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Strage di Piazza Fontana, 50 anni di ipotesi e torbide verità nella pancia nera della Repubblica Breaking news, Cultura

Firenze – Piazza Fontana: il 12 dicembre del 1969, una bomba scoppiò in pieno centro a Milano, alla Banca dell’Agricoltura, provocando 17 morti e 88 feriti. Nel giro di 53 minuti, oltre a Milano (un’altra bomba fu trovata inesplosa in piazza della Scala) altri attentati insanguinarono l’Italia. A Roma scoppiarono tre bombe: una alla Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, una all’Altare della Patria alla base del pennone, un’altra in piazza Venezia all’ingresso del Museo del Risorgimento. Il bilancio fu di 18 feriti.

Ed è piazza Fontana e lo stragismo, a costituire uno dei primi temi della serie di incontri dedicato a Piazza Fontana organizzato dall’Archivio del ‘68 insieme con il Centro Studi per la Scuola Pubblica (Cesp) che giovedì scorso ha organizzato un incontro, all’interno degli eventi di formazione per il personale scolastico, all’Istituto Salvemini- Duca D’Aosta. Un primo passo, nel quadro di un itinerario lungo il crinale della “Verità storica e manipolazione politica”, come titola il ciclo, all’interno del quale si prevede anche una mostra e incontri nelle scuole.

Un filo, quello che lega stragismo, affari e un disegno ben calcolato, che, secondo il presidente dell’Archivio del ’68 , il professore Maurizio Lampronti, vede la sua genesi molto prima degli anni’60 e dell’esplosione delle bombe di piazza Fontana. E’ negli anni immediatamente seguenti la fine della Seconda Guerra mondiale che risiedono i motivi per cui quelle uova o cellule dormienti da cui sarebbe poi rispuntata la “strategia della tensione” vengono, secondo Lampronti, deposte. Come una eredità malata capace di rispuntare dopo quasi un ventennio per riportare la Repubblica sotto scacco.

“Per capire la genesi dello stragismo bisogna risalire non agli anni ‘ 60, ma prima, alla fine della seconda guerra mondiale – dice il professore – là dove la sconfitta del nazifascismo portò gli alleati a rivolgersi contro l’altro grande polo considerato “nemico”, avviando quel periodo che fu chiamato poi della “guerra fredda”; di fatto una guerra al comunismo tout court in primis contro il Paese che aveva avuto più morti nella guerra, ex alleato, vale a dire l’Unione Sovietica di Stalin”.

Una scelta di priorità che ebbe ricadute importanti anche in Europa. In Italia, come ricorda il presidente dell’Archivio del ’68, comportò una serie di decisioni che “sembrarono andare in senso contrario rispetto alla stessa vittoria militare: dalla fuga di molti capi nazisti in Europa e, in Italia, a un’attenzione forte verso i residui del fascismo e repubblica di Salò”. Senza dimenticare la grande amnistia concordata con Togliatti.

Il filo nero prodromo della strategia della tensione e delle esplosioni di Piazza Fontana, “cominciò a rivelarsi in particolare con tre avvenimenti – continua Lampronti – l’arrivo in Sicilia fin dal 1943 di emissari della mafia americana con forti contatti nella Massoneria, che fomentano il movimento indipendentista, con storici contatti con servizi americani e inglesi; l’evasione del principe Junio Valerio Borghese, capo della X Mas, che ricomparirà in Italia come leader di un Fronte nazionale e che darà vita al famoso tentativo di golpe, l’8 dicembre 1970;  la comparsa di Licio Gelli sin dal ’43-44, che si spostava fra Pistoia e Sassari, piccola cittadina della provincia sarda, dove però allignavano famiglie che avrebbero poi fatto la storia del Paese: dai Berlinguer, ai Cossiga ai Segni, a vario titolo imparentate fra loro”.

Fatti che comportarono, spiega Lampronti, “una posa di cellule dormienti che avrebbero schiuso le loro potenzialità quando la conflittualità operaia in Italia conobbe una straordinaria ripresa, fra gli anni ’60 e ‘70”.

