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Sì Toscana a sinistra, “Perché restano aperte le fabbriche che producono armi?” Dibattito politico

Firenze – Una domanda, posta dai consiglieri regionali di Sì Toscana a sinistra, Tommaso Fattori e Paolo Sarti: “Perché assieme alle attività produttive essenziali, agli alimentari, alle farmacie e alle edicole devono restare aperte anche le fabbriche dove si producono armi e cacciabombardieri? Il decreto del governo entrato in vigore ieri ha ulteriormente ridotto le attività produttive a causa del coronavirus ma ha escluso dal blocco le fabbriche che realizzano sistemi d’arma. Questo è assurdo e inaccettabile”.

Assurdo e inaccettabile,  “a meno che l’industria bellica non sia ritenuta fondamentale anche in un periodo di epidemia, al punto da rischiare la diffusione del contagio tra i suoi lavoratori. Probabilmente qualcuno pensa che il virus debba essere debellato con bombe e mitragliatrici, invece servono più ospedali e più personale medico sanitario, non più armi”.

Fattori e Sarti si sono uniti oggi alla campagna Sbilanciamoci!, alla Rete della Pace e alla Rete Italiana per il Disarmo nella richiesta di un immediato blocco di tutte le fabbriche che producono sistemi bellici. “Da giorni l’Italia si è fermata, le strade sono deserte, i negozi chiusi e molti lavoratori rischiano di ammalarsi per garantire i servizi essenziali negli ospedali, nei trasporti e nella distribuzione alimentare – proseguono Fattori e Sarti – ma non si capisce perché debba rimanere in funzione, ad esempio, lo stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, che produce e assembla i famigerati caccia F-35, nonostante due lavoratori siano già stati riscontrati positivi. Tale attività non ha niente di strategico e tenerla aperta è solo un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti”.

Il gruppo regionale Sì Toscana a sinistra fa notare che in altri paesi, come ad esempio il Giappone, la produzione di F-35 è già stata interrotta a causa del coronavirus. “Chiediamo quindi al Governo di rivedere immediatamente l’elenco dei settori produttivi esclusi dal blocco fermando il lavoro in tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma – concludono Fattori e Sarti – questa dovrebbe essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione strutturale dell’industria bellica verso produzioni socialmente utili, come quelle sanitarie”.

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