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Sesto Fiorentino, viaggio nella Sinistra che vince Politica

Sesto Fiorentino (Firenze) – Viaggio a Sesto, dove la sinistra vince. Anzi, l’unico luogo in Toscana, dove  vince, e lo fa contro il Pd. La curiosità è inevitabile: come è stata costruita la vittoria, come è stato gestito il percorso, che ha visto una svolta clamorosa a partire dalla famosa espulsione degli “Otto” responsabili della caduta della giunta Biagiotti, dal Pd. Una vicenda istruttiva per molti versi, dal momento che la maggior parte delle “fuoriuscite” dal partito a maggioranza renziana erano spesso finite, finora e perlomeno in Toscana, nella creazione di liste o movimenti che alla prova di forza, vale a dire nello scontro diretto col Partito, non reggevano l’urto. L’esempio di Sesto invece si è rivelato capace di produrre una vittoria senza ombre (65% al candidato Falchi) lasciando al palo proprio “l’uomo del Partito”. In primo piano, la capacità del gruppo di agganciarsi da un lato, e attrarre dall’altro, un consenso popolare che alla fine ha “convinto” anche l’altro grande polo della sinistra “movimentista” (al primo turno presentatasi a parte) che fa capo a Maurizio Quercioli, a far conlfuire i suoi voti, una volta giunti al ballottaggio, sul candidato Falchi. Dirimpetto, un Pd che tuttavia aveva già inanellato una serie di errori presenti persino nella strategia finale, che ha dato l’impressione di essere quasi offensiva per un elettorato, quello sestese, che possiede come vedremo una solida tradizione politica.

Il primo elemento che emerge, è che nella sinistra sestese che ha partorito la candidatura di Lorenzo Falchi, non si parla di leader, ma di gruppo. Stupefacente, per certi versi, dal momento che da decenni la storia politica italiana, sulla falsariga di quella europea, ci ha abituati a leggere i fenomeni politici con l’identificazione di un leader. Esiste in fatti il renzismo, come c’era stato il berlusconismo, e tutto sommato le categorie politiche vengono semplificate con formule del tipo “antirenziano”, o “berlusconiano della prima (o dela seconda, o della terza) ora”. La prima cosa che invece Sesto offre è il gruppo, lo staff. Lo stesso Falchi, che è molto popolare fra i sestesi, è vissuto come espressione di una scelta collettiva e soprattutto, pubblica. Insomma non è l’uomo deciso nel chiuso delle stanze, e neppure col ricorso a plebisciti elettorali, ma appartiene alla “piazza”. Una scelta fatta “in pubblico” che ha “responsabilizzato” l’elettorato una volta giunti all’urna.

Per ricostruire il processo politico che ha portato alla vittoria della sinistra a Sesto, ci siamo rivolti agli esponenti di due gruppi che sono stati, in buona sostanza, i motori della performance: il presidente di “Per Sesto” Damiano Sforzi e Diana Kapo, una degli “Otto”.

Mentre le vicende degli “Otto” sono piuttosto note (oltre a Diana Kapo, Antonio Sacconi, Giulio Mariani, Laura Busato, Gabriella Bruschi, Maurizio Ulivo Soldi, Aurelio Stera e Andrea Guarducci, che nel luglio scorso prima proposero e poi votarono la mozione di sfiducia che costrinse l’allora sindaco renziano Sara Biagiotti a lasciare e che furono espulsi dalla commissione di garanzia del Pd metropolitano di Firenze, con tre voti favorevoli e due contrari, con la motivazione di “gravità del comportamento dei consiglieri” che hanno creato “un danno all’immagine del Pd”), interessante è la vicenda di “Per Sesto”. Fondata il 12 novembre 2015 come associazione culturale e politica, nasce proprio in contrapposizione ai “balletti” del palazzo. Come spiega il suo presidente, Damiano Sforzi (con un passato nel Pd ) si tratta di mettere in atto un metodo “alternativo” di praticare la politica: sul territorio, utilizzando quello che una volta si chiamava “radicamento sul territorio”: il contatto con la gente che rende l’organizzazione un catalizzatore naturale delle istanze della collettività. E l’associazione si trova a svolgere, nella tempesta che travolge il Pd, un ruolo di collegamento fra gli “Otto” e buona parte di quell’area che dal Pd renzian-biagiottiano ha preso le distanze sin dagli inizi.

