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Storia: battaglie navali fra Genova e Venezia. Intanto gli altri… Cultura

Firenze – Dopo il saggio sulla battaglia della Meloria (e quello sulle crociate scritto insieme a Franco Cardini)  il medievista Antonio Musarra torna a parlare delle Repubbliche marinare con Il grifo e il leone (Laterza 2020) dedicato al lungo conflitto tra Genova e Venezia che aveva come posta il dominio del Mediterraneo.

Affrontiamo con questa intervista alcuni temi trattati in questo libro di ampio respiro frutto di approfondite ricerche basate soprattutto su una rilettura diretta delle fonti dell’epoca. 

Perché Petrarca scrisse al doge veneziano, Andrea Dandolo per far cessare la guerra con Genova?  Quale era il suo obiettivo politico?

Il Grifo e il Leone si apre con una missiva del Petrarca al doge veneziano. Il poeta è ampiamente implicato nella vicenda: prima, a titolo personale; poi, in quanto agente dei milanesi Visconti, che nel 1353 diverranno signori di Genova, guadagnando, anche se per breve tempo, l’agognato accesso al mare. L’obiettivo del nostro è, dunque, quello di rappacificare le due città, così da favorire l’egemonia viscontea nel nord-Italia. Si tratta di una posizione peculiare, che poco ha a che vedere con la lotta in sé tra Genova e Venezia – la missione del Petrarca non ha modo, infatti, di concretizzarsi –, ma che, grazie all’epistolario del poeta, permette di penetrare a fondo la politica di quegli anni. L’aulico periodare dell’aretino coglie, infatti, la sostanza del problema mediterraneo. La rivalità tra quelli che lui chiama i due «astri d’Italia» era radicata. Le sue ragioni poggiavano tanto nella geografia, quanto nelle scelte dei rispettivi abitanti. Collocate «ai limiti della terra d’Ausonia», a capo del Tirreno, l’una, dell’Adriatico, l’altra, Genova e Venezia erano andate affermandosi quali potenze marittime di grande rilievo, acquisendo un ruolo strategico nelle relazioni tra Oriente e Occidente, da un lato, tra Mezzogiorno e Settentrione, dall’altro. Era stata la crescente concorrenza commerciale sviluppatasi nel Mediterraneo – e, in particolare, nel Mediterraneo orientale, a seguito della conquista veneziana di Costantinopoli, nel 1204 – a dare abbrivio al confronto. In gioco v’era la sopravvivenza d’un sistema cui nessuna delle due intendeva rinunciare.

Il conflitto tra le due città, in atto da tempo, non era più riconducibile esclusivamente al topos della rivalità mercantile, che n’era stato, comunque, il motore primario.

Certamente. Sia l’una, sia l’altra avevano trovato nel mare il mezzo principale per accrescere le proprie fortune. A ciò si aggiungeva, però, l’ombra dell’ideologia, tesa a preservare quell’honor civitatis di cui si sostanziava buona parte del discorso politico del tempo, che si esplicava nella denigrazione dell’avversario e nell’affermazione d’un’identità mercantile e guerriera al tempo stesso. Tale rivalità metteva in discussione l’unica priorità che, agli occhi del Petrarca, spettava alla penisola: il «dominio del mare».

Nondimeno, numerose erano le collaborazioni, favorite dal vivere a stretto contatto nei luoghi  più lontani, letteralmente da un capo all’altro del Mediterraneo: Tana, Trebisonda.

Non c’è dubbio. Ho voluto specificare quest’aspetto sin dall’introduzione. Non è raro imbattersi nella documentazione superstite – soprattutto in quella notarile, proveniente dagli insediamenti mediterranei – in proficue collaborazioni tra le parti. Si pensi, ad esempio, a quella straordinaria impresa commerciale posta in essere, alla metà del Duecento, tra il veneziano Bonifacio da Molin e il genovese Nicolò di San Siro, originario di Acri, incontrati a Konya, capitale del sultanato di Rum, dal minore Guglielmo di Rubrouck, di ritorno da Karakorum. Ciò avveniva spesso lontano da casa. L’ambiente, generalmente ostile, spingeva alla collaborazione. Il caso è, senz’altro, eclatante. Nondimeno, numerose erano le collaborazioni di più modesta natura. È quanto accade, ad esempio, a Tana, alla foce del Don, all’estremità orientale del mar Nero – «ad confinia mundi et in faucibus inimicorum nostrorum» –, e a Trebisonda. Una collaborazione, questa – limitata a mutui più o meno piccoli, a procure per la consegna di determinate merci, a vere e proprie società commerciali; e si da anche il caso di notai veneziani roganti, in caso di necessità, per genovesi –, dettata dal dover affrontare nemici comuni. Del resto, a Genova era presente una piccola comunità veneziana, la quale, nel 1274, risulta eleggere un proprio console. Ed è probabile che a Venezia accadesse lo stesso.

