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Sigarette turche e cinghiali bianchi Rubriche

Certamente io oggi sono “un uomo di una certa età” ed anche a me quando ero ragazzo, nella buia nebbia fumosa di un cinema parrocchiale, qualcuno a volte offriva sigarette turche: le Turmac, senza filtro ma soprattutto ovali. Erano gli anni ’60 e si sapeva bene che l’offerta della sigaretta poteva essere preludio di altro, bastava prendere la sigaretta e poi filarsela. Ma le sigarette turche, le Turmac, avevano un fascino particolare, sapevano un po’ di diva del cinema ma anche di gusti raffinati, erano esotiche ed eleganti, colte e immaginifiche, e il loro fumo era anche profumo. Il pacchetto si apriva come un cofanetto, come quelle scatole d’argento, i portasigarette, che allora andavano ancora di moda insieme ai fermacravatta. Certamente Casablanca non era in terra turca ma in qualche modo Humphrey Bogart fumava “sigarette turche” nel capolavoro di Michael Curtiz perché allora il Marocco, l’Africa, la Turchia erano tutti da quelle parti. Erano anni nei quali sembrava che le sigarette ti qualificassero, fossero una sorta di biglietto da visita: sono sempre stato convinto che gli imbianchini in particolare, ma anche i muratori, fumassero solo le Stop senza filtro, quelle più lunghe, “all’americana”, gli impiegati di banca come mio padre invece fumavano le “Nazionali Esportazione” senza filtro, quelle con la caravella sul pacchetto verde. La diffusione progressiva del filtro non fu che il primo timido passo verso l’astensione dal fumo che ora sembra andare meno di moda, purtroppo. Erano i tempi in cui le sigarette, quelle più popolari, venivano vendute anche sciolte e ricordo bene che con 50 lire si usciva dal tabaccaio con 5 lire di resto e col sacchettino bianco (che pubblicizzava le matite Fila) che conteneva 5 “Nazionali semplici”. L’appeal delle Turmac non conosceva limiti significativi, certamente era la sigaretta preferita dalle donne ma le si vedevano spesso fra l’indice e il medio (ingialliti) o fra le labbra degli uomini. Più domestiche erano le Macedonia, pacchetto celeste ugualmente arabescato, sezione rigidamente ovale della sigaretta, profumo similmente dolciastro, tabacco di Salonicco, confezionate in Italia: il nome non era che la seconda metà della più nobile sigaretta estera, perché Turmac altro non era che l’unione fra le prime tre lettere di Turchia e di Macedonia. Pare che Totò, che ne fumava 4 pacchetti al giorno, abbia scritto di getto, proprio sul fondo bianco di un pacchetto di Turmac, le parole di “Malafemmena” che, si diceva, fosse stata dedicata a Silvana Pampanini. Si visse nei propri polmoni la fine delle Turmac (di recente risorte in Belgio, pare) Enrico Berlinguer che di quelle sigarette ovali era un estimatore entusiasta e che controvoglia fu costretto a farsi piacere le Rothmans. Le “sigarette turche” sono tutto questo ed evocano molto altro ancora, compresa la speranza cocciuta che torni presto una qualche “Era del Cinghiale Bianco”, perciò ho proposto di sceglierle come nuovo titolo di questa rubrica.

Gianni Caverni

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