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Ti telefono o no? Il ritorno della comunicazione scritta Opinion leader

Firenze – Le canzoni sono notoriamente specchio del costume sociale. E non è un caso, quindi, che fino agli anni ’60  siano assai rari i riferimenti a quello che oggi è un compagno della nostra vita: il telefono.

Un primo esempio non marginale l’ho trovato in “Voglio dormire” in cui  Don Backy , nel 1964, viene svegliato dal molesto trillo (quello metallico,  che c’era una volta ) del telefono. Poi bisogna arrivare a Battisti (ti telefono se vuoi …in  “Acqua azzurra, acqua chiara”  e  vari riferimenti in altre canzoni dove il telefono si inframmette tra due innamorati). Quindi, alla metà degli anni ’70 quelle che furono chiamate canzoni feuilleton come “Piange il telefono” e  “Buonasera dottore” nella quale  un marito finge di parlare con un fantomatico dottore mentre all’altro capo del filo c’è l’amante. Una cosa che non sarebbe accaduta oggi perché con il cellulare si sarebbe potuto appartare e parlare liberamente..

Ma come si viveva quando non c’erano i telefoni nelle case, né tanto meno i cellulari? Nel mio paese natale, in provincia di Pisa, negli anni ’50 di telefoni ce ne erano  pochi: il Comune, i Carabinieri, i medici, alcune ditte e alcuni privati.

Quando raccontavo questo, i miei nipoti mi hanno chiesto: “Ma come facevate a parlare con le persone o a prendere un appuntamento per incontrarvi?” Beh, non era come ora, ma facevamo bene lo stesso. Per conversazioni a distanza ci scrivevamo.  Ricordo che avevo degli amici a Pisa  e a Pontedera e ogni settimana ci scrivevamo una lettera o una cartolina per raccontarci cosa facevamo.  La posta allora veniva recapitata due volte al giorno e c’era sempre attesa di ricevere notizie da amici e soprattutto dai parenti lontani.

“E per incontrarvi  ?” Incalzavano i miei nipoti. Anche qui c’era un modo più semplice e diretto: invece di telefonare a un amico  per chiedergli “Ci vediamo alle quattro in piazza ?” si andava direttamente da lui (le distanze erano brevi  perché si abitava tutti in paese) oppure si lasciava detto a qualcuno di casa

Insomma, il mondo andava avanti lo stesso e abbastanza bene. Certo, mancava la conversazione  diretta, quel qualcosa in più che può dare la viva voce. Qquando arrivava una lettera da un parente lontano ci si sforzava di interpretarla. Ad esempio,se c’era scritto:  “noi stiamo abbastanza bene” si faceva una ridda di ipotesi.  Perché “abbastanza”? Cosa vorrà dire? Avranno qualche problema di salute? O altre preoccupazioni? O forse  è solo un modo di esprimersi ?  Il telefono ha tolto queste ansie  che potevano durare giorni e giorni con varie riletture del messaggio. Ovviamente ne introduceva altre, quelle che ci prendono quando il telefono squilla a vuoto perché oggi siamo abituati a  una comunicazione in tempo reale mentre una volta  si sapeva aspettare con più forza d’animo.

Negli anni 60/70, il telefono si diffuse anche nei piccoli centri. Ma c’era un problema. Se si chiamava fuori dal Comune si pagava a tempo (la c.d. teleselezione) e i costi erano significativi. Quindi, mentre gli abitanti delle città potevano conversare a lungo fra loro, noi se si chiamava a Pisa o a Lucca dovevamo essere telegrafici perché il contatore scattava ogni pochi secondi (e ricordo che lo scatto si sentiva). Andava un po’ meglio a Pontedera perché avevamo lo stesso prefisso. Ma il nostro orizzonte telefonico era limitato.

Ancora negli anni ’70, quando cominciai a lavorare, per chiamare a casa dovevo andare a un telefono a gettoni perché chiamavo fuori comune e i telefoni d’ufficio erano solo urbani. Quanto alle telefonate extraurbane di lavoro  dovevamo chiederle ai centralinisti che annotavano i numeri. Poi, nei decenni successivi tra installazioni fisse e cellulari il telefono è diventato lo strumento principe di conversazione, al punto che il suo uso eccessivo ha provocato una sorta di ingorgo comunicazionale. Nel senso che se lavori non puoi rispondere alle continue telefonate.  Ma anche nei momenti di pausa non riesci a far fronte a tutte le chiamate perse. Allora si utilizzano mezzi alternativi come. mail, sms, whats app.

Con il risultato paradossale che si torna alle comunicazioni scritte come tanti anni fa. Con il vantaggio che oggi sono in tempo reale, ma con lo svantaggio che i messaggi devono essere brevi e spesso sono  lapidari. Di conseguenza, pongono problemi interpretativi e rischi di fraintendimenti.

Nelle chiamate vocali, invece, la prolissità indotta dai sistemi di abbonamenti con minuti illimitati ha prodotto un effetto paradossale. Se per una conversazione devo mettere in preventivo una mezz’ora, cerco il  momento opportuno e rimando a un altro giorno oppure talvolta non chiamo perché ho paura di disturbare, di far perdere tempo e così finisca che tra amici di lunga data con i quali avremmo molte esperienze da condividere ci sentiamo solo in modo breve e sporadico.

Ci sono poi le video chiamate e  soprattutto le videoconferenze che, rispetto alle riunioni in presenza, hanno il vantaggio di evitare lo stress del traffico e quello del parcheggio ma bisogna dire..che non è la stessa cosa!  Manca il calore umano, un po’ come la differenza fra visitare una località o guardare un video che magari ha immagini suggestive,inquadrature particolari ma non è un’esperienza vissuta.

Circa il telefono siamo all’effetto paradossale che viene utilizzato soprattutto per scrivere ma è opportuno ricordare il monito di Platone che la scrittura  è “morta” e la parola è viva. Pensiamo a quante cose facciamo capire con l’intonazione della voce che può esprimere ironia, scetticismo,  sarcasmo ecc. Un po’ come la differenza tra  leggere un copione o assistere a uno spettacolo teatrale.

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