energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Toscana tech, le imprese: “I punti critici del modello innovazione” Breaking news, Economia, Innovazione

Firenze – La Toscana hi-tech si guarda allo specchio in due giornate speciali (Toscana tech, Palacongressi 19-20 novembre) interamente dedicate all’innovazione. Scopre le sue punte di diamante, ma anche le proprie debolezze. Fra workshop, seminari e incontri a Toscana tech sono presenti trentotto reti di imprese i cui progetti sono stati finanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale. Vere e proprie eccellenze che operano nel campo della mobilità, salute, ambiente e sicurezza, servizi alle imprese.

Tutti esempi di una regione che si sta muovendo grazie al più stretto rapporto fra università e imprese, e a partnership fra aziende di grandi dimensioni e piccole realtà che mettono in campo competenze e specializzazioni sofisticatissime. Un modello operativo che coinvolge punte e territori avanzati, a cui resta tuttavia estraneo gran parte del mondo produttivo regionale. Anche per l’estrema complessità del percorso legato all’innovazione: i finanziamenti pubblici aiutano, ma sono estremamente farraginosi; mancano conoscenze diffuse, capitale di rischio e forme di serio accompagnamento verso le nuove frontiere di prodotti e mercati.

“La Regione Toscana in questi ultimi anni ha fatto grandi sforzi per semplificare la rendicontazione per l’ottenimento dei finanziamenti”, dice Wanda Pennè, coordinatore dei progetti di Telemedicina Race e Air Cardio. Capofila del progetto è GPI spa, azienda quotata in borsa, con sede a Trento, 500 dipendenti e filiali a Pisa, Firenze e Arezzo. Lavora in partnership con altre tre Pmi, fra cui uno spinoff della facoltà di Ingegneria di Pisa. “La Regione cerca di promuovere sul territorio una collaborazione fra università e impresa che è estremamente proficua”, continua Pennè.

Ma nonostante i progressi fatti ci sono ancora alcuni punti critici: “La grande azienda deve farsi carico della gestione e coordinamento dell’intero progetto, ma in proporzione ha un contributo abbastanza basso”. Inoltre non è pagata “l’inseminazione” del progetto, un termine che sta a indicare una vera e propria trasmissione di sapere sul territorio, non la pura promozione dei suoi contenuti.

Un altro punto debole è il plafon di autofinanziamento minimo: troppo alto per l’accesso di una piccola impresa che non può contare su risorse elevate. Tant’è che due microimprese del settore hanno dovuto rinunciare a partecipare ai due progetti di Telemedicina per mancanza di fondi.

La lentezza degli uffici regionali in fase di rendicontazione dei progetti è un’altra criticità dei finanziamenti alle imprese. Lentezza, a fronte di un processo di innovazione che corre. “Uno dei problemi dei bandi è che l’accesso ai primi finanziamenti avviene a distanza di un anno almeno dall’approvazione. Le aziende devono avere già le spalle coperte e capacità di autofinanziarsi, se no è impossibile andare avanti”, dice Eleonora Fontana di Geo solution, sede a Massarosa (Lu), uno dei partner di Save my bike, il sistema di sicurezza e incentivazione all’uso della bicicletta.

Anche l’estrema complessità dei bandi per il finanziamento alle imprese rappresenta un ostacolo alla loro diffusione. “Per la partecipazione ai bandi dobbiamo necessariamente affidarci a professionalità specifiche, e già questo è un esborso non da poco per le imprese più fragili. Sono fondi pubblici e i controlli sono importanti, ma consideri che negli Stati Uniti per avere un finanziamento non si scrivono mai più di tre pagine…”, sottolinea Giovanni Burresi, ricercatore di Ingegneria dell’università di Siena.  

L’università è partner del progetto Inasse (Industry as a service), nato nel 2016 con un obiettivo ambizioso: “Dare intelligenza agli oggetti di vecchia generazione”. Inasse è realizzato da una rete di aziende informatiche, che vede come capofila Seco, azienda aretina leader mondiale degli embedded computer, o microcomputer che dir si voglia. In questo settore Seco è una veterana. Nasce circa quaranta anni fa, nel 1979, in un garage dove due compagni di scuola si baloccavano con l’elettronica: una vicenda che ricorda tanto il mito Apple e Steve Jobs.

Oggi Seco ha centinaia di dipendenti e una penetrazione di mercato multinazionale. Il progetto Inasse ha un obiettivo ambizioso: fornire alle pmi una piattaforma, un insieme di elementi software e hardware, da adattare alle necessità per ottenere un oggetto di nuova generazione. Un esempio? Con Inasse si possono trasformate tradizionali frigoriferi in dispositivi che segnalano i propri difetti, controllano il proprio funzionamento e prendono decisioni per migliorare le loro performance. Il tutto a costi abbastanza contenuti perché elaborano progetti ad hoc e poi forniscono hardware e software in comodato.

“Per produrre innovazione c’è bisogno di consistenti investimenti in ore/uomo, per ottenere un risultato che può essere anche deludente in principio. Per una pmi questo è impossibile. Un’azienda di maggiori dimensioni può spalmare l’investimento nel tempo”. Inasse prova a rimuovere queste difficoltà, ma le resistenze del sistema di microimprese sono ancora tante.  

“La rivoluzione 4.0 ha blocchi culturali, economici e ha bisogno di forme di tutoraggio vero e proprio per accompagnare le imprese più piccole su nuovi mercati” dice Burresi. Il settore pubblico, suggerisce, potrebbe farlo. Favorendo attività mirate all’aggiornamento, alle innovazioni in singoli settori, e facendo corsi per compilare e accedere ai bandi.

Foto: i firmatari del Protocollo di intesa, firmato dalla Regione con l’Irpet, le Università toscane e i principali Enti di ricerca per promuovere il coordinamento delle attività della Regione a sostegno delle imprese

Print Friendly, PDF & Email

Translate »