energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Terra Santa, intrighi internazionali, guerra, potere e cena con delitto Opinion leader

Accolto da una folla oceanica come del resto è richiesto alla propaganda di una dittatura. Teocratica ma pur sempre autoritaria e assassina. Meshaal è l'indiscusso capo dell'organizzazione islamica. Terrorista. Scampato ad un tentativo di avvelenamento da parte di due agenti del Mossad nel 1997. Khaled Meshaal ha rapidamente salito la piramide giungendo, a causa delle “defezioni” con “omicidi mirati” compiuti dall'esercito israeliano, al vertice del movimento. Anni di esilio nel mondo arabo, protetto dai regimi che gli hanno fornito anche aiuti economici, logistici e militari per Hamas. Una vita che per molti versi ricorda quella di un altro leader storico palestinese ovvero Arafat. Storicamente antagonisti e apertamente nemici. In un momento particolarmente caldo per il Medio Oriente la visita di Meshaal a Gaza è altra acqua gettata sul fuoco della guerra. È una sfida aperta all'attuale presidente Abu Mazen.

È la presentazione della propria candidatura alla guida dell'OLP. È la lotta per l'eredità politica e storica di Arafat. Non è un caso allora che poche ore prima il nome e le foto di Arafat abbiano riempito le pagine dei giornali di mezzo mondo. La salma di Mr Palestine, dopo otto anni, è stata riesumata da una equipe internazionale di medici patologici. Massimo riserbo su tutta l'operazione durata poco meno di un paio d'ore. Le conclusioni sui campioni prelevati dal cadavere del Rais saranno note non prima della prossima primavera. Per avere delle risposte dobbiamo quindi aspettare. Il giallo sulla morte di Yasser Arafat è tuttavia entrato nella parte più intrigante. Una riesumazione molto cinematografica, in perfetto stile CSI. Uno spiegamento di forze e giornalisti degno delle grandi occasioni (molte perse) della storia recente di questi luoghi. E con la leggenda di Arafat a fare ancora una volta da special guest star e testimone involontario.

C'è da dire che l'operazione sin qui è stata svolta nel rispetto del defunto. Area perimetrata. Inaccessibile e imperscrutabile. Camici bianchi. Bocche cucite. È in atto la prima parte del procedimento avanzato da un tribunale francese sulla base della denuncia di omicidio presentata dalla giovane moglie del Presidente che portava la keffiah. Il sospetto è che la causa del decesso sia da attribuire al polonio. Avvelenamento. Almeno stando a quanto rivelato dalla televisione Al Jazeera. Una fine drammatica e impietosa per il leader palestinese sfuggito, miracolosamente incolume, a numerosi attentati nell'arco della sua vita. L'uomo dalle sette vite morì, come molti ricorderanno, lontano dalla sua terra l'11 novembre 2004. Il giorno successivo a Ramallah presso la Muqata si svolsero i funerali e il corpo venne sepolto in quello che oggi è diventato un mausoleo. Ricordo quel giorno. Ero in quello spiazzo sterrato e polveroso. Era un giorno assolato. Per arrivare a Ramallah da Gerusalemme avevo contato cinque check points invece dei soliti due. Avevamo i pass per le vetture e parcheggiamo a ridosso dell'ingresso principale convinti che si trattasse di una ordinata celebrazione. In fondo era la funzione funebre di un capo di Stato.

Ovviamente non fu così. Ad attenderci il caos completo. Le guardie del corpo del personale diplomatico crearono un canale che ci permise di passare. Spintonati. Compressi tra un mare di gente, molti dei quali armati fino ai denti, entrammo nella Muqata. Persi ben presto persi ogni minima speranza di raggiungere ed unirmi alla delegazione italiana. Così seguì il fiume umano entrare nella piazza antistante. Rimasi in attesa per quasi due ore. Cravatta rossa e abito scuro. Spalla a spalla con gli uomini delle Brigate di Alqsa e innervosito dal rumore incessante delle armi. Il culmine degli spari all'arrivo in lontananza degli elicotteri egiziani color sabbia che portavano il presidente a casa. Il fucile mitragliatore di un fedelissimo tanzim tuonò sino all'esaurimento delle cartucce, spappolandomi i timpani. La bara uscì dall'elicottero e sorretta dalla folla si mosse verso il centro della piazza. Poi il corpo venne adagiato nella tomba, i riflettori si spensero, le preghiere e le urla di dolore si placarono. Quella fu l'ultima volta che vidi Arafat.

