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Test sierologici ai dipendenti, Cobas: “Il Comune chiarisca e segua la legge” Breaking news, Cronaca

Firenze – Un lettera dell’Rsu del Comune di Firenze mette sul tavolo un problema che ad oggi diventa molto rilevante per i lavoratori a causa della poca chiarezza sulle procedure da adottare in caso di positività al test.

Nella lettera inviata ai vertici amministrativi, al sindaco Dario Nardella e al presidente della Regione Enrico Rossi, si spiega che il lavoratore positivo al test dovrebbe chiedere “ la certificazione e l’esecuzione del tampone al proprio medico di base; da contatti avuti con gli stessi medici di famiglia, alcuni di essi hanno affermato di non essere disponibili a redigere una certificazione sulla base di test non aventi valore diagnostico e conseguentemente a richiedere il tampone molecolare in assenza di sintomatologie coerenti”. La conseguenza, sarebbe dunque inevitabile: il lavoratore, costretto a rimanere a casa, deve utilizzare, secondo l’Rsu, le proprie ferie per “giustificare” l’assenza dal lavoro. E se il medico di base rilasciasse la certificazione? Anche in questo caso, la tempistica dell’esecuzione del tampone rimarrebbe comunque imprevedibile  e incerta. Con un’ulteriore disagio: secondo quanto denuncia l’Rsu, il test diagnostico, secondo il Comune di Firenze deve essere svolto fuori dall’orario di lavoro, con questa differenziazione: “una parte di lavoratori, ad esempio della Direzione Servizi Sociali, lo effettuano presso l’Ospedale di Santa Maria Nuova e gli altri presso la struttura convenzionata IGEA S. Lorenzo, non è chiaro in base a quale criterio e scelta razionale”.

Il problema però, secondo  i Cobas, nasce dal fatto che le Ordinanze n.23 e n. 39 della Regione Toscana che danno gli indirizzi per l’effettuazione dei test sierologici non hanno esplicitato dettagliatamente le procedure da seguire in caso di positività ai test.

Entrambe le ordinanze si limitano infatti a prevedere “che qualora il test sierologico rapido dia esito positivo o dubbio, nel tempo intercorrente fra l’effettuazione del test e l’esame diagnostico molecolare (tampone orofaringeo), sia onere di ciascun soggetto adottare tutte le misure di isolamento e di prevenzione necessarie a tutela della salute propria e della collettività, informando contestualmente dell’esito del test il medico di medicina generale o il medico competente.

Si dà per scontato che alla positività al test segua il tampone ma non dà specifiche indicazioni in merito.

Sui test sierologici sia  il medico di base che  il medico competente hanno peraltro ricevuto raccomandazioni dalle circolari ministeriali che sul tema hanno dato queste indicazioni:

“I test sierologici, secondo le indicazioni dell’OMS, non possono sostituire il test diagnostico molecolare su tampone, tuttavia possono fornire dati epidemiologici riguardo la circolazione virale nella popolazione anche lavorativa. Circa l’utilizzo dei test sierologici nell’ambito della sorveglianza sanitaria per l’espressione del giudizio di idoneità, allo stato attuale, quelli disponibili non sono caratterizzati da una sufficiente validità per tale finalità. In ragione di ciò, allo stato, non emergono indicazioni al loro utilizzo per finalità sia diagnostiche che prognostiche nei contesti occupazionali, né tantomeno per determinare l’idoneità del singolo lavoratore”. (CIRCOLARE del Ministero della Salute n. 1491529 29/04/2020). 

La positività al test sierologico del resto non è indicata tra le priorità per l’effettuazione dei tamponi elencate nella Circolare n.11715 del 03/04/2020 del Ministero della Sanità.

Per un lavoratore che risulti positivo al test sierologico in assenza di sintomi suggestivi di COVID-19 si può quindi creare, a causa della mancata armonizzazione delle norme, questa situazione paradossale:

-in ottemperanza alle norme regionali, per le quali la positività al test sierologico è equiparata a quella del tampone, è obbligato ad  adottare tutte le misure previste per chi è  positivo al tampone e quindi restare a casa in isolamento e non può recarsi al lavoro

– per le disposizioni delle circolari ministeriali in assenza di altri sintomi suggestivi di COVID-19 non rientra tra i soggetti per i quali è prescrivibile prioritariamente  il tampone e quindi può restare in quarantena per tutto il tempo previsto.

