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Storia di Charity, dal Camerun in Italia per realizzare un sogno Opinion leader, Società

Roma – Pubblichiamo la testimonianza di Charity, ragazza del Camerun rifugiata in Italia, che racconta il suo percorso di integrazione in Italia. L’intervento è stato fatto in occasione dell’inaugurazione del Centro Matteo Ricci, presso il Centro Astalli, la sede del Servizio per i rifugiati dei Gesuiti. 

Mi chiamo Charity, ho 25 anni, sono rifugiata in Italia da due anni. Vivevo in Camerun, con la mia famiglia. Ho un fratello più grande e due sorelle più piccole. Mio padre e mia madre sono due maestri della scuola elementare. Per loro la scuola è sempre stata una cosa molto importante, per noi figli e per il futuro del Paese.

Sono laureata in Economia e Finanza. A Yaoundé, la capitale, lavoravo come contabile per una ong per i diritti delle donne e dei bambini vulnerabili. Mi piaceva la mia vita in Camerun, facevo il lavoro che avevo sognato, avevo gli amici, la mia famiglia. Una vita normale.

Poi però la passione politica di mio padre e di mio fratello mi hanno cambiato la vita. Mio padre e mio fratello hanno partecipato a una manifestazione pubblica per chiedere il diritto allo studio per tutta la popolazione, in tutto il paese.
Sono stati arrestati e incarcerati.

Di mio padre non abbiamo avuto mai più notizie. Di mio fratello dopo pochi giorni abbiamo saputo che era in un carcere nel Nord Ovest del Paese. Sono partita subito per andare a vedere se fosse davvero in quella prigione e chiedere la sua liberazione. Davanti a quel carcere eravamo tantissimi in cerca di notizie dei nostri cari. Ci hanno arrestati tutti.

Dopo tre giorni in quel carcere, alcuni manifestanti hanno fatto scoppiare un incendio. Nella confusione
generale siamo riusciti a scappare. Mi sono rifugiata in un convento di religiosi, dove ho trovato un vecchio
amico di mio padre. Grazie a lui dopo un mese sono salita su un aereo per lasciare il Paese.

Da quel giorno ho cominciato la mia nuova vita. A Roma ho trovato una donna camerunense che mi ha
ospitato. Mi ha aiutato a presentare la domanda di protezione internazionale e chiedere un posto in un centro
d’accoglienza.

Oggi sono rifugiata, sto cercando lavoro perché mi devo mantenere da sola e presto dovrò lasciare il centro che mi ospita. Ma mi impegno anche molto per riuscire a fare gli esami necessari per il riconoscimento dei
miei studi anche qui in Italia.

Oggi sono disposta a fare qualsiasi lavoro onesto. La fatica non mi spaventa. Ma non voglio abbandonare il
sogno di fare il lavoro per cui ho studiato.

Questo è l’unico modo che ho per ringraziare i mie genitori di avermi insegnato che lo studio e la cultura possono cambiare il mondo e che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini.

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