In che senso il Mediterraneo medievale era un mare plurale?

Genova e Venezia non sono gli unici soggetti presenti nel Mediterraneo. La componente musulmana, quella ebraica, quella greca sono altrettanto importanti. In questo senso, il Mediterraneo è un mare eminentemente plurale, capace di mondi contermini: v’è un Mediterraneo latino, un Mediterraneo greco, un Mediterraneo arabo, un Mediterraneo berbero, un Mediterraneo ebraico, un Mediterraneo mamelucco, un Mediterraneo tartaro e chissà quanti altri. Il Mediterraneo, insomma, conosce diverse identità. Che, tuttavia, partecipano d’una cultura affine, facendo parte, inoltre, della medesima economia-mondo, in grado di parlare una lingua comune. È questo lo sfondo dell’intera vicenda. 

Ha iniziato queste ricerche diversi anni fa, fin dalla tesi  sulla “guerra di San Saba”. Di cosa si trattava?

Sì, il volume nasce con la mia tesi di laurea. Mi occupai, allora, della guerra di San Saba, e, cioè, del primo conflitto apertamente combattuto tra Genova e Venezia, sorto in Oriente, nelle acque di Acri, capitale del regno di Gerusalemme. Fu la molla che mi fece appassionare all’argomento, che ho curato nel corso degli ultimi dieci anni con ripetute ricerche d’archivio, sino a fornire una sintesi aggiornata. Ma molto resta ancora da fare, giacché la documentazione superstite relativa a questi scontri è imponente. La guerra di San Saba vide per la prima genovesi, pisani e veneziani scontrarsi mortalmente, sia per terra, sia per mare. Si concluse nel 1258 con la cacciata dei genovesi da Acri; mossa cui questi risposero stringendo alleanza con l’imperatore di Nicea, Michele VIII Paleologo, e sostenendolo nella riconquista di Costantinopoli, caduta – è bene ricordarlo – in mani latine (e veneziane) nel 1204. A distanza di un cinquantennio da quell’evento si può dire che la carta geopolitica del Mediterraneo orientale ne risultasse completamente ribaltata. La guerra di San Saba diede avvio a oltre un secolo di scontri fra le tre città marittime.

Come è avvenuta la raccolta del materiale documentario relativo allo scontro secolare tra Genova e Venezia attraverso una rilettura diretta delle fonti?

Ricordo ancora l’emozione provata nel trovare, nell’Archivio di Stato di Genova, alcune lettere di ambasciatori genovesi intenti, nel 1258, a trattare col papa e gli inviati di Venezia e  Pisa i termini di una pace. Pubblicai quel materiale qualche anno fa, accorgendomi, nel frattempo, che molto altro era a disposizione. Più a Genova che a Venezia, a dir la verità. Una visita all’archivio di stato veneziano mi permise di familiarizzare col materiale edito o regestato. Poi fu il momento della cronachistica di entrambe le città, che quelle vicende narrava da punti di vista differenti. Insomma, si è trattato di un lavoro paziente di sistemazione e rilettura di tutte le fonti a disposizione. Ho voluto favorire il lettore – pensando, in particolar modo, all’appassionato cultore di cose patrie, al collega e allo studente universitario – inserendo in nota le segnature archivistiche di ciascun documento. Ogni pagina del libro permette approfondimenti inusitati.

Da quale ottica  ha riletto gli scontri tra Genova e Venezia? 

L’ottica è quella della storia militare, con particolare riguardo al contesto marittimo e navale mediterraneo. D’una storia militare che non disdegna lo studio seriale delle operazioni belliche, pur mantenendo costantemente lo sguardo sul contesto politico, socio-economico e culturale in cui queste hanno luogo. La data, la battaglia, la trattativa sono parte d’un contesto da cui non è possibile astrarre. E, tuttavia, fare storia militare senza studiare le operazioni militari, com’è stato fatto a lungo, risulta limitativo. Non è possibile comprendere un sistema militare senza analizzarne i risultati pratici. Ma, certo, l’avvenimento rimane pur sempre la schiuma; per citare Jacques Le Goff, «la pointe de l’iceberg», il segnale di qualcosa di più profondo, talvolta impercettibile. 