Il nostro primo incontro risaliva al marzo del 2003. Avvenne nella sua residenza, o meglio tra le macerie di quella che era diventata la sua prigione. Mi strinse la mano, fredda e ferrea, in una stanza buia, senza finestre. Arredo basico e muri bianchi. Una fotografia della spianata delle moschee. Una televisione. C'era un carrello con una bombola d'ossigeno, un tavolo a ferro di cavallo, il telefono da ufficio. Qualche sedia. Una poltrona. Un piccolo mobile adibito a libreria con cartelle colorate. Mi fece accomodare alla sua sinistra. Estrasse dalla fondina la pistola e l'adagiò sul tavolo. Mi fissò per qualche secondo. Poi iniziò con una filippica sul ruolo centrale della Palestina nel mondo, tentando di giustificare che il suo posto era al tavolo con i potenti della Terra, non nella periferia di Ramallah. Parlò della cattiveria degli israeliani.

Snocciolò le sue influenti amicizie italiane. Berlusconi e Andreotti i più rammentati, dopo il Pontefice. Il mito di Arafat ai miei occhi, non solo per quelle “illustri” citazioni, era già sulla via del tramonto, la fine della parabola era vicina. Restai dispiaciuto. La visita aveva disatteso il mio immaginario. Consapevole che quel giorno non avevo incontrato la storia della causa palestinese ma il rais di un popolo che lui stesso rischiava di trascinare in un profondo abisso. Di fronte a me un politico invecchiato, poco lucido, ambiguo, questuante, megalomane, autoreferenziale e molto sospettoso. Nei mesi a seguire ci furono altri incontri di tipo istituzionale, accompagnavo le delegazioni italiane in visita alla Muqata. Non di rado si trattò di colazioni di lavoro. Durante le quali, puntualmente, ad uno dei presenti il padrone di casa offriva in segno di amicizia – ma temo anche per altre più subdole ragioni – il proprio piatto. Nessuno mai rifiutò la ciotola di brodaglia.

Nell'autunno del 2004 stavo lavorando al viaggio di Martini, l'ex presidente della Regione Toscana, in Terra Santa. Il previsto incontro con Arafat saltò all'ultimo momento proprio per il peggiorare delle sue condizioni fisiche. Il 29 ottobre Mr Palestine sorridente, con indosso colbacco, cappotto e un pigiama sbiadito partiva per la Francia. Quel giorno ricevetti una telefonata da Ramallah. Il mio interlocutore, un noto esponente di Fatah, mi raccontò che gli uomini della sicurezza nella mattina avevano perquisito e fermato il personale medico e paramedico che curava Arafat. Fu la prima volta che sentì pronunciare la parola avvelenamento. Preceduta da tentativo. E seguita da fallito. Non ho mai verificato la notizia. Incontrai l'amico palestinese il giorno dei funerali. Gli chiesi se avessero ancora dei sospetti sulla morte. Mi rispose che i medici erano stati rilasciati il giorno stesso, non erano emerse prove compromettenti.

Parlammo di nuova leadership palestinese. Uscirono vecchi nomi, i soliti tromboni del “gruppo di Tunisi”. La Muqata sarebbe diventata il cimitero di Abu Ammar e la casa di Abu Mazen. Il cambio al vertice era oramai una pura formalità. Al contrario, il destino e l'ammontare del tesoro di Arafat un'eredità assai poco chiara da spartire. Altre supposizioni, altre voci che innescano dubbi sulla fine del rais. Nella migliore tradizione del giallo classico o deduttivo la cerchia di sospettati è ben definita. C'è un sospettato principale e fortemente indiziato: un Paese straniero dichiaratamente e apertamente nemico – che tuttavia alla fine potrebbe essere scagionato perchè in un vero giallo l'assassino è sempre il meno sospetto -. C'è la giovane moglie a cui piace il lusso. Ci sono i vecchi amici che non volevano più vivere all'ombra del capo. Ci sono gli scheletri negli armadi di metà dei Paesi Europei ed ex Sovietici. Segreti ingombranti. C'è una fazione palestinese, politica e religiosa, contrastata da Arafat. E infine c'è il cuoco, immancabile.

Dunque, se fosse stato un omicidio dovremmo confrontare gli alibi di tutti ma, soprattutto, cercare i moventi. Nel caso di Arafat potremmo trovarne a bizzeffe oltre a quelli già enunciati in questo articolo. Attendiamo quindi il risultato delle analisi prima di parlare di omicidio. Otto anni sono tanti anche per il rapido decadimento del polonio. Però questa mattina ho ricevuto una telefonata inaspettata. Era uno dei tanti italiani che avevano mangiato la zuppa di ceci al tavolo di Arafat e si ricordava di non averla digerita troppo bene. Era preoccupato. Gli ho detto che della cucina araba non c'è mai da fidarsi.

Enrico Catassi

Foto: www. it.euronews.com

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »