffusa. Ma non si può pensare che un paese che vantava il più alto tasso di imprenditorialità dell'Occidente, non sia più in grado, oggi nelle nuove condizioni competitive, di scrollarsi di dosso l'apatia e la depressione.

Inoltre è un paese che ha voglia, una maledetta e a volte spropositata anche se giustificata, voglia di giustizia sociale e di equità. La sperequazione della ricchezza è elevata e per di più non sempre legittimata da capacità professionali e imprenditoriali. Troppo spesso i comportamenti illeciti, illegittimi e finanche malavitosi hanno creato ricchi e riccastri che offendono il “senso di giustizia” del resto della popolazione sia per il differenziale “in sè” sia per il modo con cui questo differenziale è stato creato. E qui occorre intervenire. Il senso di giustizia non può riguardare solo i privilegi creati nel “mondo della politica” (che vanno eliminati!) ma anche tutto il resto della “distribuzione di ricchezza” che riguarda il mondo degli affari privati. Sia quelli leciti e sia,ancora di più e con più forza, quelli che si svolgono e si sono svolti “fuori dalle regole”.

Infine questo è un paese che “tiene” al proprio modello di welfare. Rendiamolo più efficiente, meno dissipativo, facciamo le innovazioni necessarie e rivediamo gli sprechi. Ma l'idea originaria che sta alla base del welfare state classico e cioè  “ che Agnelli usava lo stesso ospedale del suo operaio” , deve rimanere ed essere rafforzata. La scuola, la sanità, il trasporto e tante altre funzioni di base non possono essere appannaggio dei più ricchi ed essere invece un “miraggio” per i più poveri. Sulla gestione dei servizi si può discutere (non sempre il miglior risultato si raggiunge con la gestione pubblica) ma la “disponibilità” di questi servizi deve essere regolata da processi e logiche pubbliche (a ciascuno secondo il suo bisogno) e non da meccanismi di tipo privatistico (a ciascuno secondo le sue disponibilità).

Per raggiungere questi obiettivi, dentro una non eludibile condizione di messa in sicurezza dei conti pubblici (che non è una variabile in discussione, pena l'uscita dell'Italia dal novero dei paesi sviluppati), occorre andare a nuove elezioni? Oppure il Governo Monti, l'attuale Governo Monti,  può dare un valido contributo per avvicinarsi a questi obiettivi?

Che dire? E' certo che l'attuale Governo ha dei limiti rilevanti a causa della composizione della sua maggioranza parlamentare. La maggioranza che lo sorregge ha una forte connotazione di centro-destra che impedisce di lavorare, anche con provvedimenti più “leggeri”, in particolare con riferimento agli obiettivi della maggiore eguaglianza nella distribuzione delle ricchezze e del consolidamento, rinnovamento, del welfare state. Sono temi che in tutta Europa, e nel Mondo, la destra minimizza. Disconosce come rilevanti. E diventa difficile trovare una “via comune” di intervento. Ed anche sullo sviluppo, che pur potrebbe  essere un obiettivo “by partisan”, le cose non vanno meglio: è difficile infatti tenere assieme Keynes con Hayek. E quindi, vince e stravince in Europa, la “visione burocratica”, un po' ragionieristica, della ripresa economica. Prima rimettiamo a posto i conti e poi il resto verrà “da sè”!

Ma il risultato elettorale potrebbe migliorare questa condizione? Dipende. Potrebbe vincere la vecchia maggioranza di centro-destra rivisitata e rimbellettata ma drammaticamente uguale a sé stessa con il “vecchio, e decrepito, leader” al comando. E, è prevedibile, con gli stessi risultati. Potrebbe vincere un cetrosinistra “Vastiano”. Con che effetti? Con una forte capacità di porre in Agenda i tre obiettivi strategici, con una forte rimozione della condizione ineludibile della messa in sicurezza dei conti ed infine con una molto probabile incapacità di portare avanti proposte credibili, efficaci e tempestive per il superamento dei problemi strutturali. Occorre allora andare fuori da questo schema tradizionalmente “bipolare”. E prevedere una strategia che sia in grado far continuare l'opera del Governo Monti ma con una maggioranza modificata. Cioè un Governo Monti senza la “zavorra” del centrodestra potrebbe porsi di fronte ai tre obiettivi strategici in maniera più efficace e più coerente con le proposte di un centrosinistra riformista sicuramente maggioritario nel paese.

Quindi, le elezioni non sono di per sé uno strumento di risoluzione dei problemi del paese. E non sono neppure un elemento che potrebbe rendere più incisiva la capacità di uscita dalla crisi. Un risultato elettorale di “rottura” rispetto all'esperienza attuale del Governo tecnico potrebbe essere addirittura rischiosa. Il cammino futuro dell'Italia è purtroppo, per colpa di quanti hanno governato il paese almeno negli ultimi venti anni (mettendo in “prescrizione” le fasi precedenti), iscritto in un sentiero molto stretto e molto impervio. La continuità del governo Monti, corretto dalla discontinuità della sua maggioranza parlamentare, rappresenta l'unica possibilità per superare con successo le difficoltà di questo sentiero. 

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