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Torselli (FdI): “Case popolari, la legge valga per tutti” Breaking news, Politica

Firenze – Incontriamo Francesco Torselli, coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, candidato per il consiglio regionale nella lista di centrodestra Susanna Ceccardi presidente, all’iniziativa organizzata dalle donne “di centrodestra” alle cascine, ieri mattina, per una passeggiata con magliette su cui sta scritto “Donne in sicurezza”. Uno dei leit motiv, quello della sicurezza, di Torselli, 44 anni, con all’attivo una esperienza politica di tutto rispetto nella città del giglio. Oltre ai 5 anni in consiglio comunale a Firenze, Torselli ha saputo prendere in mano il partito di Giorgia Meloni e riportarlo su tematiche, idee e temi che sembravano ormai negletti da un pezzo dall’area della Destra. Non solo sicurezza o immigrazione, ma anche case popolari, diritti, fasce deboli, lavoro.

Qual è lo slogan, il tema che dà il la alla sua campagna elettorale?

In realtà, abbiamo tre temi fondanti, molto concreti, che riguardano problemi per i quali è necessario mettere in atto da subito delle scelte e delle azioni immediate. Il primo è quello delle case popolari, partendo dal primo passo che è quello dell’accesso. Dati non miei, ma della Nazione, ci dicono che con la Sinistra al governo su 30 case assegnate 27 sono state date a famiglie straniere. È un’ingiustizia senza precedenti. Vorrei chiarire il punto, che non è il fatto in se’ della provenienza delle famiglie. E’ piuttosto la disparità di trattamento in cui si cade, che non riguarda solo italiani e stranieri, ma anche stranieri fra di loro. Mi sto riferendo, ad esempio, al fatto che per una famiglia italiana è necessario dimostrare l’assenza di altre proprietà e il punteggio viene fatto anche in base ai beni non solo immobili ma anche mobili che si possiedono. Lo stesso non è messo in pratica per quanto riguarda le famiglie di provenienza straniera, per cui, anche per l’impossibilità a volte di reperire documentazione, viene data per buona l’autocertificazione. Se per ragioni strettamente pratiche non è possibile ad esempio ottenere la documentazione di un’eventuale proprietà immobiliare in Mali, dal momento che in quel paese non esiste qualcosa di simile a un catasto, perché non eseguire controlli ad esempio sui beni mobili, dalle auto ad altre proprietà che possono essere spie di un altro reddito rispetto quanto dichiarato? Il problema è che la disparità di trattamento viene messo in pratica anche fra famiglie di provenienza straniera. Una famiglia romena viene controllata in modo più capillare rispetto ad un nucleo di altra provenienza. Quello che voglio dire è che le regole devono essere uguali per tutti. Non mi piace lo slogan “prima gli italiani”, perché dovrebbe essere invece “prima chi ne ha diritto”. I diritti devono essere uguali per tutti, altrimenti non sono più diritti e diventano privilegi. Ciò che proponiamo è aumentare il numero minimo di anni di residenza sul territorio comunale prima di poter accedere alle graduatorie per l’assegnazione delle case popolari. Proponiamo inoltre di superare e cominciare a ridare la possibilità a chi è assegnatario e si vuole accollare i costi di ristrutturazione dell’alloggio Erp, di poterlo fare.

Il tema dei diritti uguali per tutti si possono declinare in molti modi, non solo per le case popolari.

Infatti un altro punto, che riguarda sempre la necessità di rispondere ai bisogni veri delle persone, è quello degli anziani. Ricordo ancora le parole del presidente della Regione Enrico Rossi, quando rese pubblico, nel 2016, il fatto che aveva rinunciato a passare il Natale con la sua famiglia per studiare, insieme allo staff tecnico, come trovare 4 milioni per andare a occuparsi delle persone dei centri di accoglienza per, andando contro a una legge nazionale, levarli dai centri e prendersene carico. Un modo di fare che di fatto viola, da parte della Toscana, la legge nel punto in cui si dice che gli immigrati devono risiedere nei centri di accoglienza per il tempo che necessita per controllare il loro diritto a essere accolti come profughi, rifugiati o per la concessione dell’asilo politico o del permesso. I 4 milioni trovati da Rossi invece dovrebbero essere impiegati per tutelare un diritto inalienabile di tutti, vale a dire, per tutti gli anziani senza alcuna distinzione di provenienza, quello di godere di una qualità della vita buona, se non alta, indipendentemente dall’entità della pensione. Mi riferisco nello specifico a tutti quegli strumenti che consentono di recuperare una qualità di vita accettabile: penso alla dentiera, ma anche agli occhiali, agli strumenti per la deambulazione… non si può sorridere di questo, per un anziano con 500 euro di pensione al mese non solo una dentiera è un obiettivo irraggiungibile, ma persino un paio di occhiali per vedere, o uno strumento per spostarsi in modo più fluido. Li chiamano i dispositivi della vita, e mai definizione fu più azzeccata.

Su un tema diventato classico della Destra come la sicurezza, qual è la sua proposta?

Premetto che per quanto riguarda la sicurezza, è il livello centrale che se ne occupa. La Regione tuttavia ha competenza per quanto riguarda la polizia locale. Questo è un tema importante, per l’ovvia necessità di formare personale che conosca il territorio e le sue problematiche specifiche. ebbene, la Regione Toscana paga un milione e 800mila euro annui alla Regione Emilia Romagna che sul suo suolo ha un centro di formazione cui viene inviato il personale toscano che deve essere formato. Mi chiedo: perché non impiegare quelle risorse per un centro toscano, dove potere mandare più agenti per la formazione e mettere in atto una politica per la sicurezza che possa basarsi, diciamo così, su una formazione, per così dire, in house?

 

 

 

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