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Studi e ricerche: a precipizio nella spirale del gioco d’azzardo Cronaca, Società

Firenze – Ho appena giocato al Superenalotto e faccio dunque parte stabilmente di quell’80% di italiani adulti che hanno giocato d’azzardo almeno una volta nella vita con una netta prevalenza degli uomini sulle donne.  Ho contribuito con due euro a una spesa complessiva per questa attività che nel 2014 o stata di 84,5 miliardi (dati Ars Toscana). Quando entro nella ricevitoria (diciamo in media una volta al mese) di solito non mi pongo alcun problema se non la vecchia barzelletta del giocatore che prega insistentemente l’Altissimo di farlo vincere alla lotteria fino a che quest’ultimo si spazientisce: “Lo farei anche, ma prima devi giocare la cartella”. Quotidiana routine esistenziale, fatta di piccoli gesti innocui.

Apparentemente innocui: dopo la lettura de “La spirale del gioco”, scritto da Franca Tani e Annalisa Ilari (Firenze University Press), sicuramente uno dei saggi più completi sul gioco d’azzardo che diventa patologia, la cosiddetta ludopatia, mi trovo nel primo affollatissimo gradino di una scala all’ingiù che parte da un comportamento a basso rischio, passa da uno a rischio moderato per arrivare a uno decisamente problematico: l’1,6%, circa un milione di persone, che hanno contratto una forma patologica di dipendenza dal gioco tale da distruggere la vita propria e quella di coloro che li circondano.

Gli esperti usano la sigla GAP, Gioco d’Azzardo Patologico, che solo dagli anni 90 è stato inserito nella categoria dei “disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”, esattamente come l’alcolismo e la tossicodipendenza. Perché  il giocatore d’azzardo patologico può uscire dalla sua malattia solo sottoponendosi a percorsi analoghi a quelli dei drogati e degli alcolizzati. Non a caso è il SERT che ha sviluppato un’esperienza in questo campo: il servizio in Toscana ha preso in carico nel 2015 oltre 1.400 giocatori patologici su una stima di oltre 20mila che ne avrebbero bisogno.

Il libro delle due psicologhe, che si inserisce nel contesto del lavoro dell’Unità di ricerca interdisciplinare sulle Nuove patologie sociali  dell’Università di Firenze, finanziato anche con il contributo della Fondazione Cassa di risparmio di Pistoia e Pescia, è ricco di informazioni e spiegazioni sulla malattia, i suoi sintomi e i suoi effetti dirompenti, partendo dagli ultimi risultati della ricerca delle neuroscienze, illustrando con chiarezza i vari metodi per diagnosticare la malattia e mettendo a fuoco il carattere complesso delle cause scatenanti . Ciò che succede nel cervello da un punto di vista chimico fisiologico si innesta su aspetti specifici della psicologia, così come  può trarre alimento dai comportamenti all’interno del nucleo familiare.

Per la terapia le due autrici propendono per l’approccio psicodinamico che parte dagli assunti teorici della psicanalisi: “Obiettivo principale dell’intervento terapeutico è l’analisi delle motivazioni profonde, inconsce del comportamento patologico:  un’analisi che va al di là dello specifico e contingente problema del gioco che spinge l’individuo a richiedere il trattamento”. Una volta raggiunto un livello soddisfacente di consapevolezza dell’individuo, il problema è quello di lavorare sul suo sistema relazionale, dal momento che “il giocatore patologico è spesso il sintomo di un  sistema relazionale malato”. Un’altra soluzione è quella di rivolgersi ai gruppi di auto-aiuto, come i “Giocatori anonimi” che operano in modo analogo a quello degli Alcolisti anonimi.

Tuttavia è sul fronte della prevenzione che il problema gioco d’azzardo patologico diventa un’emergenza sociale difficile da contrastare. In nessun altro settore è più evidente l’intreccio fra business, fragilità individuale, atteggiamenti e comportamenti del contesto socio-culturale, nonché quelli delle agenzie statali che regolano e incentivano il gioco d’azzardo. Le due studiose mettono in evidenza come le slot machine elettroniche, le scommesse via internet, i video poker di nuova generazione, nel ridurre al massimo i tempi di riflessione del giocatore e nel prospettare facili vincite in tempi rapidissimi stiano diventando la causa principale delle ludopatie soprattutto nella fascia adolescenziale.

Il numero delle New Slot e dei Video Lottery Terminal è passato da 250mila nel 2007 e 380mila nel 2012. Nel 2014 gli esercizi che disponevano di questi apparecchi in Italia erano circa 120mila. Internet, poi, ha reso rapido e facile l’accesso al gioco attraverso i dispositivi mobili. “Tutte queste caratteristiche risultano essere particolarmente insidiose per lo sviluppo di un comportamento compulsivo e si aggiungono ai fattori di rischio tipico dei giochi on line per l’instaurarsi di una dipendenza”.

Il giro d’affari, dunque, prospera anche perché è evidente il rapporto proporzionale inverso fra crisi economica e gioco, quest’ultimo visto da molte persone in difficoltà come una delle strade per risolvere facilmente i propri problemi. Così cresce anche l’offerta degli operatori del settore con campagne pubblicitarie intense e senza limiti: tutti possono scommettere su tutto in tempo reale. E certo non basta né l’annuncio che il gioco è proibito ai minori di 18 anni (chi può controllare?) né l’ammonimento che può diventare una malattia. Formule pubblicitarie come “Ti piace vincere facile?” possono influenzare soggetti vulnerabili perché rimandano a “un’immagine vincente del giocatore nonché all’illusione del facile guadagno”.

Che fare? Fermo restando che non è possibile né efficace usare l’arma del proibizionismo per un’attività che è fortemente radicata nella nostra cultura, “è tuttavia auspicabile – scrivono le due autrici – rivolgere particolare attenzione alla diffusione di quei giochi d’azzardo che, per le loro peculiari caratteristiche favoriscono più di altri l’insorgenza della dipendenza, sia perché presentano un ‘elevata velocità delle sessioni di gioco, sia perché offrono premi che più di altri possono risultare appetibili”.

 

 

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