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Smart working, Bocci (Confindustria): “Ora non si torna più indietro” Economia, Innovazione, Interviste alle imprese, Opinion leader

Firenze – Primo marzo 2020: è la data del cosiddetto decreto smart working. Poche ore dopo mezza Italia ha cominciato a sperimentare un’organizzazione del lavoro inedita: senza vincoli di spazio, di tempo, auto organizzata. Ci sono momenti nella storia in cui eventi traumatici (come il coronavirus), producono strappi fino a poco prima impensabili. Terremoti che travolgono: “questo non si può fare” “la normativa non lo consente”.

Prima del decreto ministeriale in Italia solo il 3,6% dei lavoratori dipendenti faceva ricorso allo smart working, secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano del 2018. L’Italia, come sempre, era fanalino di coda in Europa, dove ai primi posti troviamo Olanda, Finlandia e Lussemburgo con percentuali che oscillano fra l’11 e il 14%. Ma una volta fatto il grande salto, indietro non si torna. Ne è convinto Enrico Bocci vicepresidente di Confindustria Firenze con delega all’Industria 4.0. Anche se l’inevitabile improvvisazione delle procedure di questi giorni dovrà aprirsi ad un’evoluzione e un consolidamento.

Gran parte degli italiani ha scoperto da poco il concetto di smart working, ci vuole chiarire la differenza con il più noto “telelavoro”?

La definizione delle due modalità di lavoro è diversa, perché diverse sono le normative che le disciplinano. Il telelavoro è meno “mobile”, lavori da casa e devi essere connesso all’ufficio. Ma al tempo stesso può essere più destrutturato. Lavori da casa se hai problemi a spostarti, e allora puoi connetterti ogni tanto, guardare mail, telefonare. Lo smart working invece indica che tutta l’attività del lavoratore viene svolta in orari auto-organizzati e gestiti in autonomia. C’è un protocollo da firmare che definisce obiettivi precisi da perseguire, norme di sicurezza e quant’altro.

Il “salto” nel cosiddetto lavoro agile ha preso molti alla sprovvista: c’è un’indiscutibile arretratezza tecnologica in aziende e parti del Paese, reti che non funzionano, lavoratori poco “smart”, manager poco agili. Che accadrà dopo lo smart working forzato?

E’ un’occasione storica per riflettere su una profonda riorganizzazione del lavoro. Dopo questo tuffo nel digitale non si torna più indietro. Questa accelerazione doveva essere messa in atto dieci anni fa. Le circostanze drammatiche di questi giorni ci danno l’opportunità di ricucire gap storici come il digital divide che purtroppo riguarda le generazioni di lavoratori più anziani. Se le aziende si fossero organizzate in passato anche dal punto di vista della formazione oggi il passaggio sarebbe stato meno complesso. Su questi processi bisogna accelerare.

I dati dell’Osservatorio del Politecnico ci dicono che il lavoro agile è utilizzato soprattutto dalle grandi aziende (58% dei casi). Come diffonderlo fra le pmi?

Con l’avvento dei software incloud anche le pmi hanno convertito la parte amministrativa e gestionale, è stato abbastanza semplice. Il problema è trasformare la produzione tradizionale, anche se in prospettiva grazie al 5G alcuni macchinari a controllo numerico si potranno gestire a distanza. Ma questa, allo stato attuale, non è una previsione attuabile. Possiamo però realisticamente pensare che la svolta smart potrà riguardare in modo più permanente servizi amministrativi, finanziari, progettazione, consulenza. Senza contare le innumerevoli opportunità che si aprono per snellire i servizi della Pubblica amministrazione.

Diciamo che in questi giorni drammatici si è gettato il sasso oltre l’ostacolo, ma la strutturazione permanente del lavoro smart è in gran parte da costruire. Quali sono le principali tappe da affrontare per un imprenditore?

Anzitutto alzare l’attenzione sulla sicurezza delle reti informatiche: questo sarà un punto sempre più importante negli anni a venire. Ripensare l’organizzazione imprenditoriale organizzando le call in modo preciso, puntuale, ricostruendo il sistema integrato dell’azione dell’impresa attraverso il web. La contaminazione digitale deve stendersi su ogni aspetto: bisogna dare il senso di una comunità produttiva, di un network di persone che interagisce. Il lavoro dovrà essere strutturato per obiettivi, le capacità dei singoli dovranno trovare la propria collocazione, essere esaltate. E poi dare un grande impulso alla formazione continua a tutti i livelli.

Lo shock del coronavirus sul sistema produttivo italiano e toscano sarà pesantissimo. Quale messaggio darebbe alle nostre Pmi?

Non chiudiamoci a riccio: chi utilizzerà questo periodo per accelerare sul processo di digitalizzazione avrà molte più opportunità in futuro. Vorrei dare alcuni suggerimenti concreti. Utilizziamo queste giornate per consultare on line, anche sul sito di Confindustria, le normative sindacali e legislative su smart working; colleghiamoci con la Camera di commercio, dove opera una task force da supporto per scegliere tecnologie adeguate in questo campo; il ministero per l’innovazione inoltre offre il sito Solidarietà digitale dove tante aziende italiane offrono servizi gratuiti e soluzioni di grande interesse per piccole e grandi imprese. I supporti esistono, dobbiamo rilanciare con coraggio: ne usciremo più forti.

info: www.fi.camcom.gov.it

www.solidarietadigitale.agid.gov.it

Foto. Enrico Bocci

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