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Società: sulle donne si scarica anche un clima di violenza Cultura, Società

Firenze – Le cronache  ci riportano con cadenza ormai quasi quotidiana notizie di brutali omicidi di donne. Molto spesso si tratta di aggressioni definite “per motivi  passionali”, ma che spesso nascono dalla  pretesa di voler   disporre della vita della donna .

Abbiamo affrontato questo drammatico argomento con la prof. Cesarina Casanova docente all’Università di Bologna e autrice del  libro “Per forza o per amore. Storia della violenza domestica nell’età moderna”. 

Invertendo i termini  del detto proverbiale “Per amore o per forza“ cosa ha voluto sottolineare?

La mia intenzione era sottolineare l’asimmetria dei ruoli di genere e di età all’interno delle famiglie, i rapporti di forza che hanno  “costruito” l’autopercezione delle donne come votate per natura alla subalternità, trasmessi nel tempo e nel senso comune da una idea d’amore che autorizzava i maschi a forme anche molto violente ed estreme di controllo dei comportamenti femminili. Il diritto comune e statutario autorizzava e dava ampia discrezionalità di interpretazione allo jus corrigendi attribuito a padri, fratelli e mariti, scoraggiando ogni forma di autonomia – spacciata come lesiva dell’incolumità degli elementi più deboli delle famiglie, esposti ai rischi derivati dalla loro inferiorità intellettuale e fisica.

Perché scrive che questa situazione ha le sue radici nel  passato?

Perché, malgrado leggi strappate dalle lotte per i diritti alla parità degli individui, negli ultimi anni, sotto la spinta di una involuzione politica ed economica tuttora in essere, molte leggi sono di fatto vanificate. Sia per le mutate condizioni del lavoro, sia per il disorientamento soprattutto maschile (ma non solo), spesso nelle relazioni tra i sessi emerge l’incapacità di adattare le crisi di identità personali ad una codificazione delle regole dei rapporti interpersonali in fieri e  in corso di definizione che sembra aggravare il senso diffuso di incertezza. L’unico rifugio sembra il passato, la cosiddetta famiglia tradizionale: un mito – in realtà un coacervo di pluralità e di contraddizioni – ripreso però nelle sue regole strutturali: il diritto al possesso dei maschi sui corpi femminili, la facoltà di punire anche con atti estremi ogni forma di ribellione.

Quindi Lei considera la prospettiva storica particolarmente preziosa nell’analisi del fenomeno della violenza sulle donne…

Certamente sì, soprattutto per scoprire la pluralità di modelli di famiglie che emergono dal passato, e l’incompatibilità delle strutture famigliari, che vengono evocate spesso a vanvera, con quelle attuali. Parliamo per il passato quasi sempre di grandi aggregati di consanguinei e di affini, con molti giovani e pochi anziani, solidali anche se non necessariamente coabitanti, capaci di supplire in molti casi ai bisogni di sostegno dei singoli. Oggi noi assistiamo a sintomi evidenti dello smantellamento del welfare, sentiamo dire che le donne dovrebbero tornare a casa a badare figli e anziani, ma nello stesso tempo il maschio breadwinner che provvedeva ai bisogni della famiglia è una figura scomparsa con l’aristocrazia operaia del passato, il cui salario era sufficiente per sfamare numerosi figli.

Scrive anche che non si tratta solo della pretesa di un diritto esclusivo sui corpi femminili… ma di una radicata misoginia.

La misoginia da millenni (anche se in forme diverse e adattate a società specifiche) rispecchia una cultura che per relegare le donne al posto loro assegnato, ha dovuto caratterizzarle in modelli negativi e caricaturali di esseri deboli. Questa misoginia deve esorcizzare un’inversione minacciosa dei ruoli. Chi si ribella non può che farlo perché pettegola, subdola, manipolatrice capace di rendere uomini sprovveduti schiavi delle sue grazie. Lo spettro dell’adulterio le vuole lascive fino all’uxoricidio (preferibilmente con l’arma “femminile” del veleno, adeguata alla loro debolezza fisica e alla loro perfidia). Tutto questo riconduce ad un sistema culturale di lunghissima durata che ha cercato di tenere a bada l’unica vera arma femminile pericolosa: la fertilità, l’utero e la sua capacità di accogliere un seme non sempre selezionato…

Da alcuni decenni   le donne hanno conquistato, spazi e riconoscimenti fino ad allora vietati.  Forse è questa nuova situazione di indipendenza ad alimentare la violenza per riportare la donna  alla  sottomissione? 

E’ un problema complicato. Verrebbe da dire che è così, ma sappiamo che spesso c’è un riaffiorare anche della convinzione delle donne che la gelosia sia prova di amore e che gli atti violenti una prerogativa dell’uomo passionale….

Ma ad accentuare questo tragico fenomeno quanto contribuisce il generale clima di violenza    della società? 

Anche questo è difficile non da constatare ma da analizzare nella sua complessità. Mi limito a dire che mi sembra che in generale ci siano molti fenomeni, diffusi soprattutto fra i giovani anche se non solo, che si esprimono come sfida alla vita e violenza anche contro se stessi. Attraversare a piedi i viali in ore di punta chattando al telefono, ridendo se si viene quasi investiti, guidare ubriachi o drogati, saltare da balconi di alberghi ai piani alti, ecc. So che anche la “gioventù bruciata” degli anni Cinquanta faceva cose simili, ma ora sembrano fenomeni più diffusi, come se, prive di futuro, le vite di tutti fossero vuoti a perdere, come le giovanissime e meno giovani accoltellate, sfregiate, fatte a pezzi e bruciate quasi ogni giorno. Gli esempi sono innumerevoli anche in altri contesti: vengono in mente le stragi  di adolescenti armati negli Stati Uniti il cui orrore si esaurisce rapidamente, fino al massacro successivo. 

Come uscire da questa tragica  spirale e come  concorrere alla costruzione di equilibrate relazioni tra i sessi ?

Penso che una relazione dipenda dal contesto generale così come dalla generosità e dal rispetto dei singoli che ogni coppia riesce ad esprimere. Inoltre bisognerebbe abituarsi di più, individualmente e collettivamente, ad ascoltare le ragione dell’altro/degli altri. Ascoltare e non urlare, reclamare i propri diritti ma anche quelli altrui. Spesso è molto faticoso e comporta qualche rinuncia. Forse non è più di moda, ma una volta aiutava l’esame di coscienza. Dalla mia esperienza non so suggerire altro.

 

Foto: Cesarina Casanova

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