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Casalinghe, per scelta o per necessità? Società

Ma si diventa casalinghe per scelta o per necessità?
Domanda fondamentale per comprendere la vita e le scelte di tante donne, soprattutto italiane. La ricerca “Io lavoro a casa” coordinata da Annalisa Tonarelli del Dipartimento di Scienza della Politica e Sociologia dell’Università di Firenze e commissionato dall’Assessorato al Lavoro della Provincia di Firenze  ha cercato di fornire delle risposte di carattere scientifico alle molte domande che circondano il mondo delle casalinghe di oggi. La ricerca è riuscita ad individuare quattro profili principali in cui rientrano le donne che si dedicano al lavoro di casa: “soddisfatte”, “adattate”, “casalinghe per forza”, “casalinghe temporanee”.

Nelle grateful housewifes vengono individuate le casalinghe in età spesso avanzata che hanno deciso di abbandonare il lavoro per rispondere al bisogno della loro famiglia. Rivendicando con forza la loro scelta, non nascondono tuttavia l’aspettativa di ricevere un maggiore riconoscimento sociale al proprio ruolo. 
“Io sono una donna che ha rinunciato ad una brillante carriera per crescere due figli e non posso dire che sia stato un passo facile ed indolore, ma intendevo dare ai miei figli tutto il tempo di cui disponevo ed i risultati ci sono stati. Escludo categoricamente che avrei avuto gli stessi risultati se avessi lasciato i miei bambini ad altri o a se stessi”.

“Io esercito la mattina tutte quelle attività che ci si aspetta dalla casalinga classica (pulizie, stiraggio, spesa, preparazione pasti, incontri con gli insegnanti) lasciando al pomeriggio l’accompagnamento e recupero alle attività extra-scolastiche, l’aiuto nei compiti, I tempi di lavoro sono diluiti lungo la giornata e gli imprevisti affrontati senza troppo stress”. Questa  l’espressione delle cosiddette “casalinghe adattate”, in genere accomunate da una storia lavorativa alle spalle ma che per i più svariati motivi si sono ritrovate nella condizione di decidere di seguire le attività domestiche e l’educazione dei figli. A questo gruppo appartengono donne che hanno figli abbastanza grandi e che vorrebbero rientrare nel mercato del lavoro, più per ritrovare un’indipendenza economica dal marito che per pura gratificazione professionale.

Come vivono questo ruolo, invece, coloro che sono rimaste espulse dal mondo del lavoro e che vivono la dimensione domestica come una punizione? Questo sono “le casalinghe costrette, o per forza”che vivono il loro status come condizione di cui scusarsi, sino ad entrare in complesse situazioni di depressione celata.
“Sono laureata a pieni voti, una carriera di 10 anni di tutto rispetto sulle spalle e…ho perso il lavoro perché ho fatto un figlio ed adesso, disoccupata e madre, mi trovo a dover fare una scelta atroce: continuo a cercare un lavoro per non pesare sul solo stipendio di mio marito, quando la disoccupazione chiuderà il misero rubinetto e conseguentemente decido di vedere mio figlio solo alla sera, oppure decidiamo di tirare i remi in barca, tornare alle abitudini risparmiose di 20/30 anni fa e divento “casalinga professionista” a tutti gli effetti?”

Aspettative di vita disilluse che incidono non poco sulla percezione negativa che il lavoro domestico inevitabilmente avrà in questo caso. Si evince dalla ricerca infatti che tanto è maggiore il valore di soddisfazione che la donna trae dalla tipologia e dall’impegno del suo lavoro precedente, più cresce il senso di intolleranza della mansione di casalinga, vissuta come fallimento, condizione subita ed inizialmente combattuta per poi giungere ad una rassegnazione, che difficilmente si trasformerà in un adattamento di natura positiva.

La quarta categoria, quella delle “temporary housewives” generalmente identifica quel gruppo di donne più giovani ed istruite, 30 anni in media, che nell’incertezza del futuro professionale investono nella sfera familiare, in attesa di occasioni più favorevoli per rientrare nel mercato del lavoro. In una situazione così critica, come quella italiana per il lavoro, la gestione dell’occupazione femminile non puo’ che interrogarsi sulle dinamiche del lavoro casalingo, al fine di comprendere il modo di creare gli strumenti più efficaci per il re-inserimento di molte donne nel mercato lavorativo.

E’ fondamentale capire che uno degli elementi che rendono difficile alle donne il rientrare nel mondo del lavoro, sino a creare una marginalizzazione di ruolo, è dovuto dal tipo di famiglia in cui si trovano a rivestire il ruolo di mamma e moglie. Maggiore è l’aiuto ricevuto dal partner sottoforma di sostituibilità nell’educazione dei figli come nell’ordinaria amministrazione della famiglia, anche dal punto di vista dei lavori domestici, tanto più aumenta la possibilità di un loro re-impiego professionale.

Questo che costituiva per le generazioni più adulte, una battaglia culturale di emancipazione del sesso femminile, oggi si connota più come una battaglia per la realizzazione di strumenti sociali e di servizi che permettano un’organizzazione pratica e dunque la realizzazione di una concezione moderna della famiglia, qualora essa sia costituita da coniugi entrambi affezionati alla soddisfazione professionale.

In altri casi è importante sottolineare che accanto ad un’avvenuta, anche se non ancora compiuta maturazione del’uomo italiano, il ritratto della casalinga moderna indica una mutata abitudine nei costumi.
La casalinga , oggi è sempre più in rete, sempre meno isolata e dunque meno a rischio di emarginazione, relegata alle faccende del nucleo familiare. Nonostante tutti questi cambiamenti, ciò che continua ad essere ancora mancante in Italia è l’annoso problema, legato ai servizi. Servizi, che agevolino il ruolo di moglie e madre, sviluppati dallo stato e che permettano, abbattendo i costi familiari, una naturale evoluzione del nucleo familiare in senso costruttivo anche nel nostro paese, senza la quale vanno aumentando le casistiche di disagio che peseranno alla lunga negli anni all’interno del contesto sociale stesso.

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