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Simone Aiazzi, PRI: “Cavaliere, giù le mani dalla Storia” Politica

Firenze – Parte da Firenze la levata di scudi contro l’uso libero e indiscriminato del termine Partito Repubblicano, uso ventilato in questi giorni da forze politiche nazionali. Ed è stato proprio il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi a lanciare la possibilità, nel tentativo di recuperare un’unità che per il centrodestra appare sempre più chimerica. Il tentativo ventilato da Berlusconi appare quello di dare vita a una sorta di contenitore “all’americana” su base federale, che veda al suo interno tutti coloro che ritengono di “appartenere” a un centrodestra largo e indifferenziato, tenuto insieme da pochi principi comuni e soprattutto, in vista delle elezioni, da candidati e programmi comuni.

Una sorta di Partito Repubblicano all’americana insomma. Sì, ma in Italia c’è una grande presenza, storica e ideale, da cui emergono voci che non si uniformano per niente alla visione futuristica del Cavaliere. Una presenza politica precisa che da Firenze fa sapere che non ci sta a un’operazione che si svolga sulla testa della propria storia e della propria tradizione. Si tratta del Partito Repubblicano Italiano, e a farsi “tribuno” del deciso no all’utilizzazione del “nome” è Simone Aiazzi, avvocato fiorentino, noto esponente del Partito Repubblicano toscano, ex- consigliere nazionale del PRI, fino a qualche tempo fa membro del comitato ristretto di segreteria.

Aiazzi, riferendosi al’eventuale scelta del nome del nuovo partito del Cavaliere, parla di un vero e proprio “vulnus storico e giuridico” nei confronti della stessa storia nazionale, che vede la presenza determinante del Partito Repubblicano Italiano, contraddistinto dal simbolo dell’Edera, “fondato da Giuseppe Mazzini e che, semplificando, ha segnato profondamente la storia politica dell’Italia grazie a uomini come Carlo Cattaneo, Giovanni Conti, Rodolfo Pacciardi, Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini”.

Una posizione, quella che prende piede da Firenze, che ha alle sue spalle non solo motivazioni storico-politico-culturali, ma anche il parere legale steso per mano dell’avvocato Aiazzi che verrà posto sul tavolo della direzione romana per eventualmente determinare valutazioni di ordine politico nazionale.

“Dal punto di vista giuridico – spiega Aiazzi – occorre rilevare che l’art. 49 della Costituzione riconosce a tutti i cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la vita politica nazionale. Così che l’adozione del nome e di un emblema grafico che lo accompagni è lo strumento di individuazione del soggetto che è tutelato, come recentemente confermato da una recente sentenza del Tribunale di Palermo, come espressione dell’identità personale del gruppo di individui che si associano per la condivisione di una determinata idea politica. Anche per consentire al Partito di essere individuato da parte dell’elettore, e da tutti coloro che manifestano la volontà di condividere l’ideale da esso portato”.

Ed ecco cosa significa a livello giuridico: “In sostanza quando si fa riferimento al nome od al simbolo di un partito non può che parlarsi di diritto della personalità e di tutela del nome ai sensi dell’art. 7 del codice civile, traducendosi, come più volte affermato dalla Suprema Corte, come “simbolo dell’intera personalità morale, intellettuale e sociale dell’individuo”.”. Insomma, commenta Aiazzi, “come repubblicano, non permetterei a chicchessia di appropriarsi per fini elettorali dell’identità morale ed intellettuale del Partito al quale orgogliosamente appartengo”.

Tornando alle motivazioni legali, se poi si volesse ipotizzare “la lettura della politica in chiave “commerciale“ con lo sfruttamento del nome in un’ottica di merchandising (con la produzione di gadget e quant’altro), accarezzando così l’idea di registrare il nome “Partito Repubblicano” come marchio ai sensi dell’art. 7 del Codice della Proprietà Industriale, anche in quel caso non si potrebbe trovare alcuna possibilità di aggirare l’ostacolo – aggiunge Aiazzi – sebbene il nome ed il simbolo di un partito non rientrino nei diritti di utilizzazione economica o commerciale, l’art. 8 del detto codice, ammetterebbe in astratto la possibilità di registrare come marchio, se notori, i segni usati in campo politico. Ma il diritto di tale registrazione spetterebbe soltanto all’avente diritto. Ovvero al Partito Repubblicano Italiano; ma non certo, per fare un esempio calzante, al capo di un altro raggruppamento politico come Berlusconi”.

Ma potrebbe darsi il caso che per qualche motivo si riuscisse ad arrivare alla registrazione da parte del raggruppamento politico facente capo al Cavaliere?Se si riuscisse comunque in qualche modo a registrarlo, aggirando le norme del Codice della proprietà Industriale, sfruttando anche la carenza, da parte dell’Ufficio italiano brevetti, di un controllo sulla eventuale confondibilità del “marchio” con uno già esistente – dice Aiazzi – ci si troverebbe comunque, in sede elettorale a fare i conti con il Decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957 (Legge elettorale), che all’art. 14 (ancora vigente anche con la prossima entrata in vigore dell’Italicum che nulla ha modificato) dichiara di non ammettersi “la presentazione di contrassegni…identici o confondibili con quelli presentati in precedenza ovvero con quelli riproducenti simboli (elementi, diciture, e solo alcuni di essi) usati tradizionalmente dai partiti”. Dunque credo si possa affermare che, sul piano giuridico, un’altra forza politica italiana mai avrebbe la possibilità di appropriarsi del nome e del simbolo del Partito Repubblicano Italiano”.

Infine, per quanto riguarda la vicinanza, nota, del PRI agli USA, vicinanza che storicamente vede l’appoggio dato a Giuseppe Mazzini nel progetto di costruzione dell’Italia Unita e Repubblicana, e che vale per la condivisione delle idee di libertà e democrazia nate negli Stati Uniti, tuttavia, ricorda Aiazzi, “non è possibile, in un processo di semplificazione del quadro politico e delle idee portato avanti in modo vertiginoso in questi ultimi anni, associare sic et simpliciter il “nome” Partito Repubblicano in Italia a quel partito Repubblicano che così si denomina negli Stati Uniti.

“Ricordo che il P.R.I. – spiega Aiazzi – nasce storicamente e si sviluppa modernamente come il Partito dell’individualità accompagnata dalla consapevolezza dei doveri sociali. Inoltre, è il Partito che difende la nostra Costituzione Italiana (che è anche derivazione della Costituzione emanata nel 1848 durante la “Repubblica Romana” ) con i suoi universali principi e valori di giustizia, anche sociale, di solidarietà umana, e di tutela dell’individuo in ogni sua forma espressiva. E’ il partito dell’istruzione pubblica, del capitalismo inteso come fonte non solo di diritti e supremazia economica, ma anche di doveri sociali ben individuati. Una visione politica ben diversa da quella espressa dal “Partito Repubblicano” americano, che crede nella deregolamentazione della vita sociale, nel liberismo più sfrenato che non soffre alcuna regola di diritto e che concepisce la “spesa sociale” come uno spreco ed un danno”.

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