Il prodromo della “svolta” trova dunque il suo apice nella ribellione degli Otto. “Ribellione” che nasce, come spiega Diana Kapo, dal cambiamento impresso dall’ex-sindaca “rispetto agli impegni presi in campagna elettorale, politici e amministrativi. L’atteggiamento della giunta è di assoluta chiusura”. Chiusura sulle grandi questioni della Piana, dall’inceneritore all’aeroporto. La vicenda, come tutti sanno si conclude con questi numeri: 21 votanti, 5 contrari alla mozione di sfiducia, 16 a favore. Biagiotti a casa, entra in scena il commissario. “Non si è capito che il sindaco non aveva la maggioranza”, spiega Sforzi. Lo dicono i numeri: alla resa dei conti, sono solo 5 i voti a favore del sindaco. A votare contro, 13 consiglieri della sua maggioranza: 8 consiglieri del Pd (la maggioranza del gruppo, che ne conta 14), 4 di Sel e un ex M5S entrato nel gruppo misto.

In tutto ciò, gioca un ruolo importante, prosegue Sforzi, anche lo sfondo romano. E’ il periodo di Marino e della sua estromissione. In quel caso, lo stesso Pd che a Sesto sbatte fuori (su richiesta della stessa ex-sindaca) gli Otto reprobi, si fa avanti e sconfessa il “suo” sindaco, allontanandolo. Modalità diversa, però, come fa notare il presidente di Per Sesto: si va dal notaio, non in piazza. E questo è un punto importante per la nostra storia, perché se da un lato i protagonisti sono i politici, dall’altro c’è un grande soggetto che a Sesto non viene tenuto mai fuori dalla porta, e se lo si fa, si paga pegno: ed è il suo popolo. Basti pensare che l’assemblea popolare prima della mozione di sfiducia vide la presenza di 400 persone, fino all’assemblea del 14 giugno, antesignana dell’elezione di Falchi, dibattito pubblico dei candidati a Querceto, con la gente che protestava per essere rimasta fuori dalla sala. Intervenuti anche una trentina di agenti per evitare surriscaldamenti dell’atmosfera.

Dopo aver constatato che ogni tipo di “confronto viene vanificato, e che Becattini (il commissario inviato dal Pd ndr) occupa manu militari il partito”, prosegue Sforzi, i fuoriusciti (tra cui il capogruppo del Pd sestese Giulio Mariani e la segretaria Camilla Sanquerin, entrambi dimissionari, mentre circa cento iscritti al Pd lasciano la tessera) decidono di non lasciar perdere. “Il pensiero è stato: noi abbiamo ancora qualcosa da dire – dice Sforzi – soprattutto, abbiamo una credibilità costruita nel tempo, competenze. Le tantissime iniziative messe in atto con l’associazione Per Sesto fanno il pieno. Ci si muove sul passaparola, frugandoci in tasca”.

L’operazione collettiva, che parte dal basso, funziona fin dall’inizio: 200 persone alla cena di novembre scorso, in piazza a Colonnata 400. Il gruppo che fonde Per Sesto e i fuoriusciti gode del favore popolare. Cresce insieme alla gente che arriva, con un’operazione che si concretizza come “alternativa” alla politica finora espressa dal Pd, che ha avuto il suo culmine nella figura di Sara Biagiotti, candidatura decisa, pare, anche contro le sue stesse aspirazioni. Non ci sono leader, c’è il gruppo. E come gruppo ci si presenta al popolo sestese. Un’operazione opposta e speculare, politicamente, rispetto alla ricerca spasmodica del leader. Commenta un cittadino che è presente all’intervista: “La sinistra non può scimmiottare la destra nella ricerca dell’uomo solo al potere. Quella roba lì non siamo noi”.

12 novembre 2015 colonnata

Intanto, fra dicembre e gennaio scorsi, si comincia a porre il problema delle elezioni. Sinistra Italiana, pur piano piano, comincia a prendere forma. “C’è anche un altro grande polo a sinistra – spiega Sforzi – vale a dire il gruppo rappresentato da Maurizio Quercioli. Cominciano i tentativi di avvicinamento e colloquio, ma ci si arena su un punto: il metodo di selezione del candidato”.

