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Studio Memo, il design è cultura e ricerca delle antiche lavorazioni Breaking news, Cultura

Milano – Il recente evento internazionale del mobile, vetrina delle tendenze dell’arredo, ha evidenziato la speciale condizione del Made in Italy, particolarmente significativa per l’originalità dei progetti.   Tra le realtà più creative nel settore dell’industrial design emerge un giovane studio di architettura con sede a Firenze, presente alla recente edizione del Salone del mobile di Milano con alcune interessanti proposte contemporanee. Su un divano, una delle sue ultime creazioni, c’è Maurizio Manzoni, architetto e titolare dello Studio Memo, insieme a Federico Visani e altri suoi collaboratori. “Insieme a Federico Visani lavoriamo insieme da circa venti anni, esattamente dal 2001”.

Avete iniziato insieme lo studio?

“Con Federico Visani ci conoscevamo già da prima, lavorando in un altro studio. Poi, insieme e con il professor Tapinassi, che purtroppo è scomparso qualche mese fa, abbiamo creato lo studio Memo. Roberto Tapinassi è stato il mio mentore, compagno di viaggio, quasi un padre, il padre ideale”.

Di che cosa vi occupate principalmente nel vostro studio?

“È uno studio di architettura, perché io sono un architetto, ma con il tempo ci siamo specializzati in industrial design. Cioè abbiamo focalizzato la nostra preparazione sul prodotto, sul complemento di arredo, ma non solo perché poi abbiamo lavorato nella nautica, nel mondo dell’auto, negli allestimenti. Il nostro è lavoro a 360 gradi, dalla grafica alla progettazione del tessuto… Ho insegnato all’Università di Firenze per qualche anno, occupandomi di disegno, rilievo e diagnostica del tessuto”

Qual è il suo settore preferito?

“Io ho una formazione architettonica. Ho fatto tantissimi esami di progettazione architettonica e urbana a Firenze e questo mi ha aiutato poi a lavorare nel mondo dell’arredo scalando in qualche modo le mie conoscenze. È proprio un lavoro di scalatura. Uso le mie conoscenze delle linee e delle proporzioni per poi generare prodotti come quelli che vediamo qui intorno che comunque sono delle architetture, in scala minore. Sono anche molto pulite, valorizzo il dettaglio che magari dà qualcosa in più al prodotto, lo diversifica e lo rende particolare e personalizzato per ogni azienda”.

Cosa è successo nel caso dell’azienda che ci ospita in questo momento?

“In questo caso, qui per Cantori, abbiamo fatto prima di tutto una riflessione in cosa era specializzata l’azienda. La conoscevamo per i prodotti fatti negli ultimi anni, ma storicamente era famosa per i letti in ferro battuto. Così ci siamo detti, ma questo ferro battuto dov’è finito? Perché alla fine non c’era più traccia. Noi abbiamo sempre ammirato certi progetti di Christian Liaigre, dove il ferro è forgiato dal fabbro. Sono forme che non sono mai le stesse, sono sempre diverse come se fossero delle sculture. Come un dipinto che è lo stesso paesaggio ma le foglie cambiano di direzione in funzione del vento. E poi ci siamo detti: Cantori ha seguito troppo certe lavorazioni semplici, tipo il metallo a taglio laser. Abbiamo visto che alcuni prodotti non avevano il valore che la loro sapienza poteva produrre. Siamo partiti da questo sempliceconcetto: Troviamo un modo per riprendere questa loro qualità. Ripartire dal dna per cui erano conosciuti. E fondamentale è stato questo ferro battuto che noi abbiamo riproposto come cilindro sovrapposto, sfaccettato”.  

Un cilindro di ferro sfaccettato?

“Si, però sovrapposto a una lavorazione più semplice che è quella liscia, ottonata, del sottopiede, che ritroviamo poi nel divano e in tutta la collezione Shanghai”.

Quindi lei ha reso contemporanea una lavorazione legata alla tradizione…

“Si e l’abbiamo unita poi a tante altre materie. Come i marmi, i legni. Abbiamo aggiunto il legno frassino nero dove si intravede fortemente la vena. È abbastanza tridimensionale. Questo travertino per esempio, è una cosa nuovissima, è un travertino turco molto scuro.  Abbastanza inusuale”.

Una ricerca sofisticata…

“Il travertino, come quello della stazione di Firenze di Michelucci, ma reinterpretato. Noi volevamo che fosse naturale, con il poro aperto, con una bella sensazione al tatto. Chiudere i pori del travertino significa perdere la bellezza della materia”.

Architetto Manzoni, com’è il vostro modo di procedere su un progetto?

