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Storia di Pablito: “I sogni si avverano se hai il coraggio di non mollare” Opinion leader, Sport

Firenze – In quest’anno che sembra non finire più, sono troppe le notizie che non avresti voluto sapere o dare, tra queste quella della morte di Paolo Rossi, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, all’ospedale Le Scotte di Siena, a causa di un tumore contro il quale stava combattendo da qualche tempo.

Rossi, il «Pablito» dei Mondiali di calcio del 1982, era nato a Prato il 23 settembre 1956 (guarda caso di domenica pomeriggio). Aveva tirato i primi calci a un pallone nel campetto in mezzo agli ulivi dell’oratorio di Santa Lucia sotto lo sguardo attento di don Sandro Bertasa. Era cresciuto calcisticamente a Firenze, nella Cattolica Virtus, presso la Comunità giovanile di San Michele, sotto lo sguardo attento di un altro prete, don Ajmo Petracchi, ma anche degli osservatori di grandi club come la Juventus, che lo avrebbe acquistato nel 1972 per una cifra allora esagerata per un ragazzo: 20 milioni.

A quei tempi Rossi aveva 16 anni e tutti lo chiamavano «Paolino». Dieci dopo sarebbe diventato «Pablito», eroe dei Mondiali di Spagna del 1982 portando con i suoi gol la Nazionale italiana per la terza volta nella storia del calcio sul gradino più alto del mondo facendo impazzire milioni di italiani con in testa il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Di quel Mondiale, Pablito sarebbe stato il miglior giocatore e anche il capocannoniere con nove gol di cui tre rifilati al Brasile stellare di Zico e Falcao. Nello stesso anno avrebbe vinto anche il Pallone d’oro.

Nonostante gli allori, Paolo Rossi aveva fatto tesoro dei consigli di don Sandro e di don Ajmo e non si era mai montato la testa pur avendone tutte le ragioni per farlo. Era tornato a vivere in Toscana, in Valdambra, tra Arezzo e Siena. Faceva il commentatore televisivo, gestiva un agriturismo e scriveva libri. L’ultimo è un’autobiografia firmata con la seconda moglie, Federica Cappelletti, che tra l’altro ha dato la notizia della morte del marito con un messaggio su Instagram.

Il libro s’intitola Quanto dura un attimo (Mondadori) e al momento dell’uscita, esattamente un anno fa, era una favola a lieto fine, la storia di chi ha sfidato la sorte e l’ingiustizia fino a diventare leggenda. Oggi non sembra più una favola a lieto fine, ma resta vivo l’esempio di un uomo che è caduto suo malgrado e che ha saputo rialzarsi grazie alla propria determinazione e al proprio coraggio.

Tornando a quel lontano 1972, quando il sogno sembrava già realizzato, Rossi partiva per Villar Perosa, anche se il padre Vittorio, tifosissimo viola, aveva fatto il possibile per tenerlo a casa suggerendo alla Cattolica di sparare la cifra di 20 milioni perché l’«odiata» Juve rifiutasse la richiesta e Paolino passasse alla Fiorentina disposta a pagare fino a 5 milioni.

Ma la Juventus, che inaspettatamente accettò la richiesta senza battere ciglio rispondendo con un semplice fax, era sempre la Juventus, anche per il ragazzo di Prato, nonostante che il suo idolo fosse Kurt Hamrin, «Uccellino», mitica ala destra della Viola. Per Paolo si aprivano in ogni caso le porte dello stadio torinese della squadra più blasonata d’Italia ritrovandosi a condividere lo spogliatoio con calciatori che fino a quel momento aveva visto soltanto sulle figurine Panini (Zoff, Altafini, Causio, Capello, Bettega, Haller…) e che l’avvocato Gianni Agnelli e suo fratello Umberto gestivano abilmente come pedine di una squadra spaziale.

Ma il sogno fu breve, a interromperlo ci pensò il menisco, che ci avrebbe pensato anche in seguito, fino a quando, nel 1980, Rossi fu trascinato ingiustamente nel fango del calcio-scommesse rimediando due anni di squalifica. Ma ogni volta Pablito aveva saputo riprendersi. Dapprima passando dalle strisce bianconere e qualche biancorosse del Lanerossi Vicenza, che contribuì a suon di gol a portare dalla serie B fino al secondo posto in A, e poi diventando inaspettatamente titolare in quei Mondiali di Spagna che grazie alla lungimiranza del commissario tecnico Enzo Bearzot.