Modalità di selezione che deve corrispondere a due requisiti, anche se comporta sacrifici politici: dev’essere democratico e partecipato, “niente segrete stanze, niente scelte nel chiuso di un gruppo ristretto”. Si mettono a tavolino, e anche con una certa “generosità politica, emerge il nome di Lorenzo Falchi”. La sinistra si presenta così divisa in due tronconi, ma il raggiungimento del ballottaggio la porta a far confluire i voti sul candidato Falchi. E il resto è storia.

“Ciò che non ha pagato – è la lettura di Diana Kapo – è stato l’atteggiamento ambiguo del Pd, che non ha mai preso posizione chiara sulla città e sui temi della Piana. Secondo passo falso, trovare, negli Otto, il “nemico”, i cattivi. Ora si passa al fatto che gli elettori “non hanno capito”. Ma se gli elettori non hanno capito, allora bisognerebbe farsi qualche esame di coscienza”. Di converso, “ciò che ha pagato” – dice ancora Kapo – è il metterci la faccia, ricostruire sapendo di fare la cosa giusta. Abbiamo ricompattato un tessuto sociale disperso dal Pd. Non ci siamo curati dei sondaggi, i nostri sondaggi erano lo stare sul territorio”. Aggiunge Damiano Sforzi: “Basta guardare i numeri: nel 2014 il Pd contribuì all’elezione di Sara Biagiotti con il 48,49%; nel 2016, è sceso al 28,7%”.

Se la particolarità dell’esperienza di Sesto è senz’altro quella di non avere un leader, ma un gruppo-leader, di prendere decisioni non in solitaria ma con una consultazione “collettiva”, in netta controtendenza con ciò che sta succedendo nella politica italiana (escludendo per certi versi il M5S, che tuttavia ha dinamiche ancora diverse) la domanda successiva è: si tratta di un modello esportabile?

“Secondo me no – dice Sforzi – perché è il risultato di una combinazione di elementi troppo precipui del territorio. Intanto, gli errori del Pd: si va dall’incapacità del gruppo dirigente di scegliere le candidature, al prendere posizioni sbagliate rispetto a quelle storiche su temi fondamentali come l’aeroporto e l’inceneritore. Riguardo a quest’ultimo, infatti, il progetto del 2006 era totalmente diverso rispetto a quanto si prospetta oggi. Non solo: sull’aeroporto non si parlava che di piccoli aggiustamenti, non certo del progetto odierno”. Due opere, insieme, impattanti in modo devastante per il territorio. Cambiamenti in corso d’opera, che, come a suo tempo l’ex-sindaco Gianni Gianassi, non possono che portare, secondo il gruppo della Sinistra sestese (unita su questi punti) a un no deciso in entrambe le ipotesi. Pena la saturazione di un territorio già penalizzato dalla cementificazione (scuola dei marescialli docet). Una rete di interessi che, sconfinando nella piana campigiana, porta a sovrapposizioni fra interessi aeroportuali che fanno capo a Toscana Aeroporti (in cui figura apicale è Marco Carrai) e aree appetibili per la costruzione dell’inceneritore. Da non dimenticare che nel 2005, l’accordo che Renzi sottoscrisse con l’allora sindaco di Sesto Gianassi, eletto col 74% dei voti, prevedeva la costruzione di un inceneritore mitigato dalla creazione di un bosco di 35 ettari, oltre alla trasformazione di una grande area agricola a sud dell’abitato, in un parco vincolato e protetto, area che sarebbe in gran parte divorata dall’espansione aeroportuale.

Un serie di errori in cui si consuma l’altra grande tragedia del Pd, avere perso il “polso” dei territori. Ma su Sesto, e sulla sua irripetibilità gioca anche altro. Una tradizione di partecipazione popolare e progressista che ha le sue radici nello scorcio dell’800. Lo ricorda il presidente di Per Sesto, Sforzi, che conclude: “Nel 1899 il sindacalista Pilade Biondi vince contro il repubblicano Guido Parigi Bini, in un territorio dominato economicamente dal Marchese Ginori, trasformando Sesto Fiorentino nel secondo comune socialista d’Italia (dopo Colle Val d’Elsa, ndr). Forse qualcuno non ha studiato bene, o non abbastanza”. Altro che “quartierino” di Firenze.

Foto interna: www.persesto.it

 

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