L’assunto storico è proprio la contrapposizione, in tutte le forme, al comunismo rappresentato non solo dall’Urss, ma anche da tutti quei paesi e quei movimenti che comunque dall’Unione sovietica traevano fonte e ispirazione. Una battaglia che in Italia ebbe un ruolo particolare, anche in grazia alla posizione geopolitica del Paese, ultima frontiera per molti versi del mondo occidentale e primo paese venendo dal blocco orientale.  Nonché sede di uno dei partititi comunisti più forti dell’area occidentale.

Una precipua caratteristica dell’Italia, che la stacca in qualche modo dalla tradizione della famiglia occidentale, è la sua endemica tendenza al golpismo. “La tendenza al golpismo in Italia è sempre esistita, caratteristica che la accomuna ai paesi dell’America Latina. Del resto, l’Italia era e resta crocevia fra nord e sud del mondo, fra est e ovest. La posizione italiana nel Mediterraneo ne faceva l’elemento debole dell’alleanza atlantica, caratteristica messa ancora più in luce dalla presenza del più forte partito comunista occidentale insieme a quello francese. A conferma di questa particolare situazione, nel 1964 avviene un primo tentativo di colpo di Stato, a opera del Sifar, che è passato alla storia col nome di piano Solo. A capo, Giovanni De Lorenzo. Personaggio strano, già comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, ai tempi al vertice del Sifar, era uno dei pochi militari italiani che aveva partecipato alla Resistenza. Accumulò un potere enorme, fra carabinieri, servizi segreti, rapporti politici”.

Il tentativo fu portato avanti nel solco della crisi politica del primo governo Moro, con lo scopo di occupare i centri di potere e neutralizzare quei soggetti ritenuti pericolosi perché “sovversivi” dal Sifar, il servizio di intelligence delle Forze Armate, poi disciolto. “Ci sono delle ricostruzioni storiche che lasciano il dubbio se il presidente Segni fosse a conoscenza o meno del golpe, ma di fatto il colpo di stato fu più rumoroso che bellicoso – continua Lampronti – La vicenda fu portata alla luce da due giornalisti, Scalfari e Iannuzzi. Una serie di articoli denunciarono il fatto, sull’Espresso, nel 66-67”.

Sta di fatto che il progetto di rovesciare le istituzioni repubblicane fu messo in atto dopo che si era formato il primo governo di centrosinistra: infatti, nel 1963 il Psi che, fino ad allora, era stato alleato col Pci, si sgancia e va a formare il primo governo di centrosinistra, con Dc, Pri e il partito liberale.  In quell’occasione, il Psdi di Saragat trova l’unità con il Psi e, dopo un incontro col presidente della Repubblica Antonio Segni, in cui sono presenti Saragat e Moro,  il presidente viene colto da trombosi cerebrale. A succedergli sarà lo stesso Saragat. “Il pericolo del governo di centrosinistra – continua Lampronti – era che legiferasse troppo a sinistra: dalla nazionalizzazione dell’energia alla riforma della scuola, la borghesia italiana ebbe paura, creando un’unificazione di intenti fra politici e industriali. Tant’è vero che la nascita di un secondo governo di centrosinistra vide una potenzialità riformatrice inferiore rispetto al primo. Nenni scrisse che si era sentito troppo rumor di sciabole per continuare nell’opera riformatrice  con  un certo successo”. Insomma secondo questa interpretazione storica, l’intenzione golpista era dichiarata. Un capitolo ancora inesplorato rimane la partecipazione dei servizi inglesi a tutta la costruzione della strategia della tensione italiana.

