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Sfratti, Firenze sfonda il tetto dei 150 accessi al mese Breaking news, Cronaca

Firenze – Mai successo prima, almeno a detta di addetti tecnici e sindacati degli inquilini: Firenze sfonda il tetto delle 150 esecuzioni di sfratto al mese. Del resto, nessuna sorpresa, dicono gli operatori. Stanno semplicemente arrivando al pettine i nodi delle procedure di sfratto che hanno continuato a “camminare” nonostante il blocco dei due anni di pandemia. Nodi grossi, che rischiano di dare un’ulteriore svolta a una situazione già delicata e sul filo del rasoio.

“La questione è ormai tale che, per quanto ci riguarda – dice Laura Grandi, segretaria regionale del Sunia – pensiamo che si sia giunti al limite della sostenibilità sociale. Il numero che emerge dagli operatori è un grido d’allarme che rischia di mescolarsi al rumore del crash del sistema abitativo”.

Un crash che non giungerebbe inaspettato, ma silenzioso e veloce sì. I prodromi sono tanti, dall’impoverimento della classe media a una crisi strisciante prima, conclamata poi, che ha eroso redditi e lavoro. Soprattutto quest’ultimo, mettendo in ginocchio chi poteva permettersi un canone d’affitto senza troppi patemi d’animo e che si ritrova invece, nel migliore dei casi, nella categoria dei working poors: si lavora, ma il canone non si riesce più a pagare, spesso neppure le bollette che sbalzano senza controllo, mentre l’inflazione esogena di questo momento storico deprezza il già magro stipendio, fra gli ultimi d’Europa.

La segretaria regionale del Sunia Laura Grandi

“E’ chiaro che tutto ciò non può essere messo nella categoria della “sorpresa” – continua Grandi – si sta parlando di dinamiche ampiamente previste, al di là dell’accelerazione dovuta alle cause esterne della guerra, della speculazione energetica, ecc. Come sindacati, lanciavamo l’allarme già nel 2019, prima della pandemia, quando si pensava che l’impoverimento della classe media insieme alla non soluzione dei problemi storici della casa non fosse adeguatamente affrontata dalla politica. Ma ora, ecco le prove concrete: s’infittisce il numero di famiglie che vengono ai nostri sportelli per chiedere l’accesso all’emergenza abitativa. I requisiti richiesti sono: sfratto in corso e dimostrazione di morosità incolpevole. Purtroppo, anche prima della pandemia, spesso il reddito di sicurezza delle famiglie era affidato ai lavori in nero, che per ovvie ragioni sfuggono alla contabilità degli uffici. Così, chi perde il lavoro che gli permetteva di pagare l’affitto senza rinunciare alla spesa alimentare, non può dimostrare di avere avuto quel calo significativo del reddito che gli consentirebbe l’accesso all’emergenza abitativa”. Con l’ovvio risultato di trovarsi con la polizia alla porta.

Ma la questione è più complessa di così. Infatti, ci sono anche sfratti che potrebbero risolversi in altro modo. Ad esempio, capita nell’Oltrarno fiorentino, di trovarsi di fronte a un inquilino che paga oltre mille euro di affitto, che è rimasto indietro di qualche mese, ma che ha trovato le risorse per ripianare la morosità. Bene, ma il proprietario procede lo stesso all’esecuzione, magari con proroga di 15-20 giorni. Il dubbio è che convenga mettere l’appartamento su piattaforma. Più soldi, utilizzo smart dell’immobile, e, se lo si lascia a società che si occupano dei servizi correlati, dalla riscossione alla gestione completa, pulizie comprese e accompagnamento dei turisti, nessun fastidio.

Ma non è ancora finita qui. Tornando alla categoria dei lavoratori poveri, le situazioni sono tante e sfaccettate. Una storia ai limiti del paradosso viene seguita dalla Rete Antisfratto fiorentina, che mette insieme vari sportelli e associazioni, fra cui il Movimento di Lotta per la Casa. Si tratta di una famiglia straniera, monoreddito, che vive in un monolocale separato da una parete di cartongesso, con un angolo cucina in cui non trova posto più di un fornello a due fuochi e un piccolissimo bagno. “L’appartamentino” fa parte di una serie di altri “appartamentini” simili ricavati dalle grandi stanze di quello che era, una volta, un grandissimo e bellissimo unico appartamento. Costo dell’affitto per appartamentino: 500 euro. Nel caso particolare, in quella stanza divisa in due stanno in 4, genitori e due figli. Ma il vero punto di rottura avviene nel 2020, quando, causa pandemia, lo stipendio unico che entra in famiglia comincia a calare; vale a dire, nvece dello stipendio pattuito, si comincia a pagarne solo una parte. Al calo dello stipendio già di sussistenza, nell’impossibilità di perdere l’abitudine di mangiare, a finire sacrificato è l’affitto. La famiglia entra in morosità. Nel frattempo, il capofamiglia e i colleghi di lavoro entrano in causa con l’azienda per ottenere ciò che, secondo quanto denunciato al giudice, non hanno ricevuto. Nelle more della causa, alla famiglia viene rifiutata la morosità incolpevole. Fa ricorso. Nuovo rifiuto. Risultato concreto, al di là di tutto, la famiglia è sotto sfratto e presto rischierà o la strada o la trafila dei servizi sociali: madre e figli in struttura, padre prima all’Albergo Popolare e poi … chi lo sa.

“Le situazioni denunciate nel corso degli anni non solo non hanno soluzioni adeguate, ovvero rendere tangibile e concreto il diritto alla casa per tutti – dice Marzia Mecocci, del Movimento di Lotta per la Casa – ma stanno aggravandosi, coinvolgendo sempre più i lavoratori poveri. Non c’è molto da aggiungere rispetto a quanto diciamo da anni, ma un appello mi sento di farlo, ovvero quello di ascoltare e mettere più attenzione nel trattamento dei casi singoli. La situazione sta diventando sempre più fragile  e di fronte al mutismo della politica, è difficile persino immaginare soluzioni. Il punto più importante, che mettiamo in evidenza, è che alle persone in difficoltà non si può offrire ciò che si pensa che potrebbe essere il loro bisogno, ma ciò che è davvero il loro bisogno. Per una famiglia di lavoratori poveri, il problema è avere un’abitazione che non si mangi oltre il 50% del suo reddito”. Non serve iniziare un “percorso”, insomma. Ciò che serve sono case. Accessibili e il cui costo rimanga al 25% massimo del reddito familiare, perché, altrimenti, o non si paga o non si mangia.

Foto: blocco sfratto, foto d’archivio

 

 

 

 

 

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