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This is not a film di Jafar Panahi Cultura

Arrivato clandestinamente in una chiavetta USB al Festival del cinema di Cannes 2011, dove è stato presentato fuori concorso come evento speciale, l’ultimo film di Panahi è una sfida aperta al regime politico iraniano che nel 2010 lo ha condannato a sei anni di carcere, al divieto per venti anni di dirigere film, parteciparvi a qualsiasi titolo, ed avere contatti con i media.
A niente sono valsi gli interventi di artisti come i fratelli Coen, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Steven Spielberg e molti altri, che hanno firmato una petizione per il rilascio del regista. Come inutile è stata l’ultimo appello lanciato nel dicembre 2010 da Amnesty International.
Panahi è stato accusato di “montaggio e collusione con l'intenzione di commettere crimini contro la sicurezza nazionale del paese e propaganda contro la Repubblica islamica”.
Dalla sua casa, dove vive in attesa della sentenza di appello, è comunque riuscito a farci giungere la sua ultima opera, che più che un film, come lo stesso titolo dichiara, è un documentario della sua attuale condizione esistenziale ed una riflessione sul cinema e sulla censura.
Girato nella stessa abitazione di Panahi, che viene ripreso dal documentarista Mojtaba Mirtahmasb co-regista del film e considerato il più grande documentarista iraniano, mentre alcune scene sono fatte addirittura con l’i-phone, racconta la sua vita quotidiana, a cominciare dalla telefonate con il suo avvocato. Ma narra anche il film che il regista iraniano avrebbe voluto realizzare e che forse non girerà mai.
“Impedire ad un regista di girare film equivale ad impedire ad un uomo di pensare”, ha scritto Panahi nel 2011 in una lettera che accompagnava il suo cortometraggio The accordion presentato sempre al Festival del cinema di Venezia. Con This is not a film descrive il dolore per questa assenza mentre legge l brani di una sceneggiatura che, probabilmente, non potrà mai divenire film.
Il documentario è stato girato in 10 giorni ed è costato 3200 euro. "Vogliamo dimostrare che tra il film su ordinazione o il divieto di esprimersi con la propria opera, esiste una terza via: fare film ugualmente” ha detto Panahi. “Quando non è possibile orientare la cinepresa fuori, rivolgiamola verso noi stessi, che riflettiamo quello che accade nella società".
Introduce la serata all’Odeon il giornalista e scrittore Ahmad Rafat, intervengono Felicetta Ferraro (iranista ed editrice Ponte33) e la giornalista Vanna Vannuccini (la Repubblica).

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