La situazione politica, a partire dal 1967, cambia. Il movimento studentesco irrompe sulla scena: si radicalizza nelle Università, in particolare a Trento, Pisa, Torino. “A Torino si assiste a una situazione con intellettuali molto giovani, che hanno legami anche famigliari con personaggi politici importanti come il figlio di Bobbio – ricorda Lampronti – mentre a Trento risiede la prima facoltà di sociologia in Italia. Ci si potevano iscrivere anche coloro che provenivano dal tecnico-professionale, mentre nelle altre era necessario il diploma classico o scientifico. Ci fu un afflusso di giovani di famiglia proletaria che avevano modo di accedere alle facoltà universitarie: 4-5mila giovani in una città piccola, cattolica, dominata dalla Dc, che dette luogo a una situazione complessa. Anche quella di Pisa era una situazione originale: intanto alla normale di Pisa ci fu un afflusso di teste pensanti, fra cui voglio ricordare Sofri e D’Alema; inoltre, in quel periodo c’erano anche delle importanti lotte operaie nelle fabbriche del litorale”.

Dunque, la svolta vera è il Movimento Sudentesco che nasce in Francia, Germania, Italia, Stati Uniti. Un movimento che in Europa, oltre a prendere una chiara connotazione di sinistra, si segnala per diversità di modello e durata. “In Germania il movimento fu duro, ma durò lo spazio del ’68. In Francia, dopo la primavera e il Maggio, si finì con De Gaulle e il referendum. In Italia cominciò nel ’68 e durò una decina d’anni, lunghezza che non ha uguali in Europa”. Lunghezza e storia.

Il Movimento studentesco in Italia si collegò subito alla classe operaia. “Ad oggi, almeno in apparenza, non esiste più una stratificazione sociale che risponda a questo nome, mentre a quei tempi era molto evidente – continua Lampronti – l’agricoltura era stata in Italia fino agli anni ‘50, l’attività prevalente. Dalla fine degli anni 50 in poi, prevalse l’industria, con la migrazione dei meridionali al nord: Milano, Torino, Genova. Ci fu anche la fase dello spostamento   dalla campagna alle città, che riguardò in particolare la campagna veneta. Si trattò di un vero e proprio movimento migratorio e di spostamento delle popolazioni italiane, che andavano verso le grandi fabbriche milanesi e torinesi, Fiat, Breda, Alfa Romeo. Un’epopea terminata: basti pensare che la Fiat ha un decimo in Italia degli operai dell’epoca”. Tutto ciò provoca stress violento nelle città del nord, primo fra tutti il razzismo che colpisce i meridionali, tensioni sociali, disordini. I contadini che scappano a una vita di miserie e umiliazioni nelle campagne meridionali e non, si ritrovano fra uguali alla catene di montaggio, con stipendi mensili, e si comincia a parlare di diritti del lavoro. comincia a crears anche una nuova figura, l’opraio-massa, diversi dai vecchi operai che in recedenza avevano lavorato in queste città, sindacalizzati e che avevano difeso gli strumnti di produzione dai nazisti che volevano portarli in Germania.

Intanto, sul fronte politico, il movimento del ‘68 diede vita a una serie di contestazioni da sinistra al Pci. “Il Pci era uscito con lustro dalla Resistenza – continua Lampronti – ma scordiamo che in Italia, a differenza ad esempio della Francia, non sono mai stati fatti i conti col fascismo: Togliatti era ministro della giustizia quando firmò l’amnistia”.

Nascono dunque gruppi a sinistra del Pci. “Alcuni risalivano agli anni ’20, alle prime rotture col Pci, ad esempio di trotzkisti e i bordighisti. Ma quella che nasce in quegli anni è una dissidenza nuova, che ha una matrice diversa dalle storiche. Si tratta di una dissidenza operaista, che parte dall’analisi sociale della situazione, per arrivare ad organizzare gli operai e poi, al limite, il partito. Fra le esperienze più interessanti, Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia”.

Ma intorno la situazione si complica. “Queste nuove associazioni cominciano a preoccupare i circoli conservatori e filo americani, anche se è il Pci a restare il vero osservato speciale – continua il presidente di Archivio del ’68 –  intanto si assiste anche a un fenomeno nuovo, del tutto culturale ma con frti risonanze sociali. Prima del 68, le riviste si occupavano di cultura, poi passano a parlare di politica e si diffondono passando a migliaiai di copie. Un esempio? I Quaderni piacentini”.

