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Spumante inglese e futuro dell’Umanità Opinion leader

Quando si pensa al vino spumante non è “naturale” pensare all’Inghilterra. Il riscaldamento globale però,come dicono i tecnici, “ha dato al meridione inglese lo stesso clima che lo Champagne ha avuto nel periodo 1950-60”.
Il piacere di bere del buon spumante, anche prodotto in Inghilterra, è frutto del processo di riscaldamento climatico non naturale del pianeta terra, che dalla fine degli anni ’60 dello scorso secolo, i tecnici del settore denunciano con preoccupazione crescente. Nel 2009  la Banca Mondiale ha ipotizzato che, a causa dell’innalzamento della temperatura, lo stato della produzione agricola nei cinque continenti, nel 2050 (fra meno di 40 anni), sarà già sostanzialmente modificato. Il surriscaldamento ridurrà in modo significativo la capacità produttiva dell’agricoltura: nell’ Europa meridionale: Francia, Italia, Spagna,etc.; in Africa solo Kenya e Zambia miglioreranno leggermente, mentre il resto del Continente avrà perso il 50% delle proprie capacità produttive; stessa sorte per l’Australia e gli altri Continenti.
L’ imprevedibile disponibilità di spumante prodotto in Inghilterra, spinge ulteriormente a considerare gli effetti dell’innalzamento della temperatura sulla terra. Quali sono però le cause di questo surriscaldamento progressivo del nostro pianeta , individuato e denunciato già da mezzo secolo? Sono le energie fossili ricche di carbonio:petrolio, carbone, gas naturale. L’impiego di queste energie è progressivamente aumentato a partire dalla seconda metà dell’800. Alla fine degli anni ’60 del 1900, sono iniziati gli allarmi, in particolare, per il surriscaldamento globale, prodotto dall’anidrite carbonica di cui è ricco il petrolio.
La reazione a questa consapevolezza è iniziata per tempo. Si pensi agli obiettivi dichiarati ed ai testi pubblicati dagli scenziati del “Club di Roma” a partire dal 1972. 
Il comportamento però delle compagnie petrolifere è stato diverso. Tra di esse si evidenzia il comportamento della  Exxon, le cui entrate annue sono “(quasi 500 miliardi di dollari), superiori alla maggior parte degli Stati nazione del pianeta “(1) “E’ la Exxon la compagnia petrolifera più grande di tutti i tempi e l’avversario implacabile delle riforme ambientaliste. Un colosso capace di esercitare un potere di veto non solo sui governi del Terzo mondo, non solo sul Congresso di Washington, ma perfino sulla scienza”
Nel 1997, in coincidenza con la firma degli accordi di Kyoto “la campagna della Exxon –dice Coll- fu unica per il suo attacco alla scienza. Sia in prima persona, sia attraverso l’American Petroleum Institute…cominciarono a finanziare ogni sorta di gruppi e associazioni neoliberiste, piccoli e grandi tutti uniti nella stessa strategia:sfidare la validità della scienza sul cambiamento climatico, mettendo in dubbio sia le responsabilità dell’inquinamento industriale sia l’esistenza stessa di un riscaldamento da CO2.”  “Il risultato finale: riuscì a creare l’impressione nei mass media e nell’opinione pubblica che la comunità scientifica era lacerata da una tremenda controversia, laddove invece questa controversia era marginale e in via di superamento”.Gli Stati Uniti non hanno firmato gli accordi di Kyoto.
La conferenza di Durban, che ha avuto luogo tra il 28 novembre ed il 12 dicembre 2011, ha avuto i seguenti risultati: un accordo globale salva clima da elaborare entro il 2015, ma che entrerà in vigore nel  2020; un accordo di Kyoto2 per l’Europa  a partire dal 2013 .
E’ probabile che tra qualche anno troveremo sul mercato del buon Champagne prodotto in Inghilterra

(1)“Le rivelazioni sui segreti della Exxon  sono contenute nel libro Private Empire che esce in questi giorni negli Stati Uniti. L’autore Steve Coll è una grande firma del giornalismo investigativo, ha già vinto due premi Pulitzer”

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