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Sindaci senza maggioranza Opinion leader, Politica

“Voglio essere il sindaco di tutta la città”. Una frase fatta che compare sulle labbra di quasi tutti i nuovi sindaci appena conosciuto il responso delle urne. L'intento è quello di far capire che quando di indossa la fascia tricolore si smette di rappresentare solo una parte politica. E sarebbe un nobile intento. Peccato che diventi sempre più difficile da trasformare in un'azione di governo concreta, visto che sempre di meno i sindaci possono contare anche solo sul consenso dei suoi, non per le defezioni interne ma perché infine i voti che li hanno portati alla vittoria se sono risultati la maggioranza di quelli spogliati certo non rappresentano la maggioranza della popolazione. Complice la dilagante disaffezione alla politica, che desertifica le urne. Basti prendere il caso ultimo delle amministrative di Lucca, dove Tambellini al primo turno ha ricevuto 19.192 voti, con i quali è andato al ballottaggio poi vinto, mentre cinque anni prima Tagliasacchi, candidato da quella che allora era la coalizione dell'Ulivo, arrivò al ballottaggio con 20.851 voti, cioè quasi duemila in più, ma secondo dietro il suo rivale Favilla, che ne ottenne più di 23mila e poi al secondo turno conquistò la poltrona di sindaco. Se dunque secondo il vecchio detto contadino era l'acqua cheta a rompere gli argini, a rompere le maggioranze nate da un fragile consenso possono essere gli elettori “cheti”.

Ugo Capeto

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