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Successo americano per i registi toscani Taviani Spettacoli

Paolo e Vittorio Taviani al “New York Film Festival” hanno  presentato il loro film, “Cesare deve morire”, pellicola girata interamente nel carcere romano di Rebibbia, quasi tutta in bianco e nero, e che l'Italia ha candidato all'Oscar per il miglior film straniero. Applausi ripetuti per i due registi toscani, che il Film Festival ha “letteralmente adottato”, come scrive oggi il Wall Street Journal. “Speriamo che questo film vi piaccia anche per loro: i nostri terribili, magnifici interpreti”, dichiarano i registi. “Cesare deve morire”, girato tra assassini, narcotrafficanti, camorristi e mafiosi, è l'unico film italiano di una rassegna che include altri due titoli in corsa per gli Academy Awards: l'israeliano “Fill the Void” e “No”, film cileno con Gael Garcia Bernal. Non è la prima volta che i fratelli Taviani partecipano al Festival newyorkese, infatti furono presenti nel 1977 quando presentarono “Padre Padrone”, e da allora hanno portato al festival ben 5 pellicole.

“Con Padre Padrone eravamo ansiosi. Non eravamo sicuri di come gli americani avrebbero accolto un film così strano”, ha detto Paolo. Ma Roberto Rossellini aveva rassicurato i fratelli, dicendo loro: “Li conosco abbastanza questi americani, andrà bene”. E il film andò effettivamente bene, ma prima dell'applauso ci fu un gran silenzio: “Mi dissi, non è piaciuto – racconta Paolo – Invece fu un successo, e poi siamo tornati”.

81 anni Paolo, 83 Vittorio, i Taviani sono a New York nel lungo viaggio che precede la corsa agli Oscar dopo aver vinto l'Orso d'oro a Berlino. Quando hanno saputo della selezione, hanno dichiarato: “Siamo felici ed è solo l'inizio di un bel viaggio. C'è tanta strada da fare. I film che concorrevano erano film di autori importanti per il cinema italiano e non solo italiano. Comunque il gioco è appena cominciato”.

Al pubblico di New York hanno spiegato le contraddizioni di un film che punta i riflettori su “una parte dell'umanità che ha fatto male all'umanità”; e proprio con quella parte di umanità i due registi toscani hanno stabilito un legame di complicità, pur prendendo le distanze da quel che mafia, camorra e criminalità rappresentano di male per l'Italia.

In effetti, “Cesare deve morire” è un film “difficile” per il grande pubblico americano, soprattutto perché i sottotitoli aderiscono letteralmente al testo di Shakespeare ma non “traducono” la potenza dei dialetti con cui recitano i carcerati. Infatti è proprio questa forza e naturalezza nel recitare che ha spinto i registi a filmare dentro le mura dell'ala di massima sicurezza: dopo aver visto e sentito un detenuto che recitava Dante in dialetto napoletano e poi spiegava “il dolore” di Paolo e Francesca separati dalla persona amata, i Taviani hanno avuto uno “shock”: “Una delle più grandi emozioni della nostra vita”.

E con questa dichiarazione che un applauso commosso accoglie Vittorio mentre ringrazia New York anche a a nome dei suoi attori chiusi a Rebibbia con pene, alcuni, che non avranno mai fine. “Loro sanno che siamo qui. E vi ringraziano per la splendida, innocente evasione che il cinema ci consente”.

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