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Seves, fra gli operai che aspettano di conoscere il loro futuro Economia

È stata un'altra giornata di ordinaria incertezza per Piero, Lino, Matteo e Miriam, lavoratori della Seves, l'industria fiorentina del vetro cemento che rischia lo spegnimento del forno e la cassa integrazione per 97 dipendenti su 107. La giornata è iniziata con un incontro con il sindaco Matteo Renzi, che solo alcuni giorni fa aveva ricordato l'impegno del Comune per fronteggiare questa ennesima crisi aziendale, ed è proseguita con un (ulteriore) tavolo di confronto tra sindacati, assessore regionale all'economia Gianfranco Simoncini e la proprietà, conclusosi con un rinvio di altre 48 ore per cercare una soluzione alternativa. Un'attesa quindi, quella dei lavoratori, fatta di infiniti rinvii e di poche certezze, che ha inizio a novembre, con l'annuncio del gruppo Seves di spegnere il forno per ridurre i costi di produzione, vista la dichiarata mancanza di liquidità, e la volontà di chiedere la cassa integrazione per almeno 4 mesi, per 97 dipendenti. 

Così, stanchi e infreddoliti, si sono ritrovati al presidio una ventina di lavoratori e lavoratrici, ma con ancora un filo di speranza: mentre ai piani alti si decide del loro futuro, parlottano tra di loro ricordando il passato di un'industria d'eccellenza e le crisi già incontrate e superate, almeno finora. Piero ha 51 anni, una figlia precaria di 19, ed ha già vissuto ben 3 crisi, alla Seves: “La prima nel '94, quando siamo passati da azienda parastatale ad azienda privata- ricorda con un sorriso di chi ne ha passate tante, di disavventure- Poi c'è stata la crisi del 2008, e infine quest'ultima del 2012, causata dall'ultimo passaggio di proprietà, che si è dimostrata incompetente e rinunciataria: non c'è stata diversificazione del prodotto, né l'ingresso, come annunciato, in altri mercati”. E quindi il rischio, al quale tutti pensano senza però volerlo ammettere apertamente, è quello che le banche, Intesa e Unicredit in testa, visti i debiti e la mancanza di un vero piano industriale, possano decidere di dismettere lo stabilimento di Firenze per spostare la produzione in Repubblica Ceca, dove il gruppo ha già uno stabilimento, con prevedibili tagli al personale. Ma, sorprendentemente, quello che teme di più Piero non è la cassa integrazione: “Sono stato in cassa integrazione per quasi due anni, posso affrontarla di nuovo, nonostante i soli 800 euro che porterei a casa. Il nostro problema è lo spegnimento del forno. Una volta spento, infatti, la chiusura definitiva sarebbe davvero dietro l'angolo”. E poi c'è Miriam, impiegata, quarantenne di origine francese, con 2 bambini e un mutuo da pagare: “A chi telefona per chiederci dei preventivi, non sappiamo nemmeno cosa rispondere. Come facciamo infatti a dire apertamente che tra una pochi giorni il forno verrà spento?” si domanda sconsolata. Lino e Matteo, invece, una certezza in mano ce l'hanno: da lunedì saranno senza lavoro. Già, perché Lino, 37 anni, e Matteo, 25, sono 2 dei 4 lavoratori interinali che da maggio lavorano alla Seves: “ Lunedì scade il nostro contratto interinale, e da quel momento saremo a casa, senza nemmeno cassa integrazione- spiegano preoccupati. “E pensare che senza di loro- commenta Piero- non possiamo nemmeno terminare il lavoro già iniziato, e consegnare le ultime commesse”. Perché, ironia della sorte, le commesse non mancano: come quelle di Novartis o Prada, per milioni di pezzi. Eppure, e nonostante tutto, l'unica cosa (quasi) certa rimane lo spegnimento del forno, il 15 dicembre prossimo.

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