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Silvia Romano, l’Imam: crimine e religione non sono complici Cronaca

Prato – La storia di Silvia Romano la cooperante italiana andata in Africa per aiutare, come volontaria dell’associazione «Africa Milele Onlus» balza alle cronache con la notizia del suo rapimento avvenuto la sera del 20 novembre 2018 nella contea di Kilifi, in Kenya, ad opera di gruppo di jihadisti somali di al-Shabaab legato ad al Qaeda, che da anni controlla alcune parti del territorio somalo, compiendo attacchi terroristici. Lo scopo del rapimento era infatti quello di ottenere un riscatto per finanziare le proprie azioni militari.

Liberata pochi giorni fa, Silvia Romano rientra in Italia avvolta da un un abito verde e racconta la sua conversione all’Islam: “Ci sono arrivata lentamente, più o meno a metà prigionia, non è stata una svolta improvvisa”.

Ne parliamo con l’Imam Yahya Pallavicini, presidente Coreis Italiana per capire se la conversione di Silvia può in condizioni come quelle che ella ha vissuto essere considerata dai musulmani che lui stesso rappresenta una scelta libera o piuttosto una  dettata da situazioni contingenti di mera sopravvivenza.

Può bastare una lettura del Corano come ella stessa ha affermato  per abbracciare consapevolmente una nuova fede religiosa?

Le circostanze di questi ultimi 18 mesi della vita di Silvia Romano sono senz’altro eccezionali e drammatiche e occorre tenere in considerazione questo contesto. L’ideologia del gruppo di al-Shabaab è una copertura tremenda alla loro sete di potere e di violenza che rappresenta un comportamento privo di giustizia e religione. Su questa base, le valutazioni sulla buona fede nella ricerca e conversione di Silvia Romano non possono seguire un criterio ordinario che prevede, per la Coreis, un dialogo diretto e una formazione accurata prima di considerare di abbracciare una forma religiosa differente da quella di nascita ma con la verifica di una intenzione di rispetto per il sacro e per la Verità. In questo caso, le circostanze della prigionia hanno senz’altro, in parte, influito sulla scelta della conversione ma non possiamo escludere che nella lettura solitaria della Rivelazione nel Corano la giovane Aisha abbia saputo riconoscere nel suo cuore un conforto spirituale e una sintonia che magari ha anche accompagnato la speranza di venire trattata bene, liberata e vicina alla sua famiglia. Non condivido però le accuse e il pregiudizio di coloro che invece si spingono, senza conoscerla, all’accusa di tradimento o di opportunismo, senza alcuna dimostrazione razionale dei fatti.”

Se avesse la possibilità di incontrarla cosa le direbbe? 

“Sarei curioso di conoscere lo spirito di una donna che non segue le convenzioni e che, sprezzante dei pericoli, vuole andare in Africa a portare del bene al popolo somalo. Capire cosa sia successo nella prigionia, cercare di spiegarle che criminalità e religione non possono essere complici e che i suoi aguzzini sono traditori della religione e della dignità umana. Vorrei ascoltare da lei come la solitudine e la lettura del Corano abbiano potuto cambiare la sua vita, senza rinnegare la Verità nel Cristianesimo delle sue origini. Studiare se possiamo collaborare sulla prevenzione dei conflitti e del radicalismo violento e per la testimonianza nel dialogo interreligioso a Milano. Magari potremmo pregare insieme in moschea, c’è tanto da fare in Lombardia!”

In foto l’Imam Yahya

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