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Economia allo Stensen: la globalizzazione dopo la grande crisi Opinion leader

Firenze – Terza tappa del percorso “Le Banche, la Politica e l’Euro, come l’economia influenza la nostra vita” organizzato dalla Fondazione Stensen di Firenze, sabato 20 febbraio (ore 15,30), Luca De Benedictis, docente all’Università di Macerata e Alberto Zoratti, presidente di Fairwatch di Pisa, parleranno della “Globalizzazione”, del suo impatto sulle economie mondiali e delle tendenze in atto.

Sono passati 23 anni da quando il termine globalizzazione entrò ufficialmente nel gergo degli economisti e dei politici. Comparve nel 1992 nel  rapporto annuale delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano, riferendosi specificamente alla crescita del commercio mondiale. Quel termine, in poche parole passava da un contesto di scienze sociali, dal Villaggio globale di Marshall McLuhan, prodotto dai mezzi di comunicazione di massa, per assumere una connotazione prevalentemente economica che il Financial Times definisce come un processo costante di integrazione di economie, industrie, mercati, culture e gestione politica grazie “alla rete globale di commercio, comunicazione, immigrazione e trasporto”.

Sette anni dopo, a Seattle si manifestò, per la prima volta un movimento “no global” che si oppone a quello che considera un processo di privazione delle identità locale, di mercificazione della vita quotidiana, di sfruttamento del lavoro minorile e di asservimento agli interessi del business internazionale e invece può essere vista anche come integrazione, come maggiori opportunità di scambio, come produttrice di posti di lavoro e benessere.

Fra “apocalittici e integrati”, per utilizzare il più riuscito titolo delle opere di Umberto Eco, il processo di globalizzazione è andato avanti assumendo caratteristiche nuove accanto a quelle originali che si concentravano sull’abbattimento delle barriere tariffarie e non tariffarie e dei costi di trasporto, permettendo alla Cina, all’India e all’America latina di entrare nei mercati mondiali con tutta la forza delle dimensioni e della voglia non solo di spartire ricchezze e benessere con l’Occidente, ma anche di mettere in campo meccanismi di produzione più efficienti.

Si è passati da un modello basato sugli accordi multilaterali e sulle FTA, le aree di libero scambio, a un sistema assai più complesso che ha avuto effetti dirompenti. Il più drammatico dei quali è la lunga recessione cominciata nel 2008, non ancora del tutto passata, che è stata originata dall’onnivora globalizzazione finanziaria.

Non è dunque una forzatura  parlare di globalizzazione prima e dopo la grande crisi. Si può schematizzare la storia di questi venticinque anni di sviluppo dei mercati globali partendo dalla caduta delle barriere e dagli accordi anti protezionistici in ambito WTO (World Trade Organisation), l’Organizzazione mondiale del commercio, con il parallelo svilupparsi delle aree di libera scambio nelle Americhe e in Europa e l’ingresso della Russia, e soprattutto della Cina,  nei mercati mondiali. Questa fase si accelera in modo esponenziale con lo sviluppo delle tecnologie informatiche che hanno favorito l’esplosione della globalizzazione finanziaria.

Sempre schematizzando, sono infatti quattro gli strumenti  con cui opera la globalizzazione: scambio di beni e servizi,  delocalizzazione produttiva, movimenti di capitale finanziario e migrazioni. Alcuni di questi fenomeni sono più antichi, ma in questo contesto diventano realtà macroscopiche.

Non c’è dubbio che il processo di globalizzazione ha fatto crescere il livello di benessere di ogni nazione, anche se il reddito pro capite è aumentato assai di più nei paesi occidentali che nel resto del mondo. Secondo la banca Mondiale la quota della popolazione mondiale che vive con meno di 1,90 dollari/giorno è passata da 44,3% del 1981 al 12,7% del 2012.

Tuttavia,  ed è questo l’aspetto più negativo della globalizzazione,  a partire dagli anni 90 del Novecento vi è stato un aumento notevole della disuguaglianza non solo fra gli stati ricchi e quelli poveri, ma soprattutto all’interno dei singoli paesi,  fenomeno che è diventato l’oggetto di saggi che come quelli di Joseph Stiglitz e di Thomas Piketty  restano al centro della discussione degli economisti e dei politici in tutto il mondo. Anche se ancora le concause della disuguaglianza non hanno avuto una convincente spiegazione.

Le ricorrenti tempeste  finanziarie a partire da quelle monetarie delle cosiddette Tigri asiatiche, i paesi ad alto sviluppo dell’Asia, per arrivare a quella  che ha provocato la più lunga recessione del dopoguerra hanno portato a ripensare tutta l’impalcatura liberistica che ha dato le ali alla globalizzazione.

Quella stessa visione che ha impedito finora che venisse ammodernato e reso più efficace il sistema delle istituzioni mondiali ideate da John Maynard Keynes a presidio dell’equilibrio economico internazionale, la Banca Mondiale il Fondo Monetario Internazionale, in primis.

Dunque che fare? Bisogna tornare al protezionismo? Alle barriere doganali? Ai limiti dei movimenti dei capitali e agli spostamenti delle persone? O bisogna regolare  meglio alcuni mercati come quello finanziario?

Il  quadro complessivo spiega bene perché il nuovo passo  da compiere nella visione della globalizzazione, cioè il TTIP, Transatlantic Trade and  Investment Partnership, tra Unione Europea e Stati Uniti d’America, proceda fra continui stop and go e rimarrà certamente al palo almeno fino a che non verrà eletto il nuovo presidente americano.

Immagine : news.mit.edu

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