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Teatro: l’Edipo di Sofocle nell’era della “post-verità” Opinion leader

Firenze – I grandi capolavori dell’umanità tornano periodicamente a parlare la loro lingua universale. Ce n’è sempre uno giusto per riflettere su ogni differente temperie storica. Ebbene, questo è il momento nel quale il messaggio dell’Edipo di Sofocle penetra profondamente sotto la superficie delle abitudini mentali dei contemporanei. Qui si parla della forza della verità che va oltre ogni spirito di autoconservazione e di interesse personale e chiede coraggio: “ Tutto quello che deve accadere accada pure e mi distrugga, ma sia fatta luce io voglio sapere chi sono”. Non voglio essere un burattino nelle mani del destino e di chi se fa servo: devo conoscere perché solo in questo modo affermo la mia più preziosa qualità umana.

La verità è un concetto con un sapore antico, addirittura obsoleto, nel momento in cui è diventato capo della prima potenza del mondo Donald Trump, che secondo l’Economist, settimanale tutt’altro che idealista e poco incline alle utopie, è il principale esponente della politica “post-truths”, appunto post-verità, che si basa su affermazioni che emotivamente appaiono vere, ma che non hanno alcuna base nei fatti. Ma non è solo, scrive ancora il think tank di Londra. L’elenco è lungo, passa dal governo Polacco, per quello russo, fino ad arrivare al Brexit il cui argomento principale è stato il minaccioso arrivo di “orde di immigranti”.

Di questa ricerca inesausta e insoddisfatta di verità si parla nelle due tragedie di Sofocle, Edipo Re ed Edipo a Colono, che opportunamente la Compagnia Mauri Sturno ha presentato in questi giorni al teatro della Pergola con una formula del tutto inconsueta. Le opere frutto di due diverse stagioni artistiche del tragediografo greco sono state messe in scena da due registi diversi, anch’essi rappresentanti di due diverse generazioni di teatranti.

Nell’Edipo Re, Roberto Sturno è il tragico perché inconsapevole incestuoso parricida e Glauco Mauri è l’indovino Tiresia che svela le radici profonde del male che ha commesso e che ora devasta Tebe. Nell’Edipo a Colono, il vecchio cieco eroe negativo è Glauco Mauri. La regia della prima tragedia è affidata a Andrea Baracco; quella della seconda è dello stesso Mauri.

La differenza di interpretazione scenica sta nella modernità ansiosa e nevrotica della prima e nella serena luminosa conversazione di Edipo con se stesso nella terra ateniese. Tutti gli strumenti di una modernità essenziale entrano in scena: simboli piuttosto che oggetti, tecniche di indagine, psicologie sospettose e surrettizie.

Nella seconda invece i personaggi che ruotano intorno a Edipo mantengono il ruolo che Sofocle ha dato loro, quello di essere gli interlocutori e i provocatori di un uomo al quale la cecità, cioè il concentrarsi solo sull’essenziale, “in interiore homine stat veritas”, ha donato qualcosa che assomiglia alla saggezza. Assomiglia, perché non è dato all’uomo di superare i misteri della vita. E chi più di Glauco Mauri, esponente di una grande generazione di attori ancora in attività, poteva trasmettere questo messaggio: “Vivete, soffrite, laceratevi ma cercate sempre di capire, di conoscere”.

 

Foto: Glauco Mauri e Roberto Sturno

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