Dunque, le dissidenze trovano gambe su cui marciare e sono quelle degli studenti. “Si vanno a cercare gli operai, si va a fare attività politica nelle fabbriche, nascono gli scioperi alla Fiat, e le avanguardie nelle fabbriche”. Si chiudono alcuni contratti collettivi, quello dei chimici in primis, ne restano aperti altri, importantissimi, come quello dei metalmeccanici. La classe operaia sembra ormai avviata a una serie acquisizioni positive. Ma la reazione comincia.

Il 19 novembre 1969, avvengono a Milano violenti scontri di piazza, dove muore un poliziotto, Antonio Donnarumma, 22 anni. Le versioni sulla morte sono almeno due: colpito al capo da un tubolare d’acciaio durante gli scontri (operai e studenti erano stati caricati con automezzi e lacrimogeni) violenti, o impattato contro l’autoblindo nello scontro con un altro mezzo della polizia. Fai funerali di Antonio Donnarumma, prende il via quella che sarà in seguito conosciuta come la “maggioranza silenziosa”, movimento di destra fuori dai partiti. Si registra che da ora in avanti su ogni episodio dell’epoca come sulle stragi, la verità dei fatti non sarà mai più certa.

“Nel corso di tutto il ‘69 furono messi in atto piccoli attentati dinamitardi a banche, concessionarie di macchine e treni”, spesso riconducibili agli anarchici. Nessuna vittima.

 Il 12 dicembre del ‘69, è un venerdì e la banca nazionale dell’agricoltura è ancora aperta alle 17 del pomeriggio perché è la banca degli agricoltori, che possono passare a quell’ora. “Questo ha alimentato l’ipotesi che non si volesse ammazzare nessuno – dice Lampronti – ma i morti finali furono 17, i feriti 88”.

L’inchiesta della Procura di Milano svolta subito a sinistra, vale a dire, gli anarchici. Perché? “Alcuni degli attentati precedenti erano anarchici”.  Il movimento anarchico è disorganizzato. “A Roma è nato da pochi mesi il circolo 22 marzo, anarchico, che ha una strana composizione – ricorda Lampronti – ci sono un poliziotto, un agente dei servizi e un fascista infiltrato, più 5-6 anarchici veri e propri. Fra questi Pietro Valpreda, ballerino, che, a causa dell’equivoca testimonianza di un tassista, viene individuato al volo come esecutore della strage. Da sottolineare la campagna mediatica che ne seguì, con toni lombrosiani. Intanto, l’anarchico Giuseppe Pinelli il 15 dicembre entra vivo in questura e ne esce cadavere la mattina del 16”. Vola fuori dalla finestra della Questura di Milano e si schianta al suolo.

“Si è ritenuto da subito, e rimane l’ipotesi centrale, che Pinelli fosse stato volato fuori dalla finestra dai poliziotti della questura di Milano – continua Lampronti – e lo slogan “Calabresi assassino” per molti anni fu la verità ufficiale urlata nei cortei. Oggi,  sono emerse diverse ipotesi. Una delle più innovative ritiene che Pinelli si sia gettato volontariamente dalla finestra per bloccare un progetto politico destabilizzante,  cioè arrivare tramite le sue conoscenze all’editore Feltrinelli, esponente comunista, e gettare così l’addebito della strage addosso al Pci; altre ipotesi, contemplano la possibilità che Pinelli divincolandosi dalla presa dei poliziotti, sia caduto accidentalmente dalla finestra”.

“Si continua ad andare avanti ad ipotesi – continua – ovviamente anche sui mandanti. Il personale politico della Questura di Milano, presente e non, era composto da reduci della Repubblica di Salò (Guida e Allegra). Del resto, in quegli anni, la percentuale di questori e prefetti reduci repubblichini era molto alta”. .

