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Storia di Rajaram: quando l’Arno divenne il Gange Cultura

Firenze – Depositato tra le pieghe della storia fiorentina si inserisce l’epilogo terrestre di un nobile viaggiatore indiano.

Dove il Mugnone si congiunge con l’Arno e finisce il Parco delle Cascine, un busto, sormontato da un baldacchino, con un’iscrizione in quattro lingue, italiano, inglese, hindi e punjabi ricorda proprio il punto dove il suo giovane corpo divenne una nuvola di polvere. All’Indiano.

Paolo Ciampi, autore di “Il Maragià di Firenze”, Arkadia Editore, 2020, evoca i giorni del soggiorno del principe Rajaram Chuttraputti a Firenze fino alla sua morte, che lo colse qui nell’allora capitale d’Italia, nel mese di novembre del 1870.

Le brevi notizie, sottratte al tempo, ci separa una distanza lunga 150 anni, attraverso i giornali dell’epoca digitalizzati, fortunati documenti rintracciati su internet, anche il diario di Rajaram, sono stati recuperati dall’oblio grazie all’abilità dello scrittore che, con la sua penna leggera ed elegante, intreccia in una varia e articolata narrazione conoscenze letterarie, vicende storiche, riflessioni culturali, episodi e vicissitudini personali. Ma sono sempre presenti, come tessere di un sofisticato mosaico, la città di Firenze e la breve vita del principe.

Paolo Ciampi, nel libro si sofferma spesso a raccontare le sue visite al monumento del giovane indiano, ma come è nata la voglia di approfondire questa pagina dimenticata?

Come tanti fiorentini l’Indiano – lo chiamiamo semplicemente così – è sempre stato la mia meta di uscite a piedi e o in bicicletta. Fin da ragazzino, senza mai chiedermi davvero quale storia ci fosse davvero dietro un monumento tanto strano e apparentemente fuori posto. Alla fine però ha avuto la meglio la curiosità. Era la storia di cui avevo bisogno, in tempo di muri e viaggi proibiti, per gettare un ponte con un altro continente”.

Nel suo libro “Il Maragià di Firenze” scava nelle poche notizie che riguardano il maragià ventenne, forse alla ricerca di citazioni e ricordi che restituiscano un senso a una morte così prematura. Mi sembra però di leggere un doppio registro, come se la storia del Maragià le offrisse la possibilità di una riflessione più generale sulla vita…

Hai ragione, questo è in primo luogo un libro sulla bellezza e la fragilità della vita. A posteriori mi sembra strano averlo concepito prima della pandemia. Ma nel giovane indiano ho visto l’entusiasmo del ragazzo che per la prima volta parte per scoprire il mondo. Ed è proprio al cospetto della sua voglia di scoperta, della sua disposizione alla meraviglia, che ho sentito più forte il dolore della sua perdita. E sì, questo è anche un libro su ciò che di una persona può rimanere dopo la morte”.

Il Maragià le ha fornito una buona occasione per gettare uno sguardo su Firenze capitale e scoprire qualcosa di interessante sui fiorentini…

Con questa storia in pratica si congeda Firenze capitale. Eppure, anche se corte, ministri e ambasciate se ne vanno, proprio in questa circostanza la mia città dimostra di sapere abbracciare e accogliere il mondo. Lo ha fatto col funerale indù del Maragià, quando consente che l’Arno diventi per una notte il Gange, con un rito in realtà ancora non consentito. Lo dimostrerà più volte anche nel Novecento, basti pensare a un sindaco come La Pira che sa farsi ponte tra città appartenenti a blocchi contrapposti”.

Quali progetti ha per il futuro? Sta preparando un nuovo libro?

Il non ritorno a casa del maragià mi ha spinto ad approfondire il tema del ritorno: e su questo sto scrivendo un libro. Poi c’è un mio cammino nei luoghi degli etruschi, con le mie solite divagazioni, ma anche con la scoperta dell’incredibile attualità di questo popolo enigmatico. Uscirà il prossimo anno”.

Foto: Paolo Ciampi

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