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Teatro Povero Monticchiello: nel “Paese che manca” siamo tutti degli esuli Spettacoli

Monticchiello – Un pessimismo rassegnato ma consapevole, che non si attacca a chimere o speranze irrazionali e rivendica soprattutto il diritto alla sincerità. Il messaggio del 49° autodramma del Teatro Povero di Monticchiello è stato quest’anno forte e chiaro, perché sempre più rapido ed evidente si mostra il processo di disgregazione della comunità paesana. La morale de “Il Paese che manca”, andato in scena il 25 luglio in piazza della Commenda e in replica fino al 15 agosto è tutta contenuta nel “sogno di Daniele”, un finale dal grande impatto drammaturgico. “Il Consiglio di amministrazione del Governo Spa – dice una voce – ha riorganizzato il territorio nazionale in zone di alto interesse sociale e zone dismesse., Gli abitanti provvedano a riposizionarsi. Siete residenti in zona marginale”

Il paese che manca è quello dei suoi abitanti che vedono chiudere l’ufficio postale, la scuola, i servizi essenziali che sono occasioni di incontro, di solidarietà che rafforzano il vivere e il sentire comune.  Il Paese, con la lettera maiuscola, che manca è il senso della comunità nazionale che svanisce nel momento in cui tutto viene sottomesso alle regole contabili, quelle del dare e dell’avere, la mediocre offerta di  fattori identitari che spinge tanti giovani ad andarsene per trovare non solo un lavoro ma anche valori degni di essere seguiti.  Il Paese che manca è anche quello di chi arriva, di Athanase fuggito dal Burundi in preda alla guerra civile che pensa con nostalgia alla sua terra.

Siamo tutti degli esuli, avverte il popolo di Monticchiello. Come lo è Gigino,  l’ultimo ventenne rimasto in paese ma destinato ad andarsene anche lui, intorno alla festa di compleanno del quale ruota tutta la pièce teatrale. Gigino ha inventato un gioco animato “che sviluppando un algoritmo permette la costruzione dell’oggetto automaticamente, nel senso che con questo procedimento le componenti arrivano da sé materializzandosi grazie a una stampante 3/D e si combinano da sole”… Speranze, illusioni, sentimenti, comprensione umana si trasformano in astruso gioco tecnologico.

Così anche il Giocattolaio, personaggio misterioso e ambiguo che quei valori rappresenta, diventa nell’ultima scena a sua volta un burattino, metafora della tragedia di una modernità che trasforma in gioco anche il senso dell’esistenza.

E’ un finale amaro e pessimista dunque questo dell’autodramma che precede il 50° compleanno di questo singolare evento teatrale che vede un intero paese trasformarsi in drammaturgo e interprete sulla scena.  La ragione profonda della sua vitalità è la capacità di questa piccola comunità della val d’Orcia di rendere espliciti ogni anno i sentimenti più profondi di tutti gli italiani, invitando a una riflessione che la cappa dei problemi coperti, per non dire mascherati,  a loro volta da una comunicazione invadente e onnivora, rende sempre più lontana e difficile.

Il forte didascalismo dell’autodramma 2015 è ben reso teatralmente dalle soluzioni realizzate dal coordinatore – regista Andrea Cresti e dalla bravura che ogni anno non smette mai di sorprendere dei paesani attori. Da quelli storici, che poco si distinguono da veri sperimentati professionisti, alle new entry, perfettamente consce della loro missione di portare avanti un’esperienza teatrale che è diventata evento culturale di prima grandezza.

 

Foto: un momento dello spettacolo (ph. Fabio Rossi)

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