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Solidarietà alla giornalista del Tirreno Ilaria Bonuccelli Breaking news, Cronaca

Firenze – Una brutta storia, che vede nel mirino una giornalista preparata e competente e il suo lavoro da anni svolto per fare informazione e sensibilizzare  contro il fenomeno della violenza di genere, Ilaria Bonuccelli. La collega infatti ha ricevuto, per le ricerche svolte, una inquietante lettera proveniente da un carcere del nord Italia, da parte di un detenuto, che evidentemente non ne ha gradito l’attività. Piena solidarietà alla giornalista dalla redazione di Stamp Toscana.

Ecco il post della collega che ricostruisce l’accaduto:

“Mercoledì 11 maggio sono arrivata in redazione, a Livorno, come sempre. Anzi un pochino prima: avevo un incontro importante. Alle 10 dovevo incontrare 26 bambini e bambine che ancora credono nella bellezza del giornalismo
Alle 13,10 mi viene consegnata la posta del giorno
C’è una lettera. Già questo è insolito: di solito riceviamo comunicazioni via mail.
LETTERA DAL CARCERE
In questo caso, non era possibile. L’uomo che mi scrive non può mandare mail. E’ in carcere a Verona. E’ stato condannato per tentato omicidio e, con un altro processo, a 2 anni e 2 mesi, per maltrattamenti contro la (quasi) ex moglie. La legge prevede sconti di pena se si chiedono riti abbreviati: se non si fa perdere troppo tempo alla giustizia, ti tolgono un terzo della condanna.
Dalla cella, il signore mi scrive per questo. Per la faccenda della violenza. Non gli importa della condanna per il tentato omicidio. Lo infastidisce che mi sia occupata e mi occupi della sua (quasi) ex moglie. Che abbia segnalato che, malgrado i divieti della magistratura, per mesi (in passato) ha inviato dal carcere di Massa, Pisa e anche Verona lettere minatorie alla ex compagna. Lettere nelle quali la minacciava di gambizzarla e di molto altro.
PAROLE PER RABBIA
Ora, questo signore, pretende – con questa lettera – che io scriva che è una persona perbene. Che non sono vere quelle parole dette “ogni tanto”, così, per rabbia. Come quelle intercettate (legalmente) in carcere a Massa, ad esempio. O quelle scritte nelle decine di lettere, agli atti del suo processo.
Al di là di quello che vuole lui, però, c’è quello che voglio io. Quello che vorrei capire io:
perché un detenuto per reati gravi può scrivere a una giornalista che si occupa del suo caso, passando senza problema il visto censura del carcere nel quale è detenuto?
Perché deve convincere me, giornalista, che è cambiato e non è più un uomo violento e non prova a convincere la ex moglie, ricorrendo agli strumenti (complessi, innovativi, ma anche compensativi) della giustizia riparativa?
Perché si appella alla sua parziale incapacità di intendere e di volere quando agisce violenza ed è, invece, lucido quando si tratta di scrivere a me, rintracciare l’indirizzo non solo del mio giornale ma anche della sede nella quale attualmente lavoro? Come lo ha scoperto?
IL SILENZIO E’ COMPLICITA’
Ho riflettuto molto se rendere pubblica questa storia. Ne ho parlato con persone a me care. Non tutte hanno avuto la stessa reazione. E’ comprensibile.
Ho ascoltato tutte. Poi ho deciso. Al di là delle azioni ufficiali, credo che sia giusto raccontare quanto mi è successo. Se il detenuto si è sentito leso in qualche diritto, avrebbe dovuto farmi contattare dal suo legale. Fatto, peraltro avvenuto.
Il legale è stato ascoltato con l’attenzione dovuta.
Quindi a che cosa serve la lettera dal carcere?
Io non ho una risposta. Però ho un’affermazione.
NON MI SPAVENTANO LE LETTERE DAL CARCERE
Continuerò a occuparmi di donne vittime di violenza, con tutta l’energia e con tutti i mezzi di cui dispongo.
Continuerò a combattere l’indifferenza e perfino l’insofferenza con cui questo tema viene troppo spesso vissuto e liquidato in molti ambienti, anche quelli che si considerano più avanzati
Continuerò a studiare, cercare soluzioni con tante amiche che sempre mi aiutano, mi sostengono, mi correggono e mi insegnano.
Però, in effetti, il detenuto ha acceso una luce su un punto debole, che mi spaventa, più delle sue lettere: IL SILENZIO
Quando una donna dice di essere nel mirino di un uomo violento, in qualsiasi maniera – quando è vittima di violenza psicologica, economica, di violenza fisica o anche di pressioni indebite – e chi le sta accanto sottovaluta la gravità della situazione oppure resta in silenzio allora QUELLA DONNA DEVE DAVVERO AVERE PAURA
Sapete perché? Perché è circondata da persone che sono COMPLICI DELLA VIOLENZA
I VIOLENTI contano su alcune certezze:
che le VITTIME NON SIANO CREDUTE
che le VITTIME RESTINO ISOLATE
che le VITTIME ABBIANO PAURA
che le VITTIME SIANO LASCIATE SOLE
Ecco, io HO SCELTO DI PARLARE. Quindi ho fatto il primo passo
per ESSERE CREDUTA
NON ESSERE ISOLATA
SCONFIGGERE LA PAURA
NON ESSERE LASCIATA SOLA
Sono sicura che funzionerà”.

Una nota di solidarietà giunge da Irene Galletti,  consigliera Mps regionale. “Solidarietà a Ilaria Bonuccelli giornalista, scrittrice e attivista. Una donna che da anni si batte per fare opera di informazione e sensibilizzazione contro il fenomeno della violenza di genere”.

“Ebbene la violenza contro le donne e non solo, contro chiunque, inzia quando certe opere di intimidazione trovano spazio tra il silenzio dell’opinione pubblica.”

“Chiedo alla Toscana non violenta, a tutte le donne e gli uomini di buon senso, di non rimanere indifferenti di fronte a tale episodio, grave perché reiterato più volte dalla stessa persona e con più violenza verso la ex compagna. Proporrò oggi stesso al Presidente del Consiglio Regionale Antonio Mazzeo una mozione unitaria di solidarietà e un impegno da parte delle istituzioni affinché situazioni del genere non capitino più.”

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