“Il nostro è un team molto affiatato. Non siamo solo io e Federico Visani. Ci sono Federica Francini che lavora con noi da otto anni, laureata in architettura, Maria Claudia De Felice anche lei laureata in architettura, un nuovo arrivo, ma si è integrata perfettamente. Ognuno ha un suo ruolo. Chi si prende molte responsabilità alla fine sono poi Federico e Federica, oltre me. Ma tutti sanno come si progetta e si scelgono i materiali. Talvolta iniziamo da un marchio per progettare poi il prodotto. Molte volte un dettaglio ci dà l’input per fare tutta una collezione. è successo così per alcune aziende. Partiamo dal marchio per stabilire una filosofia aziendale che deve essere diversa da tutte le altre. Ogni realtà è unica”.

“Maurizio – interviene Federico Visani – sarebbe importante parlare delle lavorazioni, sempre un po’ primitive. Una ricerca particolare sulla materia. L’idea è quella di riportare queste lavorazioni non tanto al fabbro dell’Ottocento, ma all’età della pietra, del bronzo. Per esempio la gamba di questo tavolo è fatta con una lavorazione particolare che rende nero l’interno dello scavo mentre l’esterno è bronzato”.

Avete una grande esperienza, nonostante la vostra giovane età…

“Abbiamo iniziato presto a lavorare in questo settore. Ed è stato importante il lungo cammino con il professor Tapinassi, scomparso all’età di 85 anni. Una differenza di età e di esperienza. Alla fine poi abbiamo pensato che per andare avanti non bisogna guardare quello che fanno gli altri. Ma si deve guardare al passato per reinterpretarlo e andare oltre. Guardare al primitivo, alla natura”.

Qualcosa di spirituale, in controtendenza. Cercare l’essenza di un’azienda?

“Si e l’essenza dei materiali che usiamo. Noi abbiamo lavorato con circa cinquanta aziende diverse. Con tutte abbiamo sempre cercato di capire l’essenza dell’azienda. Non proponiamo assolutamente il nostro modo di vedere l’industrial design e imporci. Cerchiamo una modalità di lavoro che sia in sintonia, nel rispetto del dna dell’azienda. Così nascono prodotti nuovi. Lavorando con grandi aziende sappiamo l’importanza di certe scelte”.

Forse un certo tipo di clienti, vuole alta qualità, servizio, immagine. Dietro c’è un sentimento… Un processo progettuale complesso…

“Conosciamo grandi aziende. Le abbiamo viste all’inizio e seguito il loro percorso verso la qualità. Hanno fatto grandi progressi. Questo ci fa molto piacere. Abbiamo fatto raggiungere loro un alto livello. Siamo molto orgogliosi di questo”.

Tornando alla ricerca. Attualmente c’è una riscoperta delle lavorazioni manuali?

“Per superare un tipo di produzione industriale medio-bassa tipica di certi paesi, noi italiani dobbiamo riscoprire l’essenza dei processi di lavorazione artigianali qualificanti”.

Perché si chiama Studio Memo?

“Quando abbiamo creato lo studio volevamo un nome che avesse un rapporto con la memoria. Intesa come tempo, cultura, arte, conoscenza. Architetti che noi conosciamo e che ci ispirano. Per crescere noi ci dobbiamo astrarre dalla realtà. Una volta abbiamo condotto per l’azienda di auto Lancia un progetto dal tema “Design dell’invisibile” finalizzata alla realizzazione del concept car Dialogos. Il progetto è durato un anno. Per farlo ci siamo dovuti astrarre completamente per capire cos’era questo “Design dell’invisibile”. Un foglio bianco e una penna per scrivere qualcosa sull’invisibile. Abbiamo capito che era qualcosa relativa alla connettività che a quel tempo mancava. Così siamo partiti dall’arte. Dalla body art, artisti come Marina Abramovic, che usavano se stessi per interagire con il mondo esterno”.

Maurizio quale sono gli architetti che senti come punti di riferimento?

“Frank Gehry è molto particolare. Nei miei progetti di architettura ho sempre studiato lui per la sua libertà espressiva ma di una complessità inimmaginabile. Mi piacciono molto anche Zaha Hadid, Richard Meier e Daniel Libeskind”.


Maurizio Manzoni, nato a Nuoro si laurea in Architettura a Firenze. Collabora nel mondo dell’industrial design con aziende leader del settore in Italia e all’estero:
Alberta, Arketipo, Cantori, Cattelan Italia, Dema, Difer, Enne, Esedra Suites, Fendi Casa, Fiam, Luilor, Kenzo Maison, Ycami, La Falegnami, Lancia,Ligne Roset, MDF Italia, Mercedes Benz Style, Mohm, Natuzzi Italia, Pedrali, Quintessence by Valdichienti, Roche Bobois, Steiner- Paris, Treca Interiors, Visionnaire Home Philosophy.

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