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“Titanic” al Verdi: una tragedia senza emozioni Spettacoli

Raccontare una tragedia di quelle dimensioni senza che il pubblico versi una sola lacrima deve far riflettere. In verità il musical “Titanic”, andato in scena al Teatro Verdi di Firenze ad opera della Barley Arts per la regia di Federico Bellone, è stato più di una delusione. A un primo atto lento e altalenante è seguito un secondo atto inesistente. Peccato che proprio quest’ultimo aveva inizio con lo scontro della nave con l’iceberg; quindi, in teoria, da quel momento in poi sarebbe stato un crescendo di tensione e di emozioni. Niente di tutto questo. Unico magico momento, che lascia immaginare ciò che forse voleva esser fatto, è l’arrivo dell’acqua che sommerge lo scalone interno della nave, realizzato con un vento di ghiaccio che giunge fino agli spettatori. Per il resto è un via vai di attori al buio che corrono e urlano sul palco. Nient’altro per dar vita al terrore di quegli istanti. Un insulto a un evento così drammatico, in cui 1518 esseri umani hanno perso la vita. Negli occhi dei superstiti sono rimaste impresse per sempre le immagini agghiaccianti di quella notte. La paura di non farcela, l’orrore nel vedere gli altri morire e non potere nulla. Il ricordo di quei momenti toccano il cuore. Anche chi non era sul Titanic oggi non può non provare commozione nel pensare alla sorte del magnifico transatlantico affondato, quella notte, con gran parte dei suoi passeggeri a bordo. Un sentimento di dolore che si mescola alla rabbia per la leggerezza con cui la grande e bellissima nave fu costruita, rabbia soprattutto pensando alla superficialità con cui fu deciso di montare un numero insufficiente di scialuppe.

L’impresa, dunque, era piuttosto ardua. Il film del 1997 di James Cameron con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet aveva avuto grande successo, soprattutto per la ricostruzione del naufragio attraverso le nuove tecnologie digitali. Tentativo vano il far riferimento ad esso e alla storia d’amore di Jack e Rose (Di Caprio e Winslet, appunto), romantica e coinvolgente. A confronto quella del clandestino Francesco (Danilo Brugia, noto per le sue partecipazioni a programmi e serie tv) e della cantante lirica Isabelle Duval (Valentina Spalletta) è solo una sua brutta copia, e anche banale. Per non parlare delle scene. Dove sono le scenografie mastodontiche? I «cambi di scena di impatto» – come riportato nella presentazione dello spettacolo -, gli «effetti speciali (tra cui ovviamente quello dell’affondamento)» e le «grandi illusioni» che erano stati promessi? Nel primo atto non dispiacevano le musiche firmate da Bellone insieme a Cristiano Alberghini, anche lì qualcosa di piacevole si intravedeva. Ma troppo poco. Pensare che un’operazione del genere, poi, costa fior di quattrini, che potevano essere impiegati per forme d’arte di ben più alto livello, finisce per creare irritazione. Dispiace perché gli interpreti non erano neanche tanto male. Si è distinto Luca Giacomelli, nel ruolo dell'irlandese John O' Donnel, pieno di brio e con una imperante presenza scenica. Belle le voci dei due protagonisti-amanti, e potevano dare miglior prova di sé anche gli altri. Ma quando uno spettacolo non funziona, purtroppo, lo paga tutto il cast.

L’insipidità della realizzazione dello spettacolo ha finito per rendere poco interessanti anche quei rari momenti di poesia, come poteva essere la storia dei due vecchietti inseparabili fino alla morte, o di denuncia sociale, laddove emergeva l’ignoranza e la superficialità dei nobili che insensibili e, molti, inconsapevoli affrontavano il naufragio. Una domanda rimane: a cosa si deve questo lavoro mal riuscito? Paura di osare o, al contrario, essere stati troppo ambiziosi?

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