Perché non è più sostenibile che la guerra navale nel Mediterraneo medievale  fosse una prosecuzione della guerra di terraferma? Quali le peculiarità dei confitti navali?

La storiografia militare ha sostenuto troppo a lungo questa tesi: la guerra navale non era che un prolungamento della guerra di terraferma, giacché tutto si giocava nell’abbordaggio, a seguito del quale si combatteva come se ci si trovasse in un campo di battaglia. Nulla di più sbagliato. Intendiamoci, le similitudine sono abbondanti, ma la guerra navale possedeva regole proprie, giunte a maturazione nel corso del Duecento, quando iniziano a comparire veri e propri trattati militari, frutto di ragionamenti strategici avanzati. Va detto, a ogni modo, come sotto la definizione di “guerra navale” sia possibile comprendere un ampio coacervo di attività bellico-marittime, talvolta molto diverse tra loro: dalla guerra anfibia, che utilizza le unità navali per proiettare le forze terrestri sulle coste di territori ostili o potenzialmente tali, alle operazioni congiunte, consistenti generalmente nell’attacco d’un obiettivo costiero sia da terra, sia da mare, dall’attività del guasto, e, cioè, della devastazione di limitate porzioni del territorio nemico, seguita da un rapido ritirarsi a bordo delle proprie unità navali, alla conduzione di veri e propri raids volti al saccheggio delle città costiere, dalla pratica del devetum, e, cioè, del blocco navale nei confronti d’un porto nemico, ad attività quali la pirateria e la guerra di corsa – sino a buona parte del Duecento non ancora ben distinte; e ciò nonostante inizi ad affermarsi il principio per cui il potere pubblico poteva acconsentire legalmente al fatto che i propri cittadini potessero compiere autonomamente azioni di tal fatta. Ora, la maggior parte di queste operazioni rientrava nel tentativo di fiaccare il morale dell’avversario, quando non d’ottenere del facile bottino con cui finanziare la stessa attività bellica (o, magari, come nel caso di Pisa, la costruzione della cattedrale, simbolo della potenza raggiunta sui mari). La battaglia, dunque, non era che un’opzione ulteriore, compresa tra quelle disponibili. È in essa, a ogni modo, ch’è possibile scorgere tutta la specificità del combattimento navale rispetto a quello di terraferma.

Perché era sempre l’Oriente a catturare lo sguardo di entrambe le potenze marittime?

Le ragioni degli scontri vanno ricercate nella necessità di battere le stesse rotte e di approvvigionarsi dei medesimi prodotti. L’economia genovese e veneziana non poteva fondarsi su alcun cospicuo entroterra. Bisognava importare da fuori il grano e tutto ciò che abbisognava alla popolazione. Nel Duecento, l’esplosione dei traffici aveva reso tale sistema ormai piuttosto stabile, incrementando, però, la concorrenza. L’Oriente costituiva, allora, l’area commercialmente più viva del Mediterraneo. In particolare, le città le litorale siro-palestinese fungevano da terminali occidentali delle cosiddette vie della seta. In Egitto, inoltre, giungevano le spezie indiane. A Costantinopoli, gli schiavi e i prodotti delle steppe asiatiche. Lungo la direttrice che da Costantinopoli, attraverso Acri, giungeva ad Alessandria si giocava, insomma, il commercio internazionale, cui gli italiani partecipavano da protagonisti.

Come erano articolati i loro sistemi portuali? 

Genova e Venezia sono entrambe città-porto: la loro conformazione urbanistica, cioè, risente delle strutture portuali. Si tratta, tuttavia, di strutture molto diverse. Basti pensare alla costruzione navale. In entrambi i casi, ampio spazio è concesso all’iniziativa privata. Venezia sviluppa, tuttavia, un sistema maggiormente accentratore, che canalizza la costruzione pubblica nel celebre arsenale. Genova, invece, seguita a prendere a nolo dai privati i legni di cui bisogna, salvo costituire una sorta di sistema diffuso, potendo richiedere contribuzioni da entrambe le riviere. La forza di entrambe, tuttavia, sta nel network portuale, oltre che commerciale, allargato ch’esse vanno creando nel corso del tempo lungo rotte che legano assieme l’intero Mediterraneo.

 

 

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