Al Ministero degli interni l’UAR (Ufficio affari riservati) che dipendeva dal ministro degli interni, era diretto da Umberto Federico D’Amato, l’uomo più potente d’Italia in quegli anni. D’Amato  proveniva da un corso di “formazione” della Cia, effettuato alla fine della Seconda Guerra mondiale, e negli ultimi anni della sua vita (morì nel 1996) tenne una garbata rubrica di cucina sull’Espresso. Aveva inviato alla questura di Milano, dopo la strage, nomi di rilievo come Silvano Russomanno, un passato, secondo quanto emerso da una recente pubblicazione, non solo nella Repubblica di Salò, ma anche nell’unica divisione italiana delle SS, internato dopo la guerra a Coltano, il campo di concentramento dei repubblichini, ed Elio Catenacci,  direttore apparente degli Affari riservati. Era D’Amato il vero regista dell’operazione; aveva, come documentato recentemente, stretti legami con James Angleton, vertice del controspionaggio della Cia in Italia, e altrettanto stretti legami con Stefano delle Chiaie, nome che diverrà tristemente famoso nel corso degli anni e delle indagini su questo ed altri avvenimenti.

Fra i vari libri che si sono susseguiti su Piazza Fontana, uno dei primi a uscire fu “La strage di Stato”, di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini, edito da Samonà e Savelli, uscito in libreria nel 1970.

Fra le ipotesi prospettate, si è ritenuto che la bomba di piazza Fontana non fosse altro che un primo passo di progetto golpista, bloccato per tutta una serie di ragioni.  “Il lunedì successivo – ricorda il presidente dell’Archivio del ’68 –  ai funerali delle vittime della strage, un ferreo servizio d’ordine di metalmeccanici mise nel nulla il tentativo, annunciato con grande chiasso dai media, di provocare caos e disordini nel corso delle esequie, da parte dei fascisti e anche della neonata “maggioranza silenziosa”. Il poderoso servizio d’ordine non lasciò spazio ai tentativi di provocazione. Si dice che Mariano Rumor presidente del consiglio di allora, fosse stato in prima battuta connivente col tentativo sia golpista sia di trasformare le esequie in un ‘occasione di caos e di conseguenza di repressione (un altro passo verso la strategia della tensione?…)  poi però si fosse staccato. Da allora l’estrema destra ripudiò Rumor, che fu oggetto di un attentato pochi anni dopo. Una cosa curiosa fu che la famosa lite fra Segni e Saragat del 1964 (in occasione del tentativo di golpe Solo) fu ripetuta nel ‘69 fra Saragat e Moro”.

Moro era già stato informato, tramite indagine dei carabinieri che dipendevano dal ministero della difesa (il ministro era Gui, moroteo) della pista della destra padovana Freda-Ventura-Facchini, addirittura cinque giorni dopo l’attentato. Ma la lista fu bloccata. Da quanto si può ricostruire, l’UAR si era dato da fare e tramite il ministero degli Interni era stato tutto fermato: il commissario Pasquale Juliano, a Padova, che aveva capito la pericolosità della cellula neofascista veneta guidata da Giovanni Ventura e Franco Freda, a cui era arrivato indagando sopra la bomba esplosa nello studio del rettore di Padova il 15 aprile 1969, aveva arrestato Facchini. L’indagine era stata interrotta però dopo questo primo arresto e il commissario, sulla base di indizi poi rivelatasi falsi, fu sospeso dall’indagine e trasferito a Ruvo di Puglia. Gli indizi ne avrebbero indicato la volontà di riversare sugli estremisti di destra la responsabilità della strage. Il commissario Pasquale Juliano fu assolto dalle accuse solo dieci anni dopo.

“Saragat, secondo una versione, aveva coperto gli attentatori tramite il Ministro degli interni – dice Lampronti – Moro minacciò Saragat. E il compromesso fu che tutto l’appoggio di un certo ceto politico al tentativo di stragismo sarebbe cessato in cambio dell’impunità di tutti coloro che vi avevano partecipato. Impunità – conclude il presidente dell’Archivio del ’68 – durata 50 anni”.

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