energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Sollicciano, fa caldo, parliamo di carcere Dibattito politico

Riceviamo e pubblichiamo da Don Vincenzo Russo, cappellano del carcere di Sollicciano
Massimo Lensi, Associazione Progetto Firenze:

È ormai una tradizione acquisita: quando sopraggiunge il gran caldo fiorentino ecco che si parla di Sollicciano. Oscurato all’interesse generale per gran parte dell’anno, nel mezzo dell’estate il carcere vive una sorta di riscatto mediatico e accende i fari dell’informazione su di sé, trasformandosi da luogo della risocializzazione impossibile in argomento di confronto e di dibattito. Semplici fattarelli che durante l’anno non avrebbero suscitato attenzione di nessuno, prendono le prime pagine delle cronache dei quotidiani locali. Si viene così a sapere che si discute di introdurre la “sorveglianza dinamica”, una strana locuzione che, nei fatti, significa decidere se far trascorrere al detenuto venti ore al giorno chiuso in celle sovraffollate abbandonato nell’inedia e al caldo torrido, o se consentirgli di allargare il proprio ambito di movimento ai corridoi per otto ore al dì.  Un dilemma che marca lo spartiacque tra un carcere con tratti programmatici di umanità e la discarica sociale.

Nonostante i lodevoli sforzi della direzione, del personale e del volontariato, la situazione interna a Sollicciano nel tempo non muta. L’istituto è un muro di gomma dove tutto rimbalza. I progetti di cambiamento sono solo lontani segnali di fumo, e non serve la canicola per dimostrare che quando il sistema dell’esecuzione di pena va a rotoli, il precetto costituzionale della risocializzazione è destinato a fallire miseramente. Non ci vuole tanto a capire che quando un istituto penitenziario diventa un concreto fattore di rischio per la salute, la tensione interna è destinata a crescere. A fronte del vento di incarcerazione che spira nel nostro Paese da qualche anno a questa parte, non dobbiamo sorprenderci se il dramma del sistema carcerario trova ascolto solo nella speranza caparbia di pochi. Un carcere così, non ha efficacia alcuna per migliorare la nostra convivenza civile o per prevenire il crimine; serve solo a dare un falso appagamento a quei desideri di vendetta sociale continuamente sollecitati da chi, pur a fronte di un innegabile calo dei crimini, fomenta la paura e la guerra tra poveri. Non è un caso se oggi a Sollicciano, come in tanti altri istituti, a finirci sono soprattutto i poveri, i senzatetto, i reietti, molti dei quali con disturbi mentali; in altre parole quella parte del genere umano che attesta il nostro fallimento sociale. Parimenti si fa di tutto per offuscare la consapevolezza che anche il carcere è parte dello Stato, e come tale tenuto a rispettare quella legalità – in primis costituzionale – in difesa della quale s’invoca la galera.

Il caldo afoso passerà trascinando via l’attenzione di questi giorni. Sollcciano rimarrà nel suo “normale” stato di emergenza, un paradosso frutto – piaccia o meno – di una responsabilità collettiva troppo a lungo ignorata”.

Don Vincenzo Russo, cappellano del carcere di Sollicciano
Massimo Lensi, Associazione Progetto Firenze

Print Friendly, PDF & Email

Translate »