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SinistraDem, “Renzi? Non mi piace ma ci sto” Politica

Firenze –  Renzi? Non mi piace ma ci sto. È questo il messaggio lanciato da Gianni Cuperlo a margine dell’assemblea costitutiva dell’associazione Sinistra Democratica, ribattezzata SinistraDem, tenutasi ieri al circolo Vie Nuove. Il parlamentare PD ha chiamato a raccolta scontenti e nostalgici del PD che (forse) fu, sotto l’eco dell’appello al “restiamo uniti”. Pretesto, il battesimo della nuova realtà parapolitica, liquidata – per la verità – in poche battute, apripista di una corposa apologia di amarissimo retrogusto al PD del Matteo meta nazionale. A fronte del “magico 40,8%, lo spartiacque del 25 maggio” Cuperlo va a Canossa, lo fa a testa alta e gioca la carta dell’ecumenismo. “Quel risultato – dichiara – è figlio di cose diverse: di una destra totalmente frantumata, della paura di Grillo e dell’impatto fortissimo di Matteo Renzi sull’Italia del 2014. Nessun altra leadership in questo momento avrebbe potuto arrivare fin lì. Lui c’è riuscito anche perché – al settimo anno della peggior crisi del secolo – ha saputo dare speranza alla parte più offesa della società”. Tesse le lodi del premier, Cuperlo, elencandone perfino i record, ma al dna non si sfugge e si incaglia presto nella sua stessa tela. “È vero anche che il risultato è stato il frutto della mancanza di una vera alternativa al PD”. Ecco il primo applauso. Sembra quasi scusarsi – algido, il tono mite, sempre misurato – della statua edificata al premier, che crea e demolisce a intervalli cadenzati, quasi a non voler esagerare, perché il compito non è da poco e le sensibilità, si sa, son di cristallo.

L’altra ragione che lo ha portato a sfondare è stata la visita di gennaio al Nazzareno, in cui molti di noi videro una profanazione e un grave errore del segretario del Pd, che aveva così, pensammo, rilegittimato Berlusconi. Invece – prosegue – io penso il contrario: quel giorno, per la prima volta, Berlusconi ha legittimato un leader del PD agli occhi di moltissimi elettori del suo campo, e questo non era mai accaduto”. E ancora, “mai il leader del nostro partito si era trovato anche alla guida del governo, e mai con una popolarità a questi livelli, anche a livello internazionale, con una forza attrattiva di cui paga adesso pegno Sel”. “Nostro” fa un po’ fatica ad andare giù.  “Mai come adesso vale la storia di Davide contro Golia, con l’unica certezza che noi siamo Davide, mentre non è del tutto chiaro chi sia Golia”. Corretto il tiro, Cuperlo va dritto al punto: “Di fronte a un terremoto di queste dimensioni, credo che la cosa più inutile da fare sia dividerci tra entusiasti e diffidenti, compresa una quota di nostalgici. Io non mi sento nella prima categoria. Serbo delle riserve profonde sulla concezione di partito che nutre Matteo Renzi, ma non mi sento neanche nella seconda, perché non ho alcuna nostalgia della stagione che abbiamo alle spalle”.

Conosce bene gli umori, Cuperlo, e sa che è il maneggiarli con un sapiente e delicato battere e levare l’unica via per la persuasione: “Abbiamo oggi un patrimonio enorme di consenso e di aspettative. Il punto è capire come possiamo, insieme, consentire alla sinistra italiana di colmare un ritardo di visione, di politiche e di tabù consolidati checontinuo a credere,  ha contribuito a creare le premesse per questo rapido e brusco cambio di ciclo, che vede come referente e protagonista Matteo Renzi”. Il patrimonio di famiglia va salvato e, piaccia o meno, va immolato il vitello grasso. “Siamo di fronte a questo bivio. Possiamo limitarci a cavalcare l’onda o scegliere di sentirci parte dell’equipaggio della barca per seguire la rotta, sia nell’alta che nella bassa pressione. Questo oppure l’alternativa, perché l’alternativa c’è: dire che noi non abbiamo perso soltanto un congresso ma che abbiamo perso il nostro partito. Ma se si assume questo punto di vista la conseguenza è andarsene, e c’è chi lo ha fatto, ma io penso che questa sia una scelta profondamente sbagliata”.

Insomma, che fare? Costruire un appeasement con il nuovo potere? No, quello è troppo. Ecco la nuova associazione, o meglio, “la cosa” con uno statuto ancora da buttare giù e zero riunioni nazionali alle spalle (la prima, a luglio). “Oggi al paese serve una sinistra unitaria. Dobbiamo darci un’organizzazione, e Sinistra Democratica è lo strumento ideale per federare adesioni diverse, singole e collettive, ma anche con associazioni locali, con un presenza articolata, una realtà che sappia dialogare con i movimenti . C’è un patrimonio di saperi e di competenze che noi dobbiamo andare a disturbare uscendo dai confini di un partito a cui vogliamo bene e che vogliamo contribuire a radicare, a costruire, a rafforzare, ma che in troppe realtà rischia di ridursi ad una macchina di consenso”. Infine l’osso più duro da masticare. “Dobbiamo cambiare anche noi, perché se tutto è cambiato noi non possiamo riproporre le stesse procedure che ci hanno portato qui”.

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