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Toscana Interiore: passaggio a Montegiovi Breaking news, Turismo

Grosseto – Ad ovest dell’Amiata si erge il contrafforte di Montegiovi, una frazione di Castel del Piano. Lo vado a visitare perché so che, anche questo, è un vecchio borgo agricolo spopolato (quasi settecento abitanti un secolo fa e adesso neanche cinquanta), ma conto di parlare con qualcuno, ci sarà pure un anziano che ha voglia di scambiare qualche parola!

Voglio capire i legami che resistono in questo piccolo centro silenzioso, solitario, immerso nella campagna interna del grossetano. Ci arrivo a piedi, in punta di piedi, perché così si gustano i particolari, si annusano meglio le cose, da una strada che si arrampica a zig zag tra fichi d’india selvatici e piante d’acacia, che sembrano essere state elette a piante tipiche del luogo. Ovunque muretti in “pietra viva”, così la chiamano qui. I fianchi aspri, scoscesi, si alternano a minuscoli ritagli di orti dove emergono piante di carciofo. Un pensionato pota una vite. Lo saluto, si lamenta che non fa più uva, si ammala. “Qui non ci viene più niente, – mi dice – solo i carciofi, che campano anche nei sassi”. Un carattere burbero.

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Incontro le scuole elementari, dismesse da anni.
Si mostrano un edificio elegante, con giardino, tipico del primo novecento, oggi utilizzato come osteria. Si chiama “i tre gatti”. Gatti come il nomignolo che hanno i Montegiovesi. Recentemente si è costituita qui anche una Pro-loco, che promuove e valorizza il centro storico e i prodotti del territorio.

Percorrendo la strada che aggira l’abitato e incontra la piazzetta più alta, penso al significato di questo nome: Montegiovi. Il monte di Giove, il principe degli dei, avrà pur avuto una ragione d’essere se lo si è affibbiato a questo greppo, e allora immagino chiaramente, guardando il panorama dalla piazzetta antistante la chiesa, che sarà apparso proprio come lo sguardo dell’Olimpo. Uno sguardo degno di Giove. Da qui si domina una cavea paesaggistica sterminata, mozzafiato, che spazia tra la val d’Orcia a ovest e Montelaterone a sud, sotto lo sguardo imponente del monte Amiata, dove sorge il sole.

Da qui, Castel del Piano, il capoluogo, appare una virgola in un trattato di estetica. Su tutta la vallata colpisce la coltivazione degli olivi: l’oro di generazioni di contadini e agricoltori ormai ridotti ai minimi termini. Così, pensiero e sguardo mi vanno a valle, a la Poderina, dove abita Davide Borselli, unico giovane, forse, ad essere rimasto legato fortemente a questo territorio nel quale, con ostinazione e successo, produce vino e soprattutto olio biologico da circa ottomila olivi secolari. E ci tiene a dirlo, utilizzando solo energia rinnovabile.

La piazza è deserta, come lo sono le viuzze intorno. Solo un cane, che ha fiutato la mia presenza, abbaia da dentro ad un garage. Porte chiuse, finestre sprangate, su un campanello un nome arabo, segno dei nuovi abitanti. Mi piacerebbe incontrare quei ragazzi, che vidi tanti anni fa, sul muretto a ridosso del baratro che si sprofonda nell’Ente. Chissà dove si sono dispersi? Se fossero aperte, nelle tre chiesette potrei vedere importanti tele di Francesco Nasini. Un museo itinerante. Ma tutto è chiuso.

Ricordo l’ultima mia visita che risale ad un novembre di anno imprecisato, una sagra della bruschetta, con l’olio nuovo e il pane casalingo (che poi, ben “agliato e appozzato” mi lasciò per lungo tempo un buon ricordo). La giornata è soleggiata, allegra, ma colpisce l’assenza di qualsivoglia movimento umano. Così non resta che concentrarsi sui muri antichi, intravedo portali trecenteschi feriti e martoriati da più moderne aperture e anche l’ostello, che ha ospitato santa Caterina da Siena, nel 1377, si porta addosso le ingiurie di una modernità che male si coniuga con l’antico edificio. Ovunque ferite che non si rimarginano, cicatrici pesanti che deturpano la pelle di un vecchio nucleo medievale, che pur lascia trasparire gioventù rigogliosa cantata anche da Cecco Angiolieri. Una fontanella in ghisa è sigillata, simbolo più evidente di una decadenza di valori culturali e sociali dei nostri giorni. Tante altre fontanelle del territorio hanno seguito la stessa sorte. Viene rabbia al pensiero che un tempo questa terra faceva proprio dell’acqua la sua primaria ricchezza. Politiche sciagurate degli ultimi decenni non hannosaputo preservare ciò che gli antenati avevano costruito con grande cura e passione.

montegiovi 3Gli ottocenteschi ziri in terracotta, di Petroio, ormai superati e inutilizzati contenitori dell’olio, sono diventati fioriere davanti alla porta delle case. Uno sguardo alle mura e colpiscono i moderni e incongrui rifacimenti di abitazione. Le ampie vetrate in alluminio anodizzato accanto alle feritoie trecentesche sono uno sfregio che apre la riflessione in cosa consista la sensibilità al bello. La consapevolezza o meno del luogo dove si vive, della sua storia, il rispetto della memoria. Quali barbari avranno mai concesso quelle licenze edilizie?

Mi riconcilia i pensieri la vista di una acacia centenaria, sul bordo della strada, accanto alla bottega che un tempo era d’un fabbro, Orazio Fratini. Quest’uomo doveva esserci affezionato al suo albero e con commovente opera di restauro, mediante fasce di ferro, tiranti, puntelli, aveva cercato disperatamente di salvarla dai mali della vecchiaia e dai venti di ponente. Ora Orazio non c’è più e sembra che la sua acacia ne avverta la mancanza e soffra in modo evidente. La considero il monumento moderno più bello di Montegiovi, sublime immagine di un esemplare rapporto dell’uomo con la natura.

Torno indietro quasi deluso per non aver incontrato nessuno, solo una macchina, come uno zombie, passando piano per la strada, ha rotto per poco quell’immobilità assoluta. Non poteva mancare, nella parte bassa dell’abitato, uno sguardo alla croce in pietra di Baldassarre Audiberti, un penitente di origine francese che nel 1846 ha predicato in queste campagne, spesso erigendo, o facendo erigere, simili croci. I paesani di lui dicevano, tra il serio e il faceto: “ Baldassarre Audiberte, mangia beve e si diverte, pianta croci a li cantoni alla barba dei più coglioni”.

Prima foto: Rete di Comuni-Italiani.it

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