Quei campionati lo avrebbero consacrato come uno dei calciatori più forti di tutti i tempi di fronte a milioni di occhi tra cui quelli di mamma Amelia, la sarta che a Prato tutti conoscevano, che tante volte aveva sofferto per non vedere il suo ragazzo studiare e diplomarsi e che ora piangeva di gioia sugli spalti del Santiago Bernabéu dopo il 3 a 1 alla Germania commentato a suon di «Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!». Lei aveva avuto il coraggio di volare a Madrid. Vittorio no, era rimasto a Prato, dove esultava davanti al televisore mentre migliaia di pratesi assaltavano la casa. Tutti volevano abbracciare «babbo Rossi».

«A volte i sogni si avverano, se hai il coraggio e la forza di non mollare. Come io – scriveva Pablito – non ho mollato, anche se è stata davvero dura». Allora, un anno fa, non immaginava che avrebbe dovuto purtroppo mollare di fronte a un male maligno. Non lo immaginava ancor più qualche tempo prima quando lo avevamo incontrato nel suo buen retiro in Valdambra per parlare del suo grande amico don Ajmo in occasione della pubblicazione di un libro sull’assistente spirituale della Cattolica Virtus (Don Ajmo Petracchi. Prete di grande umanità con la missione dell’educatore, Sarnus – Edizioni Polistampa, promosso dall’Associazione Arcton – Archivi di cristiani della Toscana del Novecento, pp. 96, euro 12,00).

Gli brillavano gli occhi a «Paolino» al solo ricordo dell’amico prete, che all’epoca del primo incontro aveva il doppio dei suoi anni. «Don Ajmo – raccontava Rossi – fa parte della mia adolescenza. Io sono stato alla Cattolica Virtus dai 12 ai 16 anni, quando i due riferimenti erano don Mario Lupori e, appunto, don Ajmo Petracchi». Scherzando aggiungeva di essere cresciuto in mezzo ai preti e di aver fatto un pensierino anche al seminario: «La squadra dove ho iniziato a giocare a Prato, a Santa Lucia, era stata creata da don Sandro Bertasa. Lui giocava con noi, si rimboccava la tonaca e calciava. Don Ajmo no, non l’ho mai visto toccare un pallone. Ma quello alla Cattolica è stato per me un periodo importante di cui ho un ricordo molto bello. Era un ambiente gestito molto bene sia dal punto di vista professionale che dei rapporti umani, con Renzo Baldacci dirigente e Piero Colzi allenatore. La Cattolica è sempre stata una società modello, che guardava non solo all’aspetto sportivo, ma anche alla formazione e alla crescita dei ragazzi.

Con don Ajmo – aggiungeva – ho sempre avuto un rapporto molto intenso, sia in quei quattro anni in cui non potevo trovare ambiente migliore, ma anche dopo, quando sono andato via e lui ha preso a scrivermi. Per cui, anche vedendoci poco, la sua è stata per me una presenza costante. Nelle lettere mi ricordava sempre da dove arrivavo, chi fossi e di non lasciarmi prendere dal successo e dalla popolarità. Questo è stato per me importante. In qualche modo mi ha sempre tenuto con i piedi per terra. Mi spiegava anche che io avevo una grandissima responsabilità perché tutto quello che facevo e dicevo veniva amplificato diventando io un esempio per gli altri. Mi mandava anche libri, soprattutto di spiritualità. Ricordo ad esempio le poesie di Tagore. Mi diceva: “Leggili che ti fanno bene”».

In una lettera a don Ajmo, da Villar Perosa il 6 agosto 1975, Paolo Rossi lo appellava come «la persona più umana, più intelligente, più colta, più costante e anche simpatica» che avesse mai incontrato nella sua  vita. E l’anno scorso, nel ricordarlo a quasi vent’anni dalla scomparsa, ribadiva che «era sempre cordiale, sorridente, brillante, si faceva ben volere, aveva una parola per tutti, era anche profondo, per cui quando ti diceva qualcosa era importante farla propria. Io almeno l’ho sempre fatto. Per me è stato sempre un riferimento. I suoi consigli, che di volta in volta metabolizzavo, mi sono serviti per muovermi in un ambiente non facile come quello del calcio».

Foto: Paolo Rossi con don Ajmo Petracchi negli anni della Cattolica Virtus

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