– in assenza di altri episodi morbosi il medico non può certificare la malattia e non ha altri giustificativi per l’assenza dal lavoro che gli possano garantire la retribuzione se non usufruendo delle ferie (qualora ancora ne disponga) finché non le esaurisce…e poi?

Comunque al di là delle interpretazioni date dai Dirigenti del Comune, secondo quanto sostengono i Cobas, i dipendenti comunali risultati positivi ai test sierologici, e costretti dunque alla permanenza presso la propria abitazione, “rimangono tutelati in base al combinato disposto degli art.19 del DL 9 del 2 marzo 2020 e del punto 2 dell’ordinanza n.23 del 19 aprile 2020 della Regione Toscana”.

Ed ecco cosa dispone l’art. 19 del DL 9 al primo comma: “Il periodo trascorso in malattia o quarantena con sorveglianza attiva, o in permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva, dai dipendenti delle amministrazioni (….) dovuta al Covid-19, è equiparato al periodo di ricovero ospedaliero”. Al comma 3 poi si legge: “Fuori dei casi previsti dal comma 1 , in periodi di assenza dal servizio dei dipendenti delle amministrazioni (…) imposti dalle misure di contenimento del covid-19 (…) costituiscono servizio prestato a tutti gli effetti di legge”.

Alla normativa nazionale corrisponde il punto due dell’ordinanza n.23 del 3 aprile 2020, in cui si legge: “2- di prevedere che, qualora il test sierologico rapido dia esito positivo o dubbio, nel tempo intercorrente fra l’effettuazione del test e l’esame diagnostico molecolare (tampone orofaringeo) siano adottate le stesse misure di igiene e prevenzione, organizzative e sanitarie, già previste per gli esiti positivi a seguito di esami di diagnostica molecolare”, ovvero, tamponi.

Tirando le fila, i dipendenti pubblici, a differenza dei lavoratori privati, sarebbero in ogni caso tutelati. “Semmai – dicono dai Cobas – ci si dovrebbe chiedere se applicare il comma 1 (ricovero ospedaliero), oppure il comma 3 ( che considera l’assenza imposta dalle misure di contenimento del covid-19 equiparata al servizio)”.

Tra l’altro, continuano dai Cobas, per i dipendenti pubblici non dovrebbe sussistere, secondo il disposto di legge, neppure il problema dei certificato medico, che invece è dirimente per i lavoratori privati. Infatti, “le Regioni sono tra i soggetti che possono adottare provvedimenti anti-covid (art.3 comma 1 DL 6/2020); la Regione Toscana a punto 2 dell’ordinanza 23 dispone per il tempo intercorrente tra test e tampone le stesse misure definite per chi è positivo al tampone; inoltre per chi è positivo al tampone è prevista la permanenza fiduciaria attiva”. Dunque, concludono i Cobas, delle due l’una: per il dipendente pubblico che si trova in isolamento fiduciario attivo vale o il comma 1 del DL 9 art.19, e quindi l’assenza è equiparata al ricovero ospedaliero, oppure il comma 3 dello stesso DL, dal momento che l’assenza è comunque imposta per il contenimento del fenomeno epidemiologico (ai sensi dell’art. 3 del DL 6/2020), che stabilisce che il dipendenti è da ritenersi in servizio attivo. 

Dunque, la rivendicazione rivolta all’amministrazione comunale è sicuramente quella di fare chiarezza e di adoperarsi definire una procedura che preveda la contestuale prescrizione del tampone all’esito positivo del test sierologico “non chiedendo però ai dipendenti di coprire con le ferie (se non esaurite)  il periodo dell’eventuale assenza dal lavoro; per questo basta applicare correttamente le norme previste dalla legge”.

 

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