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Smartworking (2): “Per le aziende tanta liquidità e know how” Economia, Opinion leader

Firenze – Si dice smartworking ma in questa Italia congelata dal coronavirus solo il 17,2% dei dipendenti lavora così: con il computer a casa e il cervello sul monitor, nelle strade vuote. Quando tornerà la normalità un numero enorme, che oscilla fra il 10 e il 20% delle imprese, potrebbe non riaprire mai più. La stima viene dall’Ordine dei consulenti del Lavoro e purtroppo è considerata molto attendibile.

Lo stop forzato oggi coinvolge il 65,9% delle attività produttive, pari a 8,4 milioni di addetti. Continuano la loro attività più di 4,4 milioni di lavoratori, di cui circa la metà (2,2 milioni) operando da casa, in modalità smart. Sono coloro che hanno già un piede nel futuro probabilmente, i protagonisti virtuali di un’impresa leggera, dove ci si frequenta ogni tanto e ci si gioca tutto sul web. Ma che accadrà al resto del mondo produttivo? Alle imprese senza ricambio generazionale, a quelle con mercati asfittici o affaticate da una crisi da cui in Italia non siamo usciti mai. Lo strappo tecnologico verso le modalità di lavoro agile potrebbe salvarle o le espellerà dal mercato per sempre? Ne parliamo con Enrico Bocci, vicepresidente di Confindustria Firenze con delega all’impresa 4.0.

Digitalizzazione e smartworking sembrano coinvolgere una parte ancora troppo minoritaria del Paese, siamo sicuri che questa sia una valida formula per il sistema produttivo nel giorno “X” della riapertura del sistema Italia?

La mia sensazione è che un’istantanea fatta alla fine di marzo, oggi è già stata superata da una digitalizzazione diffusa. Nella prima fase del blocco le attività produttive si sono fermate, perché nell’incertezza molte aziende hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali per tutelarsi. Adesso, con il perdurare del lockdown la mia impressione è che le imprese stiano cominciando a riorganizzarsi. A partire da forme più elementari di commercio elettronico “de noantri” da parte di piccole pasticcerie, ristoranti, fino alle aziende più strutturate che hanno cominciato a reagire mettendo la gente a lavorare da casa ripensando la loro organizzazione interna. Insomma, le statistiche non ce la fanno a stare dietro all’evoluzione della realtà…

Cosa accadrà alla parte più debole del mondo produttivo quando verrà meno il blocco forzato?

Mi metto nei panni di un imprenditore di 60 anni, con difficoltà economiche precedenti allo shock attuale. Ho la possibilità di attingere ad un’abbondante liquidità a basso costo, cosa che alle Pmi è normalmente negata, e ho due strade davanti a me. La prima è accedere al prestito e usarlo in forma conservativa, per fare fronte alle emergenze e ritirarsi in buon ordine. La seconda è utilizzarlo in modo coraggioso, per ripensare forme organizzative, mercati, attivare forme di commercio elettronico. Questa è una vera scelta da imprenditore.

Il mondo intero in questo momento si accinge a buttare soldi dall’elicottero per domare la crisi, come suggeriscono i monetaristi. Insieme al denaro, cosa dovrebbe portare un ideale elicottero?

Un immediato livello di intervento dovrebbe essere quello di offrire voucher alle pmi per l’acquisto di portatili, connettività da casa, software adeguati. E poi dare vita a opportunità formative a tutti i livelli, per manager, dipendenti, titolari d’impresa. A livello più strutturale invece bisogna sviluppare e accelerare sul 5g, o perlomeno assicurare il 4g a tutti.

Non pensa siano necessarie forme di tutoraggio per realtà imprenditoriali ancora vergini ai processi di digitalizzazione? Le associazioni di categoria si stanno muovendo?

In Confindustria lo stiamo già facendo: alcune aziende informatiche hanno messo a disposizione il proprio know how in forme mutualistiche. Sicuramente formalizzeremo questo trend in atto per aiutare le aziende a crescere.

La Regione Toscana ha fatto sapere di aver messo in smartworking circa 3000 dipendenti, e altri apparati della Pubblica amministrazione si stanno adeguando. Ma non credo che un’azienda sia più soddisfatta se la stessa pesantezza burocratica viene fornita da qualcuno che lavora a casa invece che nel proprio ufficio…

E’ proprio così. A quanto mi risulta la Regione Toscana ha spostato i computer dagli uffici alle abitazioni dei dipendenti. In sostanza è stato fatto un lavoro di dislocazione spaziale. Se tutto questo dura poco nel tempo e poi tutto torna come prima, non serve a niente. Devono cambiare i valori del management, le procedure di lavoro, i parametri. L’informazione deve diventare reticolare, la burocrazia deve essere ripensata e snellita. Stato, Regione, Comune: tutto quello che interloquisce con le imprese va ripensato radicalmente. Se tutto questo non accadrà, sarà un’occasione persa. Guardi, che qui non si tratta della Quinta rivoluzione industriale, ma più semplicemente dell’applicazione della Quarta.

Foto: Enrico Bocci

Sopra immagine di pmi.it

Info: https://www.key4biz.it/smart-working-per-22-milioni-di-dipendenti-in-italia-il-covid-19-ferma-il-66-delle-imprese/

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