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Soraya d’Afghanistan: una principessa sul fronte dei diritti delle donne Cronaca, Società

Roma – Un caldo sole primaverile mi accoglie nella Roma dei papi,e precisissima all’appuntamento,nella piazza che prende il nome dall’omonima chiesa, che, pur avendo ormai quasi quattro secoli di vita, è ancora oggi chiamata la “Chiesa Nuova”, (con a fianco l’Oratorio dei Filippini,  i membri dell’Ordine di S.Filippo Neri, costruito nel 1575, la cui facciata leggermente concava fu realizzata dal Borromini tra il 1637 ed il 1643), mi viene incontro, sorridente, la principessa Soraya Malek, primogenita di India, figlia del re d’Afghanistan Amanullah Khan, nipote del re Amanullah Khan, conosciuto come grande modernizzatore (si deve a lui l’abolizione del velo), deposto nel 1929 da una rivoluzione,  e della regina Soraya Tarzi, che fu l’ispiratrice di una grande azione riformatrice, che stava trasformando l’Afghanistan in un Paese moderno.

Ci accomodiamo nella Biblioteca Vallicelliana, per parlare dei progetti sulla condizione delle donne afghane, ma anche del suo prossimo viaggio a Kabul per conto della fondazione di Luciano Benetton “Imago Mundi”, una collezione d’arte contemporanea, ovvero un progetto no-profit, che propone un nuovo modo di fare arte in nome della condivisione e diversità espressive, dei popoli della terra.
“Stiamo preparando con le donne di tutto il mondo un tulle ricamato che rappresenti una carta geografica di 2 metri per 3; le donne indiane, ad esempio, ricameranno gli oggetti musicali, le coreane del nord, alberi e piante della terra, le afghane i marmi e le pietre preziose dell’Afghanistan”: cosí ci dice Soraya con una punta d’orgoglio quando parla e ricorda le bellezze del suo Paese e  anticipa la disponibilità di Luciano Benetton  a portare un giorno parte della sua collezione Imago Mundi a Kabul per un’esposizione nei Giardini di Babur.

“In questi giorni mi attendono a Kandahar, la terra dei miei avi e qui incontrerò i capi tribù pashtun, che per rispetto non mi porgeranno la mano, perché, secondo le usanze, le donne non possono essere toccate in pubblico, (picchiate tra le mura domestiche sí) e sarò io a tenderla a loro, perché questi sono i tempi giusti  per cominciare a scardinare l’ipocrisia generale che vige in quel paese e che non tutela le donne“.
Oggi, purtroppo in Afghanistan, come da recenti statistiche, dopo decenni di guerre, il tasso di alfabetizzazione delle donne al di sopra dei 15 anni rimane del 17%, le bambine iscritte alla scuola primaria sono il 45% e solo l’1% delle ragazze prosegue gli studi, mentre l’87% delle donne ha subito nella vita almeno una forma di violenza fisica, sessuale  o psicologica.
E mi racconta di quella volta che salvò dalla condanna a morte una giovane donna sposata a un cugino a cui aveva dato due figli, che fu poi ripudiata dopo appena due anni di matrimonio, segregata, tenuta a pane e acqua in una stanza della casa, costretta a vivere sotto lo stesso tetto con la nuova moglie dell’ex marito. Fuggita da quell’inferno, fu accolta in un centro d’accoglienza, ( i centri d’accoglienza in Afghanistan non sono come quelli italiani e hanno una cattiva fama) e, volendo riavere con la tutela dei figli nei diversi processi, chiese aiuto alla principessa Soraya che in Afghanistan è molto amata
Mi dice che personalmente telefonò alla giudice che doveva emettere la sentenza definitiva, chiedendole il perché dell’accanimento nei confronti di questa giovane madre ma soprattutto come poteva lei, come donna, favorire quel marito e padre violento. La risposta della giudice fu che lei era obbligata a dare ragione all’uomo, perché altrimenti avrebbero ucciso lei e la sua famiglia.

“Per evitare ulteriori complicanze – continua la principessa – mi rivolsi  al Presidente della Corte Suprema che trovò la soluzione graziando la madre e affidandole la figlia ormai quasi maggiorenne ed entrambe temendo per la loro vita, perché minacciate di morte, scapparono in Iran, dove vivono tutt’ora. Pensai ingenuamente che la soluzione di questo caso avrebbe fatto scuola, aiutando  tutte quelle donne che si fossero trovate in futuro, nell’identica situazione, ma mi sbagliavo, perché scoprii  che in realtà la sentenza della Corte Suprema era stata emessa solo per  un riguardo a me!”.
“La cosa che più mi rattrista quando vado in Afghanistan -spiega –  è che ancora oggi una donna rimasta vedova o ripudiata non ha risorse né mezzi e tantomeno aiuti, perché quella è una società arretrata, maschile , dove persino le donne sono maschiliste, soprattutto se madri di figli maschi”. Mi racconta, offrendomi panchamrita e kofta, samosa e chapati, (bevande e cibo ayurvedici), che purtroppo per le strade di Kabul si vedono solo uomini, pochissime donne e tutte con indosso il burqa, che è un indumento importato dall’India  in Afghanistan dagli inglesi, ma che qui si chiama chadory, una veste che copre il corpo ma non il viso, perché è l’unico modo che hanno le donne di difendersi altrimenti verrebbero importunate.
“Io sono l’unica dei tredici nipoti di Amanullah che va in Afghanistan, anche se sono molto legata all’Italia che fu il primo Paese a riconoscere l’indipendenza dell’Afghanistan e sento quasi il dovere di servire il popolo afghano, ma soprattutto le donne del mio Paese, invitandole a non tralasciare gli studi. Ricordati che Dio ha voluto che tu nascessi principessa, (mi disse il nonno il giorno della laurea) ma con il tuo impegno e la tua intelligenza sei diventata dottoressa”.

“Le aiuto attraverso, ad esempio, la filiera corta”- puntualizza infine Soraya – cioè puntando sull’artigianato, che viene prodotto in territorio afghano, con la creazione di manufatti di eccellenza, realizzati dalle donne come ricami, gioielli,sete preziose perché così si esportano  nel mondo la bellezza, le tradizioni storiche dell’Afghanistan e al tempo stesso si creano nuove opportunità di lavoro e, infine, si promuove lo sviluppo economico del mio paese ancora troppo arretrato”.

Oggi l’impegno di Soraya Malek è quello di valorizzare il vasto patrimonio di saperi tradizionali afghani e la sua trasformazione in prodotti per il mercato globale così da generare  reddito per dare una nuova fiducia al popolo afghano, ma soprattutto valore al  lavoro delle donne.

“Mi auguro – conclude – che avvenga in Afghanistan quella profonda trasformazione sociale e culturale che fu iniziata negli anni venti grazie alla mia nonna,la regina Soraya Tarzi,perchè mi piacerebbe che il mio paese che ho sempre nel cuore,esca dall’arretratezza,e dal clima di paura e violenza  in cui si trova ora.”
Foto: La principessa Soraya d’Afghanistan con indosso il particolare copricapo afghano pakol che deriverebbe da un antico cappello macedone indossato dai popoli del Sud Europa.
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